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Il nemico non è Saviano né Ingroia ma sono le mafie

 

Salvini sbaglia strategia nell’attaccare Saviano e Minniti ha sbagliato nel togliere la scorta a Ingroia, per combattere le mafie serve il “noi”, mettendo insieme le varie esperienze della società civile. Il nemico non è Saviano né Ingroia ma sono le mafie.

Quello delle scorte è indubbiamente un tema molto dibattuto nel nostro Paese. Si discute spesso per capire a chi spetta e a chi no. Chi ne fa uso legittimo e chi ne abusa. Il governo Gentiloni ha tolto la scorta all’ex magistrato antimafia Antonio Ingroia e da oltre un anno bersaglio di Salvini è Roberto Saviano al quale minaccia di “togliere la scorta”. Oggi arrivato al governo come ministro rincara la dose. La colpa dello scrittore? Averlo criticato per le sue idee e proposte sui migranti. E’ bene ricordare al ministro dell’Interno quanti sono i servitori dello Stato uccisi perché quello Stato non li ha saputi proteggere: un elenco interminabile! Mi viene da pensare ai ricordi e agli elogi, da parte di quelle persone che attaccavano Falcone e Borsellino così come oggi attaccano Roberto Saviano e Antonio Ingroia. Voglio riportare la frase di Giovanni Falcone alla stampa di allora: “Mi stanno seviziando: i mafiosi, i giornali, la politica, i magistrati.” Palermo, purtroppo, scoprì di voler bene a Giovanni Falcone solo il giorno dei suoi funerali.  E’ il caso di rileggere anche la frase che spesso Falcone richiamava: “Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere.” Giovanni Falcone è morto perché lo Stato non lo ha voluto proteggere. Lo stesso può dirsi per gli innumerevoli servitori dello Stato e per tutti quelli che hanno fatto semplicemente il loro dovere.

Chi conosce i modi di operare delle mafie sa quale grande pericolo si corre quando si mette in moto la strategia mafiosa dell’isolamento, ma in particolare i siciliani sanno come si attua tale strategia: con uno strategico silenzio, con la denigrazione di chi mette in serio pericolo gli interessi mafiosi, ma anche diffondendo subdolamente l’idea della necessità della tolleranza dei comportamenti illegali a tal punto da provocarne una trasformazione: da reati gravissimi a comportamenti “necessari” a salvaguardia di equilibri importanti per il nostro Paese. Quindi vogliamo dire oggi a chi lotta le mafie di resistere, ma diciamo anche a noi stessi di non cadere nelle trappole che ci sono subdolamente tese e resistiamo alla richiesta di partecipare a un’inaccettabile normalizzazione. Non dobbiamo mai dimenticarci che la strategia dell’isolamento e perfino della mortificazione, toccò a Carlo Alberto Dalla Chiesa, a Giovanni Falcone, a Paolo Borsellino e a numerosissime altre vittime di mafia. Al prof. Marco Biagi fu tolta la scorta senza motivo, quattro mesi dopo fu ucciso. Nel processo l’ex br Cinzia Banelli affermò che se avesse avuto la scorta non sarebbero riusciti ad ammazzarlo.  Ad onore di verità va anche detto che il sistema delle scorte in Italia è piuttosto protettivo, soprattutto se paragonato a quanto avviene all’estero. Negli Stati Uniti ad esempio hanno diritto alla scorta permanente soltanto Presidente e vicepresidente. In Francia spetta soltanto al Presidente dell’assemblea nazionale e a quello del Senato (altri politici ricorrono a servizi di body guard privati che si pagano per loro conto), mentre in Germania ha la scorta soltanto il capo dello Stato, il Presidente del parlamento federale e i ministri. Da questo punto di vista il nostro sembra essere uno dei paesi che offre le maggiori garanzie in termini di assegnazione della scorta, ma non dobbiamo neanche dimenticarci che siamo il paese dove convivono le mafie più potenti del mondo (ndrangheta, camorra e mafia siciliana).

Vincenzo Musacchio, Direttore scientifico della Scuola di Legalità “don Peppe Diana” di Roma e del Molise

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