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Schiavitù e violenze vengono rimosse agli occhi dell’opinione pubblica

 

Per quanto riguarda la drammatica questione dell’immigrazione, la fase che il Paese attraversa è fortemente problematica e rischiosa. Sono state appena effettuate le elezioni politiche. Nel corso della campagna elettorale nessuno ha prospettato una seria politica di accoglienza, molti hanno giocato spregiudicatamente la carta della paura per il diverso. Mentre le vicende drammatiche si susseguono, molto incerta appare la soluzione della crisi. Alcune delle forze che ambiscono a dar vita al governo nazionale, in nome della sicurezza, hanno definito da tempo una politica per l’immigrazione sostanzialmente di chiusura.

I confini debbono essere attentamente vigilati, anche con la collaborazione, ampiamente sovvenzionata, dei Paesi dai quali tanti disperati partono per attraversare il Mediterraneo. Manca, o viene rimossa, la consapevolezza del carattere strutturale delle migrazioni in atto verso l’Europa, migrazioni che nessun divieto, normativo o materiale, potrà  illudersi di fermare.  Così nessuno ipotizza una sanatoria per regolarizzare la situazione di circa 600.000 persone che oggi in Italia vivono in clandestinità, sottoposte a ogni genere di ricatti e forme di sfruttamento.

Rimane intanto ferma per l’Italia la politica definita dal governo ancora in carica. Se l’accordo con la Turchia serve a chiudere la rotta balcanica, quello con la Libia vuole interrompere la strada del Mediterraneo. Il recente sequestro della nave spagnola Open Arms conferma questa precisa volontà.

Non serve sottolineare come fonti diverse, anche autorevoli, abbiano evidenziato come i costi umani dell’operazione con la Libia siano terribili. Schiavitù e violenze vengono rimosse agli occhi dell’opinione pubblica, e le navi dei soccorritori volontari allontanate. Ciò che viene esibito con soddisfazione è la riduzione nel corso dell’ultimo anno del numero degli sbarchi, e si fa finta di non vedere ciò che, senza bisogno di troppe parole, evidenziano le condizioni terribili di coloro che riescono ad arrivare. Si arriva e, come è capitato il 12 marzo in Sicilia, si fa appena in tempo a morire dopo lunghi mesi di fame e dura prigionia. Segen, questo era il nome di un ragazzo eritreo morto per fame nell’ospedale di Modica. Oggi è l’emblema dell’attuale politica italiana, il simbolo delle scelte dell’Europa fortezza.

L’associazione “Manifesto per Padova senza razzismo e discriminazioni” denuncia come inaccettabile questa situazione e auspica che forze politiche, sindacali, culturali e rappresentanze istituzionali operino per modificarla, con pubbliche prese di posizione e scelte concrete.

*presidente onorario Manifesto per Padova senza razzismo e discriminazioni

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