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Praga cinquant’anni dopo 

 
Ha ragione da vendere Luciana Castellina quando, nell’inserto pubblicato domenica dal Manifesto, in occasione del cinquantesimo anniversario della repressione della Primavera di Praga ad opera delle truppe sovietiche, afferma che, senza quella barbarie, probabilmente oggi né la Repubblica Ceca né la Slovacchia sarebbero accomunate dalla partecipazione al gruppo neo-fascista di Visegrád.
Nell’estate del ’68, infatti, la sciocca intransigenza di Brežnev e dei paesi alleati, e acriticamente allineati, fece sì che svanisse nel peggiore dei modi il tentativo riformista di Dubček, poi sostituito dall’incolore e asservito Husák, con la conseguenza di condannare l’intero blocco orientale all’inevitabile crollo di vent’anni dopo, rinviato fino a quando l’appuntamento con la Storia non divenne inevitabile, prendendo inesorabilmente il sopravvento su un regime ormai in cancrena e producendo la svolta regressiva tuttora in atto.

I giorni della Primavera, dei Consigli operai descritti da Jiří Pelikán, di piazza San Vanceslao trasformata in agorà politica, della dirompente passione civile e dell’impegno collettivo di un popolo per costruire una società, al contempo, socialista e democratica, tutto ciò venne travolto e schiacciato per sempre dai carri armati inviati da un uomo piccolo e misero, malvagio ed incapace di comprendere l’evolversi dei tempi e dei costumi, finendo col condannare a morte l’idea che sosteneva di voler difendere e alla quale asseriva di aver votato la propria esistenza.
Per questo Brežnev è sempre stato e sempre sarà un avversario: della sinistra, prim’ancora che della democrazia, e anche di una certa idea di comunismo e di socialismo, senz’altro di quella visione dal volto umano e accogliente che nella Praga di Dubček aveva trovato uno sbocco che avrebbe potuto imprimere una svolta ad un’ideologia che già allora aveva smarrito la spinta propulsiva dell’Ottobre.

Duole dirlo, ma anche il disfacimento del comunismo italiano, con le sue peculiarità, la sua unicità e la sua capacità di essere diverso pur non rinnegando mai la matrice originaria, è frutto degli errori compiuti in quell’agosto di mezzo secolo fa e nell’autunno di dodici anni prima, nei giorni della rivolta di Budapest repressa nel sangue dal meno gretto ma non meno sovietico Cruščëv. Una duplice sconfitta, dunqe, che il comunismo italiano non seppe vedere per tempo, da cui non si seppe affrancare e che contribuì ad alienargli le simpatie e il consenso non solo di una parte consistente del mondo intellettuale ma, specie nel ’68, di quel vasto universo giovanile che pochi mesi dopo avrebbe eletto Jan Palach a proprio simbolo, avviando una fase di riflessione sull’incapacità della casa madre di comprendere il mutare dei tempi e degli scenari, quindi sulla sua sostanziale inutilità.
Per quanto possa sembrare assurdo e, per certi versi, eretico, è doveroso sostenere che il PCI, emancipandosi solo nel ’77 dalla matrigna moscovita e ritardando di almeno un decennio il lancio dell’eurocomunismo, smarrì l’ultima opportunità di dotarsi di un profilo democraticamente accettabile e internazionalmente spendibile, finendo col rinchiudersi nell’asfittico recinto che lo avrebbe poi portato a condannare tutto ciò che si muoveva al di fuori di sé, non comprendendo a pieno il messaggio rivoluzionario di Berlinguer e accantonandolo a cadavere ancora caldo, per lasciarsi scientemente travolgere da quel sereno vento dell’Ovest, tanto liberista quanto disumano, che aveva iniziato a spirare negli Stati Uniti e che ha avuto nelle sinistre senz’anima del Vecchio Continente, e in quella italiana in particolare, i suoi migliori scudieri.

A Praga il comunismo mondiale perse non tanto l’innocenza, che di fatto non era mai esistita, quanto la capacità di fare politica, di inserirsi nel dibattito pubblico e di regolarlo, finendo col subire le mosse altrui e con l’essere schiacciato dapprima dal movimentismo studentesco e poi dalla reazione conservatrice e retrograda che, dopo la morte di Moro e l’ascesa al potere del duo Reagan-Thatcher, ha avuto la strada spianata per imporre i propri dogmi.
Sarebbe servita eccome una terza via, un’alternativa, una contestazione da sinistra allo status quo e alla svolta ferina del sistema, una moderna rivisitazione del concetto latino secondo cui “homo homini lupus”, ma nessuno, venuti meno Dubček e Allende, ha avuto la forza di tracciare la rotta e aprire un nuovo sentiero. E così, da cinquant’anni, ci dimeniamo in analisi, interpretazioni, condanne, riflessioni, seminari, pamphlet e dibattiti sempre più stantii, nel tentativo di comprendere come sarebbero potute andare le cose se in quell’agosto di cinquant’anni fa non fosse stata stroncata nel sangue un’interpretazione più saggia ed umana dello stare insieme.
Al blocco occidentale, avendo compreso la portata del fenomeno e, soprattutto, della sconfitta degli avversari, l’operato di Brežnev andò a meraviglia, cristallizzando una realtà iniqua che, tuttavia, accontentava non solo i contraenti degli accordi di Jalta ma anche i loro numerosi clientes sparsi in giro per il mondo, convinti di essersi salvati e di essere stati assolti dalle proprie responsabilità mentre, in realtà, stavano firmando la propria condanna definitiva.
Tolti di mezzo Dubček, Allende, Moro e, di fatto, lo stesso Berlinguer, l’impero dell’Est ha rivelato i propri piedi d’argilla e, tre decenni dopo, quello dell’Ovest sta andando incontro alla medesima sorte. Il crollo del Muro non ha fatto altro che imprimere un’accelerazione al corso degli eventi, al punto che ci troviamo oggi a fare i conti con il collasso di entrambi i poli e dei rispettivi punti d’equilibrio e con lo squilibrio assoluto di un mondo policentrico e impazzito, in cui l’autoritarismo estremo dei Putin, dei Trump, degli Erdoğan, dei fascistelli dell’Est Europa e delle Tigri asiatiche emergenti sembra essere l’unico modo per assoggettare un’umanità sempre più irrequieta. Peccato che sia anche la fine, su scala planetaria, del concetto stesso di democrazia, proprio nel momento in cui pensavamo di averla esportata ovunque, salvo cominciare a perderla, passo dopo passo, in casa nostra.
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