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“Animal Day” Intervista Philip Lymbery, fondatore di Compassion in World Farming

 

Il 19 febbraio si è tenuta a Napoli la quarta edizione di “Animal Day Napoli”, la giornata per i diritti degli animali organizzata dall’associazione Animal Day, presieduta da Susie Romano, fondata da Stella Cervasio, garante dei diritti degli animali del Comune di Napoli, che ha condotto le interviste della manifestazione. Una non stop di incontri con studenti, associazioni, amministratori della città, zoologi, veterinari, comuni cittadini che hanno potuto incontrare il massimo esperto europeo di allevamenti intensivi: Philip Lymbery, fondatore di CIWF (Compassion in World Farming), la più grande organizzazione internazionale non governativa per la protezione e il benessere degli animali da allevamento. Lymbery ha girato il mondo per monitorare gli effetti disastrosi sull’ambiente e sugli insediamenti umani di questo tipo “estremo” di zootecnia e ha contribuito a far abolire in alcune nazioni sistemi che non vanno in direzione del benessere animale, come i recinti per i vitelli separati dalle madri e le gabbie per le galline ovaiole. Ogni anno vengono allevati nel mondo circa 70 miliardi di animali destinati all’alimentazione umana e 2 su 3 in allevamenti intensivi, trattati come macchina da produzione invece che esseri senzienti, come è scritto nelle convenzioni internazionali. In Italia l’85 per cento dei polli sono allevati in batteria, il 95 per cento dei suini e quasi tutte le vacche da latte non hanno accesso al pascolo e trascorrono la loro vita al chiuso. La strada è ancora lunga. Due libri di Lymbery sono stati tradotti in Italia, “Farmageddon” e “Dead Zone”, diventati subito dei best seller. L’associazione Animal Day ha consegnato a Philip Lymbery la medaglia d’argento di “animalista dell’anno”. A dare il benvenuto all’esperto, l’assessore al Welfare e ai diritti animali del Comune di Napoli, Roberta Gaeta, e l’assessore alla Cultura Nino Daniele. La manifestazione è stata realizzata con l’apporto comunicativo solidare di Articolo 21, sezione Campania.

(nella foto l’assessore alla Cultura Nino Daniele con Lymbery all’Animal Day)

A quali aziende avete proposto finora la vostra idea e quali hanno aderito?

“Ciwf è una organizzazione internazionale che si occupa del benessere degli animali e dell’ambiente. Abbiamo sedi in 12 paesi del mondo, in Italia a Bologna, nel Regno Unito, negli Usa, Sudafrica, Cina e diversi altri paesi. La nostra proposta è di mangiare più ortaggi, meno carne, meno uova, latte e latticini, ma soprattutto carne uova e latte di qualità migliore, ottenuti da animali che vengono allevati in condizioni migliori e all’aperto. Lavoriamo con i governi, le autorità locali, con i cittadini interessati, e abbiamo fatto la nostra proposta a oltre 800 aziende, un numero in costante aumento. Cerchiamo di convincerle a vendere le uova di galline cresciute all’aperto, libere di muoversi, invece che in batteria. Ha aderito alla nostra idea la Coop Italia, che ormai non vende più uova di galline cresciute in gabbia. Non otteniamo sempre dei sì, ma è un ottimo inizio. La nostra strategia è di offrire alle persone, aziende, governi, una possibile alternativa per cominciare”.

 

(nella foto le classi vincitrici del concorso “Imma della Valle” all’ANIMAL DAY)

In “Dead  Zone” la prima tappa del suo viaggio è a Sumatra, dove esplora le coltivazioni delle palme per la produzione del frutto, il palmisto, nutrimento a basso costo finito nelle mangiatoie dei bovini, estranei a quelle aree geografiche. La distruzione della foresta per la creazione di coltivazioni di palme ha attirato gli elefanti troppo vicino agli insediamenti umani e ne ha causato uccisioni di massa. Ma a volte il rimedio è peggiore del male, come quando, con l’idea non sempre sincera di salvare animali a rischio di estinzione, li si deporta in santuari se va bene, o in bioparchi che poi sono zoo. Per lei è una soluzione praticabile?

“Il problema più grande è che l’habitat di questi animali sta scomparendo e a causa nostra. A Sumatra ho voluto accendere una luce su un problema poco noto. Sappiamo tutto dell’olio di palma, ma ignoriamo che il nocciolo della palma viene dato ai bovini. La metà del palmisto prodotto al mondo viene importato in Italia e lo mangiano le mucche di cui si beve il latte e si mangia la carne. Animali che dovrebbero mangiare erba, si nutrono di un alimento a loro totalmente estraneo. Li abbiamo tolti dallo stato libero in cui vivevano e rinchiusi in ambienti ristretti. Quest’idea si poteva pensare che consentisse di risparmiare spazio, ma togliendoli dalla terra si è ora costretti a produrre il cibo per loro in enormi terreni dove coltivare soia, mais, creando cioè monocolture enormi, spruzzate da pesticidi. Tutto l’habitat viene spazzato via, lasciando uno sterminato deserto verde: via alberi, cespugli. Questo provoca un effetto a catena, dove gli insetti vengono uccisi dai pesticidi e gli uccelli non trovano più nulla da mangiare, perché anche i vermi spariscono dal terreno. E’ un vero e proprio collasso dell’ecosistema. Perché l’uomo fa questo? Perché nel breve periodo consente di produrre enormi raccolti. Ma a lungo termine i danni sono illimitati. Per produrre un terzo del cibo per il nostro fabbisogno abbiamo bisogno degli animali impollinatori, ma così scompaiono anche le api. E c’è di più: anche il suolo sta sparendo. Si prevede entro 60 anni la scomparsa di tutto il terreno utile alle colture. Rimarremo soli in questo enorme deserto verde”.

Lei sostiene che se gli animali tornassero a mangiare erba sulla terra, invece che questa venga utilizzata per coltivare cereali da portare a loro rinchiusi in capannoni degli allevamenti intensivi, si ridurrebbero molti sprechi. Può spiegare come?
“Se passassimo dall’agricoltura su base intensiva a una che si diffonda più ampiamente e che consenta di avere colture e allevamenti più naturali avremmo cibo per tutti. Lo dico perché ho fatto i miei calcoli, oggi siamo 7 miliardi di persone sulla terra, produciamo già cibo per 16 miliardi di persone. La realtà è che possiamo nutrire tutti coloro che sono sulla terra in questo momento con cibo di buona qualità utilizzando meno terreni agricoli. Lo spreco maggiore ora è che stiamo utilizzando la quantità di cibo che basterebbe a nutrire 4 miliardi di persone, con il quale nutriamo animali allevati in modo industriale che poi negli scarichi fanno finire la maggior parte del valore nutriente di questo cibo. Quindi il futuro può essere positivo ed empatico, c’è solo bisogno che cambiamo il modo in cui produciamo il cibo. I pascoli coprono un quarto della superficie. I terreni coltivabili invece sono molto più scarsi. Mettendo gli animali nelle gabbie ingeneriamo in loro malattie, e questo produce vantaggio per le case farmaceutiche. La conversione di quegli alimenti comporta uno spreco enorme. Se le mandrie venissero riportate al pascolo trasformerebbero qualcosa che noi non possiamo mangiare, cioè l’erba, in proteine commestibili per noi umani. Attualmente gli allevamenti intensivi consumano cibo che potrebbe alimentare 4 miliardi di persone sui 7 miliardi di abitanti del pianeta. Che cosa possiamo fare? “Stop the machine”, fermare la macchina. Attraverso le nostre scelte alimentari, meno carne e meno latte e uova e di qualità migliore, e assicurandoci che i prodotti vengano da animali in condizioni di libertà. Dobbiamo chiedere un cambiamento urgente”.

E che avviene con l’alimentazione a base vegetale?
“Noi dobbiamo fare attenzione a come viene prodotta. Gli ortaggi infatti crescono sugli stessi terreni dove vengono messe le monocolture e spruzzati pesticidi. E questi andrebbero evitati, in favore di verdure coltivate in modo adeguato. La soia ha un contenuto proteico completo, ma per coltivarla vengono spazzate via enormi superfici di foresta pluviale. La soia che viene coltivata in Sudamerica serve a produrre i mangimi per gli animali che vengono allevati in maniera industriale anche in Italia. E tuttavia se mangiamo la soia che viene dal Sudamerica prodotta in quel modo, è molto probabile che anche vegetariani e vegani senza saperlo contribuiscano alla distruzione di quegli habitat lontani, mettendo a rischio specie animali altrettanto lontani: vive (male) la mucca, muore il giaguaro. Siate perciò molto selettivi, comprate ciò che viene prodotto a livello locale, e la buona notizia è che in Italia viene prodotta molta soia: si può mangiare quella”.

 Nei suoi due libri, lei parla di economia, cita dati e situazioni, ma nella sigla della sua associazione la prima parola è “compassion”, empatia. Quale effetto ha avuto su di lei la visita a tanti allevamenti intensivi e la vista di tanta crudeltà sugli animali?
“Compassion equivale a “soffrire insieme”. Negli ultimi cinque sei anni ho viaggiato in tutto il mondo, sono stato in Cina, a Sumatra, in Brasile, in Argentina, per vedere le condizioni in cui gli animali vengono tenuti negli allevamenti intensivi e quest’esperienza mi ha cambiato. Il concetto di soffrire insieme a qualcun altro è un sentimento profondo e dipende anche dalle convinzioni personali di ciascuno di noi.Dobbiamo pensare che gli animali abbiano un’unica vita e il fatto che la trascorra a fissare le sbarre di una gabbia ci dovrebbe far domandare per quale motivo avviene questo. Ma io ho visto anche l’effetto sugli animali selvatici, il cui ambiente è stato distrutto per fare posto alle colture che danno da mangiare agli animali “detenuti” per tutta la loro vita nelle aziende zootecniche. E ho visto anche l’effetto sugli esseri umani: bambini con piaghe, intere famiglie ammalate di cancro, indigeni cacciati dalle loro terre. Sono stato seduto in una stanza in Argentina con fieri guerrieri che mi hanno raccontato come la loro vita sia stata cambiata per sempre, e li ho visti piangere. Ed è per questo che sono con voi oggi, perché ho davvero sofferto e continuo a soffrire con quelle persone, con quegli animali e penso che questo debba finire. Ma sono sicuro che ci saranno molte altre persone che la pensano come me”.

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