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Trabajar apatronado

 

El Moncho. Tenere la scopa con la mano sinistra è difficile, specie se da giovane ti hanno macinato la destra al mulino. Ramón a sessant’anni fa il guardiano di un ristorante a Pueblo Seco. Vive dietro il locale in una capanna di legno con un frigo nuovo e un letto con la coperta di Topolino. Sul comodino tiene due deodoranti: ti passa la fantasia se devi lavarti senza acqua calda. Al mattino il padrone passa con la sua Bmw e lui è già lì, scopa in mano. Ramón e Don Tito si salutano, sono cresciuti insieme. “Guarda che struttura, mi è costata una vita”, dice il padrone orgoglioso e lui guarda in silenzio, spazzando il cortile.

El Temporero. Sopra San Ignacio il cielo è nuvoloso. “Oggi non lavori?”. Daniel vive con la fidanzata a casa dei suoi: sei più la gatta. “No”. Mentre soffia sul tè guarda la tv da trentasei pollici: sull’autostrada di San Fernando c’è stato un grosso incidente. “Che macello!”. Bus, camion e auto uno sopra l’altro. Prende un sorso dalla tazza e mette sul meteo. Il ragazzo raccoglie grano e mais, dodici mila pesos al giorno per quattro mesi l’anno. “Oggi piove a Temuco”. Oggi non si guadagna.

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El Trabajador. “Facevo il cuoco con tanto di diploma, capito? Prendevo il minimo sindacale: duecentosettanta mila pesos e a diciotto anni avevo già una figlia. ‘Cambio’, mi dico, e trovo posto in un’azienda che serve Arauco, quella che pianta alberi e fa legna. All’inizio andavo a lavoro in autostop. Ora sono sei anni che riparo macchine industriali per seicentoventiquattro mila pesos, dodici ore al giorno… Se è pericoloso? Certo! Posso bruciarmi, cavarmi un occhio, tagliarmi un dito: ma che posso fare?”.

Da isiciliani

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