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Oggi parliamo di fili spinati e chiusure dei confini, mentre nonno Antonio già negli anni Sessanta spendeva la sua vita per l’Europa

 

Quando mio nonno morì avevo sette anni ed oggi quel che ricordo di lui è racchiuso nelle fotografie, nei ricordi altrui, in immagini sfocate, in carte dattiloscritte. Ben poco sapevo sul suo conto, nella vita privata triste rimase il suo sguardo e con i figli, soprattutto i due fratelli, fu un padre severo e assente. Finché un giorno decisi di svolgere una ricerca sulle mie origini e in particolare sulla sua figura che scoprì austera e gentile. Non tutte le persone che ho contattato hanno risposto all’appello, perché non raggiunte o semplicemente perché non più in vita, tuttavia ritengo che sia importante oggi, nelle battaglie che ci troviamo a combattere ogni giorno, riportare alla luce chi fu e cosa fece, insieme ad altri colleghi, in favore dell’unione dell’Europa subito dopo la guerra.

Le prime battaglie

Mio nonno era un uomo d’altri tempi, anacronistico e “di grande memoria e apertura di mente” com’è lui stesso a scrivere in un ritrovato documento di poche righe. Nacque nel 1919 a Opi, un piccolo borgo medievale all’interno del Parco Nazionale d’Abruzzo, ma si trasferì ben presto a Roma con la famiglia, così come volle il padre, guardia forestale, per permettere a lui e a suo fratello gemello un’istruzione migliore. Fu nella capitale che si laureò in Filosofia e Pedagogia e poi vinto un concorso iniziò a insegnare nella scuola elementare “Franchetti” nel rione di San Saba dentro Testaccio, dove probabilmente conobbe la sua futura moglie, anche lei insegnante, Wanda Missiroli, parente del giornalista anti-mussoliniano Mario Missiroli, che sposò allo scoppiar della guerra.

Arruolatosi nel reggimento “Nuova Cavalleria”, fu mandato in Russia dove l’armata italiana difendeva il lato sinistro dello schieramento dell’Asse. Con loro si trovò faccia a faccia con i russi che combatterono nella carica di Isbunscenskij, vincendo.

Qui si ammalò di broncopolmonite: tra mille traversie fu proprio la cosa che lo salvò. Infatti, nonostante preda del rastrellamento nel lager di Kustrin, a est di Berlino, dove secondo le cronache gli internati militari erano usati come manodopera coatta e li chiamavano ‘gli schiavi di Hitler’, riuscì a tornare a casa. Secondo quanto appreso da alcune carte conservate, riuscì a curarsi prima a Sondrio e poi in Svizzera, dove il Dottor Brumer lo salvò riportandolo alla vita.

Il giornalismo

Una volta riprese le forze divenne giornalista professionista nel 1960 ed entrò alla Rai, seguendo le orme del fratello gemello Sandro che quattro anni più tardi avrebbe vinto il Premio Saint-Vincent per il giornalismo. Fu nel servizio pubblico che iniziò a sviluppare programmi sulla scuola e sull’Europa, passando rapidamente grazie all’aiuto del Dott. Medi all’ANSA e nel 1961 alle allora Comunità Europee nel servizio “Stampa e Informazione” dove vi rimase, secondo il suo tesserino, fino al 1970. Quelle che definì “mere funzioni dirigenziali” in realtà aiutarono a creare un’Europa, integrata e cosciente, capace di aprirsi alle nuove generazioni, grazie anche ad almeno nove libri che pubblicò intitolati all’Europa e a lezioni che tenne in qualità di relatore ufficio stampa della Commissione Europea e della Rappresentanza in Italia; se ne ravvisano almeno due: una a Firenze nel 1969 e una a Perugia un anno dopo.

Questo ponte per il futuro dei giovani europei fu creato insieme al lavoro congiunto di Jacques Moreau e Fausta Deshormes La Valle. Fu proprio lei, in un’intervista di Michel Dumoulin sui rapporti interni alla Commissione Europea negli anni 1958-1973, a dire in proposito: “Nell’Ufficio Informazioni della Commissione a Roma c’era un funzionario che si occupava dei problemi di informazione universitaria e della gioventù, che si chiamava Antonio Tatti. Era davvero simile a Moreau, molto intelligente, con la stessa visione e passione (…) Attraverso la SIOI [Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale, ndA.] nel 1962 avviammo insieme ad Antonio i centri di documentazione europea chiamati CED, cinque anni dopo ce ne erano già un centinaio nei Paesi. Abbiamo sostenuto l’iniziativa della SIOI, stimolata da Antonio Tatti, di condurre un sondaggio pilota nelle università italiane per vedere quale fosse lo stato dell’istruzione e della ricerca sull’integrazione europea… I risultati del sondaggio hanno mostrato che c’era un certo interesse ma pochissime strutture”.

La Calabria europea

Proseguì il suo impegno verso l’Europa anche quando si ritirò in pensione, fondando a Reggio Calabria insieme tra gli altri a Raffaele Cananzi l’Istituto Nazionale di Studi Europei (ISESP), ancora in attività e che detiene, oltremodo, uno dei Centri di Documentazione Europea (CED) cui si riferiva Fausta Deshormes La Valle.

Antonio scelse la Calabria perché se ne innamorò durante i suoi viaggi di lavoro.

Gli obiettivi dell’Istituto erano stati fin dal principio avanguardisti, come si legge nel loro stesso sito: “L’ISESP è sorto nel momento in cui le storiche spinte all’emarginazione della Calabria e soprattutto di Reggio, si erano particolarmente acuite, con lo sgretolamento della società nelle sue strutture e nella sua economia. Perciò secondo i fondatori dell’Istituto – Ludovico M. Bentivoglio, Antonio Papisca, Antonio Tatti, Domenico De Caridi, Raffaele Cananzi, Vincenzo Lembo e Antonino Piazza – lo sforzo di ricostruzione doveva necessariamente ispirarsi ad obiettivi e contesti più ampi e vitali di quelli che hanno alimentato per secoli l’emarginazione meridionale: il nuovo punto di riferimento non poteva quindi essere che quello europeo e, in particolare, quello operante nel quadro della Comunità europea”.

Insieme a Cananzi, nel 1978 lanciarono inoltre la rivista SUDEUROPA e mio nonno vi ricoprì la carica di primo direttore con l’obiettivo di rappresentare l’allora Comunità dei Nove, come scriveva lui stesso in una lettera aperta ai lettori: “Convinti che costituisca il contesto naturale non puramente geografico ma soprattutto socio-economico e politico dello sviluppo della Calabria, ci sembra che uno sforzo prioritario debba essere fatto affinché, a tutti i livelli operativi, sia possibile e diventi abituale il raccordo fra realtà regionale e realtà europea”. Antonio, nei ricordi del suo amico Raffale Cananzi “era una persona retta, pulita, contava più di un professore universitario per la sua cultura vasta”. Per il figlio di Cananzi, Daniele, la figura di mio nonno è stata molto importante e dal 2016 ha ripreso le pubblicazioni della rivista in una seconda serie aggiornata sugli eventi attuali e nel suo primo editoriale che mi inviò con piacere, scrisse di aver citato quelle sue parole.

Il progetto per la Casa d’Europa

Antonio Tatti profuse inoltre il suo impegno civile a Roma quando nel 1985 prese in mano la Casa d’Europa, un progetto innovativo per l’epoca di origini franco-tedesche che mirava all’accoglienza studentesca, diremmo come un attuale Erasmus, facendo conoscere ai ragazzi, tramite seminari diretti da lui stesso e visite guidate, l’Europa, un modo per riavvicinare la Germania agli altri Stati, poco prima della caduta del Muro di Berlino e per avvicinare soprattutto i giovani in dibattiti dall’alto valore democratico. La Casa d’Europa della prima era, aveva al suo interno perlopiù cattolici che avevano trovato nel riscatto un modo per rispondere agli orrori della guerra. Con la Casa d’Europa inizierà la quarta vita di Antonio Tatti: qui conoscerà Annita Garibaldi, pronipote di Giuseppe, Magda da Passano, Adriano Declich, Enzo Guizzi, Edmondo Paolini ed altri militanti impegnati per l’integrazione europea.

In un incontro che ho avuto con Annita Garibaldi, mio nonno ha di nuovo preso vita nelle parole di chi ben lo ricordava: “Viveva nel rispetto delle idee, in senso mazziniano era un educatore civile che insegnava agli altri perché era nella sua indole farlo”. La Signora Annita ricorda un seminario tenuto alla Casa d’Europa, i quali archivi oggi sono custoditi nel Consiglio Italiano del Movimento Europeo (CIME) a Firenze, per farmi capire il tenore di quelle lezioni: “Una volta venne il Premio Nobel per la Pace polacco Lech Wałęsa ad annunciare che di lì a poco sarebbe scoppiata la rivoluzione nel suo Paese guidata dal sindacato dei lavoratori che aveva fondato,‘Solidarność’. Il giorno dopo quando la rivoluzione scoppiò, ne scrisse il Corriere della Sera, citando lui e noi”.

Antonio Tatti, come uno dei suoi tre figli, Francesco, amava la musica in modo quasi religioso, spesso si recava con la moglie sulla Costiera Amalfitana in occasione del festival di Ravello, e a Roma aveva l’abbonamento ai concerti dell’Auditorium Conciliazione. Nel 1990 decise di allargare il suo impegno alla vita politica partecipando alla fondazione di “Azione Civile”, circolo di Alleanza Democratica e creò il circolo dedicato ad Altiero Spinelli per portare l’impegno europeista  federalista nella Sinistra Europea. Militò nei Comitati Prodi e in favore della nascita dell’Ulivo di Roma, confluendo infine nei Democratici di Sinistra. Oltreché segretario dell’associazione dei pensionati delle allora Comunità Europee, oggi AIACE, era socio dell’Associazione Nazionale Veterani e Reduci Garibaldini, di cui Annita Garibaldi ricopre tuttora la carica di Presidente, e rimase socio dell’Istituto calabrese di Studi Europei fino alla sua morte avvenuta nel 1998.

Antonio riuscì a rappresentare gli “illuministi” europei del Novecento, quelli che avevano pagato la guerra con la vita, che anche se non del tutto persa, era stata in qualche modo graffiata da un impareggiabile senso di odio fascista che lui alla resa aveva trasformato in speranza.

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