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“Non è lavoro, è sfruttamento” di Marta Fana (Editori Laterza, 2017)

 

Denunciare i danni del lavoro precario, in una società strutturata secondo la regola che il valore di ogni cosa è commisurato al suo costo, è assolutamente doveroso e bene ha fatto l’autrice a sottolineare che non si deve in alcun modo «soffiare sul fuoco delle responsabilità individuali, delle frustrazioni che la solitudine sociale produce». Bisogna smetterla di enumerare i suicidi per precariato o fallimento come un elenco di casi individuali. È necessario urlare e mobilitarsi contro le classi dirigenti e politiche che promettono, illudono, arraffano e affamano. Ribellarsi alla cultura mafiosa e omertosa che nel lavoro prolifera più che altrove. Inchiodare alle proprie responsabilità generazioni intere di italiani che hanno preferito il compromesso, turandosi il naso prima al seggio elettorale e poi accettando leggi e provvedimenti che hanno generato condizioni di lavoro da vero e proprio sfruttamento.

Pubblicato con la casa editrice Laterza, Non è lavoro, è sfruttamento di Marta Fana è un testo molto ben scritto e articolato che analizza vari aspetti del fenomeno e da varie angolazioni, senza mai perdere di vista l’obiettivo, ovvero il racconto e la denuncia. Punti di partenza fondamentali affinché  si metta in essere la “rivoluzione” del cambiamento, quello voluto dal popolo e non da esso subito.

È vero quanto dice l’autrice, che l’unità di classe della popolazione è stata costantemente attaccata proprio allo scopo di fare breccia e dividere. Ma lo è anche il fatto che ciò è stato possibile perché glielo si è lasciato fare. Andrebbe comunque ridimensionato l’aspetto di socializzazione del lavoro, e anche della scuola. Si può e si deve avere una vita anche fuori da questi luoghi che hanno, o dovrebbero avere, come scopo principale lo svolgimento della propria attività professionale e di formazione. L’essere umano è molto altro, il lavoro è solo una parte, una necessità generata dal bisogno di possedere un reddito, una retribuzione. Ottimo quando la Fana ricorda che dovrebbero lavorare tutti e di meno. È esattamente ciò che serve. Basta straordinari non pagati o sottopagati, basta collaborati “volontari” … lavorare tutti e meno.

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Doveroso aprire una parentesi sul reale ruolo svolto dai sindacati, più volte citati dall’autrice, nati per essere e farsi portavoce delle richieste dei lavoratori e garanti dei loro diritti e diventati, con il tempo e con i pubblici finanziamenti, sempre più dei semplici delegati, valvola di sfogo, mediatori, pacificatori tra le parti, zona cuscinetto tra l’avidità della ricchezza e lo sfruttamento della forza lavoro.

«Una triste storia di sfruttamento che ha coinvolto circa 18.500 lavoratori e che vede la firma dei tre maggiori sindacati italiani Cgil, Cisl e Uil.»

Un esempio tra i tanti, troppi che si potrebbero elencare, il reclutamento di giovani sponsorizzato con lo slogan a effetto “Essere volontario in Expo Milano 2015”.

Un libro interessante, necessario, doveroso Non è lavoro, è sfruttamento di Marta Fana, pubblicato nell’epoca che si definisce della digitalizzazione, e si ritiene evoluta rispetto a quelle oramai “arcaiche” industriale, agricola, capitalista. Una società che però sembra mantenere intatte moltissime forme e logiche di sfruttamento usate anche in passato. Solo che viene dato loro un nome diverso, preferibilmente preso in prestito dalla terminologia inglese. Così tutto diventa più cool, glam, fashion, trendy… Appunto. E così la precarizzazione del lavoro diventa jobs act, il lavoro a chiamata diventa voucher, il lavoro a cottimo diviene free lance. Ma la sostanza resta immutata, o peggiora. Purtroppo. E quando si ha necessità ulteriore di “ottimizzare” i costi per il personale entra in gioco la vera essenza dell’alternanza scuola-lavoro.

Straordinaria la lettera indirizzata al ministro Poletti, apparsa sul portale online dell’Espresso il 20 dicembre 2016 e riproposta anche nel testo, dettata forse, più che dal sentimento o dall’impulsività, dal tentativo di arginare con l’azione i conati di vomito che si riaffacciano a ogni decreto, legge o dichiarazione pubblica, ufficiale o ufficiosa, che corrisponde, in realtà, alla manifestazione di un potere immeritato, immotivato e malgestito da parte di intere classi politiche e dirigenti.

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