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Su rom siamo oltre le solite uscite populiste di Salvini. Pericoloso sottovalutare. Rischio democrazia è reale

 

Una ricognizione. Così l’ha definita il ministro dell’Interno Matteo Salvini.

Ma ciò che intendeva il leader leghista, che fa fatica a rivestire il ruolo istituzionale che gli competerebbe ora che risiede al Viminale, era una vera e propria schedatura. Etnica.

Si è così materializzato il fantasma dell’epoca delle leggi razziali del 1938 che sembrava potesse concretizzarsi in un provvedimento ancor peggiore del tentativo maldestro del censimento Maroni del 2008, che sollevò un coro di proteste e fu bocciato dal Garante per la protezione dei dati personali il quale rilevò che le disposizioni dell’allora ministro dell’Interno ponevano “problemi di discriminazione che toccavano la dignità delle persone e specialmente dei minori”. Quel provvedimento prevedeva che venissero raccolte le impronte digitali, scattate fotografie identificative e la compilazione di schede in cui bisognava specificarne etnia e religione oltre a dati anagrafici, grado di istruzione e attività lavorativa.
Una chiara violazione dei diritti, un provvedimento incostituzionale e irricevibile.
Le azioni messe in campo nelle ultime settimane dal ministro Salvini denotano lo stesso disprezzo assoluto della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, della Costituzione italiana e dei diritti costituzionali previsti anche per gli stranieri quand’anche essi siano in una posizione di irregolarità.
Quella voluta da Maroni non era una effettiva rilevazione censoria perché era limitata solo a coloro che si trovano nei “campi” e non era estesa alla totalità dei Rom e dei Sinti che per l’80% sono stanziali, vivono in Italia, sono italiani.

Anche il Parlamento europeo aveva fatto sentire la propria voce approvando una risoluzione per la salvaguardia dei diritti dei Rom, che esortava le autorità italiane ad astenersi dal raccoglierne le impronte digitali e chiedeva alla Commissione di verificare la compatibilità delle misure adottate in Italia con i principi dell’Unione europea.

Che la pratica rappresentasse un atto di discriminazione diretta fondata sulla razza e l’origine etnica in violazione con quanto prescritto dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo era evidente.

Proprio questo precedente farà sì che l’intento dell’ attuale inquilino del Viminale non vada a buon fine. Lui stesso in serata ha ridimensionato quanto affermato in mattinata, parlando di “monitoraggio approfondito di tutto quello che c’è all’interno dei campi rom”.

L’intento resta comunque allarmante e deve sollecitarci a tenere alta l’attenzione. La minaccia alla democrazia, a cominciare dall’uso indiscriminato di pratiche di stampo fascista (come la schedatura di due attivisti al comizio dello stesso ministro dell’Interno a Ivrea, fermati, identificati e fotografati per aver esposto uno striscione su Giulio Regeni ‘non gradito’) è più reale e concreta di quanto in molti, troppi, siano pronti ad ammettere.

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