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L’inferno delle donne, lavoro in cambio di sesso

 

di Marco Omizzolo

Sempre più donne, migranti e italiane, lavorano come braccianti nelle campagne del Paese. Solo in Puglia, secondo la Flai Cgil, ci sono circa quaranta mila braccianti donne gravemente sfruttate e retribuite trenta euro per lavorare 10 ore continuative nella raccolta delle fragole o dell’uva.
Molte di loro sono sfruttate più dei loro colleghi italiani e, a volte, anche sottoposte a spregevoli forme di ricatto e violenza sessuale.
Donne, spesso migranti, che per lavorare devono accettare di essere toccate dal padrone o dal caporale di turno, se non di salire sull’auto del padrone italiano allo scopo di soddisfare ansie sessuali. È il corpo della lavoratrice donna che diventa oggetto, strumento, espressione di un potere che è machista e mafioso nel contempo.
Esistono realtà in cui questa aberrazione è in qualche modo esplosa. Si tratta di aree agricole in cui lo sfruttamento lavorativo e il caporalato è meglio organizzato e più ramificato, come in Calabria, Puglia, a Vittoria (Sicilia) e nel Pontino, e le mafie diffuse nella filiera agricola come in quella politica e amministrativa. Non è raro infine trovare alcuni centri di accoglienza che fanno da cornice e ufficio di collocamento di questa coniugazione spregevole tra sfruttamento lavorativo e sessuale. Ancora una volta partire dalle parole delle donne sfruttate e ricattate è la strada migliore da seguire per compredere i contorni di questa vicenda. Ramona, bracciante romena di circa 30 anni impiegata nelle campagne della provincia di Latina dichiara: “Il padrone mi aveva assunto e subito chiesto di andare ad una cena aziendale con lui. Mi sorprese questa proposta ma accettati perché pensai di stare con altre persone e di non correre pericoli. Tra le prime persone che mi presentò c’era l’avvocato dell’azienda, un uomo molto ricco di circa 70 anni. Sul finire della serata il padrone mi disse che, se volevo davvero lavorare nella sua azienda, dovevo salire con quell’avvocato nella sua auto e soddisfare le sue richieste sessuali. Io mi alzai e andai via. Ovviamente non ho potuto lavorare con quell’azienda”.
Anche Amita, giovane donna, madre e bracciante indiana pontina, racconta la stessa esperienza. “Io non ho capito subito – dice Amita – non sono abituata. Per noi il rispetto è tutto. Il padrone invece mi ha detto che dovevo accettare la sua proposta, altrimenti andavo a lavorare nel campo con gli uomini oppure restavo a casa”. Amita ne parla con accanto il marito che ci accoglie in una casa modesta, nelle campagne tra i Comuni di Sabaudia e Pontinia. Il padrone esporta ortaggi in tutta Europa, fa lavorare i braccianti indiani di notte, è dichiaratamente un fascista e usa le donne come strumenti da sfruttare sul lavoro e per il suo piacere personale.
Un imprenditore agricolo pontino invece confessa di impiegare braccianti romene che spesso recluta direttamente in Romania alle quali concede in affitto alcune sue abitazioni, chiedendo loro di soddisfare le sue richieste sessuali o quelle dei figli. Sono tutte giovani ragazze reclutate anche sulla base dell’età e bellezza, impiegate come braccianti e spesso malpagate e, infine, indotte ad accettare le richieste sessuali del padrone per poter continuare a lavorare. Un padrone non collegato ad alcun clan e di origine veneta peraltro.
Il fenomeno è molto più esteso di quello che si pensa. Storie analoghe si possono ascoltare in Puglia o in Sicilia. Leonardo Palmisano, sociologo e scrittore, non ha dubbi: “La condizione delle donne in agricoltura è spaventosa. Ci sono, per esempio, braccianti nigeriane e ghanesi, nel foggiano, sfruttate come prostitute la sera. Il ricatto sessuale è all’ordine del giorno. E non poche sono minorenni. I due fenomeni tendono a fondersi in un unico sistema neoschiavistico”.
E quando le ragazze, sfruttate nei campi agricoli italiani, vivono nei centri di prima accoglienza il cerchio si chiude. Dormono nei centri, lavorano come schiave nei campi e di notte sono obbligate a prostituirsi sulle strade in prossimità del centro stesso.
Lo ha denunciato ad ottobre del 2017, in un convegno pubblico organizzato dal Dipartimento Pari opportunità, il responsabile immigrazione della Caritas, Oliviero Forti, che ha dichiarato: “Nei centri di accoglienza straordinaria, le vittime di tratta vivono accanto ai propri sfruttatori. È una realtà nota, alla quale finora non si è riusciti a dare alternativa”.
Un problema già sollevato e mai affrontato nel merito. La preparazione degli operatori nei centri di accoglienza è spesso inadeguata ad affrontare situazioni di questa natura. Molte delle strutture presenti in Campania, in particolare lungo il litorale Domizio, ad esempio, sono dotate di un unico operatore per la mediazione, accompagnamento in questura, presso la Asl e in ospedale, distribuzione dei pasti e gestione delle varie criticità.
Sotto questo profilo la situazione è fuori controllo in diverse regioni, come in Calabria, ad esempio, almeno secondo la denuncia degli attivisti della Campagna LasciateCIEntrare che sono riusciti a introdursi in due strutture della provincia di Catanzaro, a Lamezia Terme e a Feroleto Antico. Tutto questo significa che la tratta delle prostitute sta passando anche attraverso alcuni centri di accoglienza italiani. Le schiave nei campi e sulle strade compiono lo stesso esodo dei profughi. Prima nel deserto, poi su un gommone in mezzo al Mediterraneo e, infine, sbarcano in Italia e vengono collocate in un centro di accoglienza. Molte di loro vengono sfruttate nei campi e poi in strada.
Vittoria però, in Sicilia, è il caso più eclatante. Donne reclutate in Romania vengono spesso portate nel ragusano per essere sfruttate nelle relative campagne. Alcune di loro, dopo essere giunte a Vittoria, vengono impiegate in campagna per lavorare 10 o 12 ore al giorno. Le più belle e giovani, spesso le più fragili e ricattabili, anche perché madri, sono obbligate a soddisfare le voglie sessuali del padrone. Vengono infatti obbligate ad esibirsi in qualche casolare abbandonato in campagna con intorno padroni italiani.
Il primo a denunciare tutto è stato un parroco di Vittoria, Don Beniamino Sacco, un uomo forte e coraggioso, che ha chiamato questa mostruosità, “festini agricoli”. A Vittoria, oltre il 40% della manodopera romena è composta da donne, arrivate in autobus dalla zona di Botosani con la speranza di lavorare per mantenere quasi sempre il loro bambino rimasto in patria.
In tutto i romeni di questa zona sono 4 mila e le donne circa 1.600-1.800, con un’età che va dai venti ai quarant’ anni. Don Sacco ritiene che sarebbero tra le 1.000 e le 1.500 le donne romene vittime dei loro padroni italiani.
Il numero di aborti nella provincia è infatti esploso ed è un chiaro indicatore che conferma le violenze sessuali nei confronti delle braccianti romene. É un fenomeno diffuso e nel contempo ancora troppo sommerso. Lo Stato dovrebbe intervenire non solo reprimendo i protagonisti di questa mostruosità ma prevenendo il fenomeno e poi agendo con servizi sociali adeguatamente finanziati e articolati, professionali e competenti, per aiutare tutte le donne vittima di violenza e sfruttamento, tratta, ricatto sessuale e segregazione a superare il trauma e tutelandole integralmente.
Ma di uno Stato così attento e impegnato per ora non si vede neanche l’ombra.

( 9 – continua)

Da mafie

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