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Le voglie di Tony, il “primogenero” di Totò Riina

 

La sua pagina Facebook, aperta nel settembre 2017, ha un nome che è tutto un programma: “Il boss non boss, ma boss nel suo mestiere”.

Lui è Tony Ciavarello, marito di Maria Concetta Riina, e il suo uso spregiudicato di Fb già nei mesi scorsi lo aveva trascinato in accese polemiche per gli insulti ai giornalisti, e i minacciosi propositi di rivalsa divulgati dopo il sequestro di alcune sue società nel Salento: “Quello che avete fatto lo riceverete da Dio moltiplicato 9 volte, voi ed i vostri figli fino alla settima generazione”.
Ed ecco che il rampollo corleonese ci riprova con un sorta di blog di evidente ispirazione autobiografica. Nella presentazione si descrive fiero come il “primogenero di Totó Riina” e annuncia: “Ho deciso di raccontarvi la mia esistenza (la storia vera e non quella che fino ad ora vi hanno raccontato i giornali), intensa, tribolata, sempre al limite in ogni senso…”.
Ora l’intelligence antimafia dibatte e filosofeggia sullo sbarco in rete di una agguerrita net-generation mafiosa. E individua nel desiderio di apparire, di rendersi visibile, di “spettacolarizzarsi” delle nuove leve criminali la ragione per cui sempre più giovani uomini d’onore di Cosa nostra, ‘ndrangheta e Camorra, ostentano sui social modernissimi profili, non sempre criptati, ad uso e consumo di amici e affiliati, sfidando apertamente il rischio di fornire utili informazioni alle forze dell’ordine.
Qualche esempio? Il latitante Salvatore D’Avino, camorrista, che nel 2011 si mostrò sorridente sul profilo Facebook della sua compagna mentre passeggiava in Costa del Sol, in Spagna, svelando agli inquirenti il suo nascondiglio e finendo in manette. Ancora più vanesio Domenico Palazzotto, boss palermitano dell’Arenella arrestato nel 2012, che con un account di fantasia amava mostrarsi su Facebook a bordo di potenti motoscafi ma anche sul sedile posteriore di una limousine bianca, sorseggiando una coppa di champagne. E non meno social il camorrista Nino Spagnuolo, di Castellammare di Stabia, fan di Scarface, che scampato nel 2012 ad una sparatoria, non riuscì a resistere e scrisse su Fb: “Sto benissimo, mai sentito meglio, vi raccomando di non stare in pena per me”.
Ma non è solo il vezzo di giovani arrampicatori a caccia di un facile pedigree criminale. Perché lo stesso desiderio autobiografico che spinge i parvenu delle nuove mafie ad esibirsi sui social sembra aver travolto anche anziani boss di rango come il boss di Villabate Nino Mandalà che nel 2015 ha scritto “La vita di un uomo”, romanzo fitto di riferimenti alla propria esperienza carceraria maturata dopo la condanna per associazione mafiosa a 7 anni e 8 mesi.
E rampolli di alta aristocrazia criminale come Salvo Riina, terzogenito di don Totò che, sfidando la regola millenaria della riservatezza, nonché il  mistero che ricopre la pluridecennale latitanza del padre, l’anno scorso ha dato alle stampe “Riina family life”, ritratto di una famiglia in fuga dallo Stato, nel volume lanciato in pompa magna dal salotto di Bruno Vespa.
Ma perchè tutta questa voglia di auto-descriversi, di offrirsi agli sguardi altrui? Siamo di fronte ad una spia dell’enorme disagio di sopportare una way of life arcaica, basata sul segreto, che cozza con il mondo della comunicazione globale? Oppure siamo davanti ad una nuova strategia di comunicazione mafiosa che utilizza consapevolmente Internet, i social, e persino l’editoria, per “pubblicizzare” e riaffermare un’immagine seduttiva delle mafie, ormai decimate da ergastoli, pentiti e defezioni? E dunque: è possibile ipotizzare in un mondo di omertà e silenzio, dove la comunicazione può significare vita o morte, l’esistenza di una mafia 2.0 che seppellisce il mondo dei segreti e dei pizzini?
La risposta tuttora appassiona criminologi e informatici delle procure, preoccupati di leggere l’ennesima trasformazione delle organizzazioni criminali ma anche di scongiurare la possibilità che, sfruttando l’infinito potenziale del web, le mafie trovino strumenti utili per nuove estorsioni, ma soprattutto per la gestione dei latitanti sul territorio aggirando le intercettazioni telefoniche.
Poco più di un anno fa, Facebook fu costretto ad aprire i suoi “server” ai pm di Palermo per recuperare i messaggi di Anna Patrizia Messina Denaro con il fratello Matteo, il boss in cima alla lista dei superricercati di Cosa nostra. La donna, poi condannata a 13 anni per associazione mafiosa, apriva un profilo Facebook dietro l’altro, con foto e nomi falsi, l’ultimo dei quali era quello di  un’imperatrice romana: Lucilla. Oggi, gli inquirenti sono ancora a caccia di chi si nasconde dietro gli indirizzi Ip dei misteriosi interlocutori con cui Anna Patrizia scambiava affettuosità sulla chat privata. Mandando messaggi di poche righe, come fossero pizzini, formato web.

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