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George Simenon, il fondo della bottiglia

 

E’ ben noto quanto Federico Fellini amasse Georges Simenon e viceversa; in Adelphi esiste persino un libricino prezioso che riunisce lo scambio di lettere tra i due artisti. Simenon, più adulto di una  ventina d’anni, trasponeva in pagina, per averli vissuti, episodi e sentimenti che Fellini qualche volta aveva tenuto nascosti persino a se stesso. In un romanzo intitolato Le campane di Bicêtre, lo scrittore belga descrivendo la malattia e la morte di un potente direttore di giornale di Parigi sembra anticipare di trent’anni, in alcuni passaggi persino nei minimi dettagli, gli ultimi mesi di vita di Federico. Esisteva tra i due un’affinità cerebrale, che si rivelò al tempo di La Dolce Vita quando Simenon, presidente della giuria del Festival di Cannes, si batté perché fosse assegnato il Palmarès al film che lo aveva letteralmente magnetizzato. Il sentimento di reciproca ammirazione si consolidò in una profonda amicizia per la durata dell’intera esistenza. L’arte, si sa, in qualsiasi sua espressione, da un dipinto, a un libro, a una scultura, a un brano musicale, agisce su di noi con una leva psicanalitica in grado di rivelarci o far affiorare situazioni rimosse o nascoste. Ci parla di qualcosa che non avremmo saputo tradurre in consapevolezza senza l’aiuto del suo linguaggio, in cui il simbolo diventa rappresentazione. Soprattutto quando l’artista possiede quella divina facoltà che gli permette di immergersi nel sottosuolo, nel buio dell’ipogeo; come Orfeo che scende nell’Ade protetto soltanto dal proprio canto, e grazie ad esso riesce anche a risalire alla luce, portando con sé ‘quasi’ in salvo l’amata Euridice, la sposa ingoiata dall’Orco per il morso di un serpente. Il suono soave e armonioso della lira addomestica persino le Erinni, Cerbero e le ombre indistinte del regno di Plutone.

Nell’ultimo romanzo appena uscito da Adelphi, Il fondo della bottiglia, ambientato in America, di nuovo troviamo un nodo psicologico che accomuna Simenon a Fellini. Lo scrittore affronta il contrasto – mortale! – tra due fratelli, e l’amaro calice che il senso di colpa ci spinge a bere fino all’ultima goccia. Dicono gli esperti, che lo scrittore cercasse con questa storia di sciogliere un oscuro groviglio personale. Il fratello Christian, coinvolto nel 1945 in una spedizione punitiva a fianco delle SS, era stato condannato a morte in contumacia. Georges gli aveva suggerito di sparire arruolandosi nella legione straniera; forse anche temendo, segretamente, che l’immagine così compromessa del fratello potesse danneggiarlo nella sua sfolgorante carriera letteraria. Christian tre anni dopo rimase ucciso nel Tonchino e la madre addebitò a lui la morte: “E’ colpa tua! L’hai ucciso tu!”.

A proposito del rapporto di Federico Fellini con il fratello minore Riccardo, esiste ormai una copiosa letteratura. Dopo i primi passi mossi insieme nel cinema – Riccardo aveva interpretato con promettente talento uno dei Vitelloni – l’armonia tra i due si era incrinata. Federico aveva avuto rapidamente successo e Riccardo cercava di passare anch’egli alla regia sfruttando la notorietà del cognome. I rapporti si erano via via deteriorati fino a un contrasto insanabile. Tuttavia dopo la scomparsa del Maestro e la pubblicazione del meraviglioso “Libro dei Sogni”, scopriamo che Federico soffriva di un insospettabile complesso di inferiorità nei confronti del fratello minore; covava nel suo inconscio una forma di gelosia, di invidia. In un sogno raffigurava Riccardo, muscoloso e spavaldo, mentre si esibiva in vigorosi esercizi agli anelli, con accanto il padre in ammirazione. Era lui il prediletto, anche della madre e della sorella, proprio per la sua indole espansiva e un fascino naturale che esercitava sul prossimo, nonostante fosse il meno dotato, il meno fortunato.

La rivalità sotterranea che contrappone due fratelli è la materia narrativa del romanzo scritto da Simenon nel 1948 – l’anno della morte di Christian! – a Tumacacori in Arizona. Siamo al confine tra Stati Uniti e Messico, una vastissima valle abitata da ricchi possidenti terrieri, allevatori, facoltosi rancheros, i quali conducono un’esistenza molto agiata nelle loro residenze di lusso e in stretta frequentazione tra loro. Una sorta di enclave privilegiata di cui fa parte da anni, ben integrato, P.M. Ashbridge, un avvocato che ha sposato una ricca vedova ancora giovane: “Nora non era l’unica nella valle a vestirsi in maniera succinta, ma in lei si percepiva sempre una punta di ostentazione. In qualunque periodo dell’anno, quando era al ranch, indossava un paio di pantaloncini che somigliavano piuttosto a un cache-sexe e una specie di reggipetto da cui poteva capitare che sgusciasse fuori un seno”. I due vivono la pacifica routine dorata di una coppia senza figli, tra riti sociali di sbornie e ricevimenti ora a casa di uno ora dell’altro. P.M. – tutti lo chiamato con quella sigla – al pari degli altri uomini “porta in testa il cappello da cowboy, e al bar o in città, sopra la camicia bianca non indossa la giacca; molti non mettono neanche la cravatta, ma P.M. che ci ha sempre tenuto a conservare un certo decoro, non se la toglie mai, nemmeno al ranch”.

Siamo a fine luglio e sono appena iniziate le piogge torrenziali che in poche ore ingrossano il fiume Santa Cruz al punto da rendere impossibile per giorni e giorni qualsiasi passaggio da una sponda all’altra, dagli Stati Uniti al Messico. E’ notte fonda, e P.M. sta rientrando a casa dopo una visitina a una certa casa in alto sulla collina, a cui non sa rinunciare anche se poi ne patisce sulla pelle tutto il tanfo e lo squallore. Nora la moglie, è andata a giocare a carte dai Cady, e “di sicuro avrà bevuto più di lui, anche se ha sempre l’aria sobria”. Ma quando scende dalla macchina l’uomo si sente chiamare con quel nome che odia: “Pat!” Saranno dieci o vent’anni che nessuno lo chiama così. E infatti dall’ombra emerge il fratello minore, Donald, completamente zuppo sotto la pioggia a dirotto, con “quel suo atteggiamento umile e minaccioso a un tempo”. E’ l’ultima persona che avrebbe voluto rivedere, una mina vagante. Il fratello è riuscito ad evadere dal Penitenziario di Joliet, dove è rinchiuso per aver gravemente ferito un poliziotto nel corso di una rapina. La loro sorella Emily, che vive a Los Angeles ed è ben sistemata, avendo sempre avuto un debole per lui, l’ha rifornito del denaro necessario alla fuga, suggerendogli di raggiungere P.M. e farsi aiutare ad attraversare il confine. A Nogales, lo attendono la moglie Mildred e i due figli: “Non ne potevo più. Dovevo assolutamente tornare a vivere con loro”. Se riuscirà a far perdere le sue tracce, potrà rifarsi una vita in Messico, anche con il concreto appoggio economico del fratello maggiore che non potrà  e non vorrà sottrarsi alla richiesta. P.M. avverte subito per se stesso un pericolo fatale: se qualcuno lo viene a scoprire, se Donald cadesse nelle mani delle pattuglie di perlustrazione, la sua vita, il suo stato, la sua condizione di rispettabilità crollerebbero come un castello di carte; tutto lo sforzo impiegato a riscattarsi dalla famiglia indigente e rissosa, laurearsi in legge con immensi sacrifici e costruire la sua carriera professionale, andrebbe in fumo. Ma che fare, come uscirne!? Porta dentro casa l’ospite indesiderato, lo fa asciugare, gli presta i suoi abiti perché sia presentabile all’arrivo di Nora: “Suo fratello si toglie la camicia scoprendo quel torace bianco, quel petto forte e muscoloso che P.M. gli ha sempre invidiato”. Concorda con lui una storia sostenibile: si chiamerà Eric Bell, amico di infanzia, un ex compagno di scuola che, diretto in Messico in macchina con alcuni amici, si è fatto lasciare da lui per fargli un’improvvisata. P.M. sapendolo alcolizzato, lo ammonisce di tenersi lontano dal Bourbon e da ogni altra tentazione; il tempo di attraversare il fiume e tutto sarà finito. Nora ritorna a casa, ma non è da sola, ha trascinato con sé un codazzo di amici: “Sono parecchi e anche loro sono bagnati, perché per vedere il fiume da vicino sono dovuti scendere dalle macchine. Ci sono i Cady e la signora Pope con il suo cagnolino sottobraccio, e poi i Noland che si sono uniti agli altri strada facendo.”  La comitiva trova l’ospite gradevolissimo, immediatamente lo trattano come uno di loro e specialmente le signore, elettrizzate dalla novità, se lo contendono; Lil in  particolare, la moglie di Noland, prende quasi subito a civettare con lui. Si ricrea in un istante quell’antica frizione, quella ruggine irrisolta che ha accompagnato dall’inizio la vita dei due fratelli. Il primo costretto a sgobbare per ottenere anche i più piccoli traguardi,  l’altro scapestrato e abituato a cavarsela con poco sforzo, perché appartenente a quel tipo di uomo debole che solleva sentimenti di tenerezza e di protezione. Purtroppo la situazione che si prospetta non è per nulla favorevole; il fiume ingrossa a vista d’occhio, la corrente è violentissima, l’unico che è riuscito a guadarlo in sella a una gigantesca e potente giumenta, esclude che chiunque altro possa ormai ripetere l’impresa. Donald è in trappola a un passo dalla salvezza. Soltanto accanto a P.M., ben conosciuto e stimato dalle guardie di confine, può sperare di attraversare la frontiera senza sollevare sospetti e senza che qualcuno lo fermi per il riconoscimento. Attraverso quali nodi la vicenda si complica pagina dopo pagina, come in un incubo, sarà il lettore a scoprirlo, nella morsa di una narrazione che, quando ti afferra, non molla più la presa. E il finale non è esattamente quello che ci si potrebbe aspettare. “Nora aveva notato il modo in cui si guardavano, un modo in cui solo due fratelli si guardano. Un odio che esiste solo fra consanguinei”. Del resto il mito e la storia non affondano le origini nell’odio tra fratelli? Caino e Abele, Esaù e Giacobbe, Romolo e Remo…

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