Sei qui:  / Culture / Teatro / Prigionieri di un sogno

Prigionieri di un sogno

 

“Ragazzi di vita” da Pasolini di scena all’Argentina di Roma- Regia di Massimo Popolizio

La mia natura è allegra, giocosa. Ma ciò che vivo, imparo, mi sta attorno rende tutto impossibile (P.P. Pasolini)

Per fortuna, o sfortuna (metti gli orfani del Sistina…), non siamo dalle parti di “Rugantino”, “Marchese del Grillo”, “Storie d’amore e de cortello”. Che pur rappresentano l’apice di certo teatro nazional-popolare per cui si storceva il naso e ci si stornellava in platea. Tuttavia, lo spirito di “certa” romanità tutta “core”, smargiassate e “forza lupi” aleggia (più acculturato, accurato, non sbandierato..anzi)  fra queste “voci lontane sempre presenti”-giusto per citare un film bello e dimenticato di Terence Davies-  di cui s’è fatto laboratorio teatrale lo spettacolo (di inconfutabile successo) che Massimo Popolizio deduce dal romanzo di Pasolini del 1955. Con i dovuti riguardi per “i piaceri e i sospiri” dovuti dalla memoria – più o meno collettiva- alla trasformazione antropologica (quindi culturale) di uno specifico nucleo sociale, oggi inesistente o sbriciolato nella mucillagine del consumismo spacciato per emancipazione, progresso, opportunità ‘globaliste’ (…in sala bingo)

E poiché, di quel nucleo, restano sporadiche tracce di poesia e perdute innocenze, letterarie e non solo, che non appartengono- credo- al solo folklore o alle fughe ‘all’indietro’ di un pubblico reso sciatto, rinunciatario (banalmente ridanciano) dalle subentranti non-vivibilità della metropoli, della città che si riteneva Eterna ed oggi va a pranzo a S. Egidio. Poiché appannaggio di un patrimonio (non solo capitolino) di umanitarie sinergie e “idealizzazioni – demistificate” (ossimoro volontario) del tutto sconosciuto ai veleni relazionali, interpersonali dell’amaro presente. E di cui Pasolini, volendo rendersene cantore, finì (involontariamente) per diventarne mallevadore, ‘garante’ di inesistenti ed inconsistenti genuinità contaminate (questo si) dal Dio Profitto.

Al punto da rendere (altri, lui non poteva) il trascorso quarantennale della sua morte la improvvida (fuorviante) beatificazione dell’Intellettuale Corsaro, del Polemista nudo e crudo, cui (a posteriori) tutti tirando “la giacca” (da parti opposte) attribuendogli una sorta di potere divinatorio: quello che gli aveva permesso “di vedere in anticipo gli orrori verso i quali ci stavamo dirigendo”.

La regia di Massimo Popolizio riorganizza alacremente la drammaturgia di Emanuele Trevi  in capitoli diversi rispetto all’originale narrativo, ciascuno proclamato dal solito fondale in diapositive e filmati d’epoca, avendo per chicche  alcune immagini della prima Hollywood sul Tevere, a base di finti Colossei, leoni di casa Orfei e Messaline messe in mostra statuina  – mentre  suoi diciotto giovani attori   vivacizzano quel microuniverso (quella cornice) da cinema all’aperto con disinvolture e disinteressi che già apparvero nella amata-odiata “Roma” di Federico Fellini.  Stakanovismo, entusiasmo, talento dei singoli (chi più, chi meno eclettico) sono fuori discussione   Èd è ‘eloquente’ la disadorna  scena di Marco Rossi, a palcoscenico vuoto (sino alle mura di fondo), ove  si improvvisano seratine da ballo, ‘lavoretti’ di ladruncoli (come in “Sotto il sole di Roma” di Castellani), parapetti sul Tevere e sull’Aniene, con una semovente piattaforma che fa la spola (vecchio bus Atac)  fra i Castelli, la  spiaggia di Ostia, Osterie del tempo perso e ammiccamenti sottotraccia a quelli non più ritrovati (se mai esistiti).

Quello che “non deve” percepirsi è lo sguardo dell’autore rispetto a “quel mondo lì”, denso come un formicaio, “costretto eppure spensierato tra il dopoguerra e il boom” (prima che quello vero iniziasse a Piazza Fontana). Quindi sul lungo solco di una letteratura realista che- dalle idealizzazioni elegiache del proletariato alle indifferenze mercenarie della mai morente borghesia- annovera, in Italia, ‘forti’ esemplari quali Bernari, Moravia, Brancati, Pratolini

La diversità –in Pasolini- fu, semmai (e secondo critici di vaglia), quella di una   osservazione   “capace di  inventare una lingua acida e violenta, romanesca  ma senza  calchi di divulgazione e  celebrazione dialettale”. E dove, quello che un tempo suonava  triste gergo di strada (sdoganato dalla intellighenzia di “Accattone”),  conduceva, per esperienza diretta, dedizione alla propria natura (quella ‘randagia’ di Pasolini) “a modalità di fede, di comportamento, di infelicità praticata con zelo” – e che andavano oltre la distaccata  catalogazione del flaneur (come oggi, azzarderei, succede ad un prosecutore del pasolinismo-martirizzato, qual è Walter Siti).

Ovviamente non lo sanno, né potrebbero. Ma i ragazzi di “quella vita”, non ancora polarizzata dai Maglianesi e dai loro  traffici (e romanzi) criminali,  nuotano e affogano fra  contraddizioni smargiasse e  perdute illusioni: di riscatto, come nelle ‘fancazziste’ mattinate estive alla marana di borgata o fra le acque del Tevere “già zozzato da sorci e discariche”

Lo spettacolo invece  (la cui drammaturgia esalta, con discreto gusto bozzettistico, ogni potenzialità gioiosa-giocosa-melanconico di vari tipi e caratteri che) conquista facilmente lo spettatore ormai  post-ronconiano, quindi ben avvezzo all’alternanza di narrazione e pantomima dialogante, monologante, evocativa di quel che fu (come nel “Pasticciaccio di via Merulana” a teatro). Crudele, sfrontata,   pacificata specie nel suo evidenziare i tanti impacci e disagi  del rapporto con le ragazze di rione (purtroppo stereotipate su modelli di ‘sciabane’, ‘ciumachelle’ e ‘povere illuse’). Mentre la circolarità del racconto, che si apre e si chiude con la sacrificale morte per annegamento di Riccetto  (“che salvava una rondine dalle acque”)  lascia interdetto e magnificante  pure l’amico   «narratore» (Lino Guanciale), che sta dentro e che sta fuori da quel che dice, avendo  a modello le piccole epopee del più ‘sorgivo’ Ascanio Celestini.

Ma ogni confronto suonerebbe, e sarebbe, ingeneroso.

°°°°

“Ragazzi di vita”

da Pier Paolo Pasolini  drammaturgia Emanuele Trevi   regia Massimo Popolizio

con Lino Guanciale e Sonia Barbadoro, Giampiero Cicciò, Roberta Crivelli, Flavio Francucci,  Francesco Giordano, Lorenzo Grilli, Michele Lisi, Pietro Masotti, Paolo Minnielli, Alberto Onofrietti, Lorenzo Parrotto, Cristina Pelliccia, Silvia Pernarella, Elena Polic Greco, Francesco Santagada, Stefano Scialanga, Josafat Vagni, Andrea Volpetti  – Scene Marco Rossi, costumi Gianluca Sbicca,  luci Luigi Biondi, canto Francesca della Monica,  video Luca Brinchi e Daniele Spanò  – Assistente alla regia Giacomo Bisordi

Produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale. Teatro Argentina (poi in tournée)

TI POTREBBE INTERESSARE ANCHE