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Fabio Mussi: l’ultimo della Scuola di Francoforte

 

Buon compleanno a Fabio Mussi: un galantuomo e, soprattutto, l’ultimo ministro dell’Università degno di questo nome nel corso del secondo governo Prodi. Settant’anni di impegno e passione civile, settant’anni al servizio della sinistra e della politica migliore, settant’anni durante i quali ha sempre onorato il proprio ruolo, qualunque esso fosse, e contribuito alla crescita culturale della propria compagine e del Paese.  Una volta, un caro amico comune gli ha detto una grande verità: “Fabio, tu sei l’ultimo esponente della Scuola di Francoforte”, erede ideale di Adorno e Horkheimer, laureato alla Normale di Pisa e personalità di spicco di quelluniverso comunista che, grazie all’azione di Berlinguer, si affrancò progressivamente dai propri dogmi e dai propri tabù, modernizzandosi e rendendosi protagonista, negli anni dell’Ulivo, di una delle migliori stagioni riformiste che l’italia ricordi.

E Mussi, che di quella storia è stato un protagonista di primo piano, intrecciando un’amicizia lunga mezzo secolo, fra alti e bassi, con Massimo D’Alema, Mussi il piccolo combattente non ha mai smesso di lottare, non arrendendosi, come ad esempio fece purtroppo proprio D’Alema, alla nouvelle vague liberista degli anni Novanta e continuando ostinatamente a denunciare le distorsioni di un certo capitalismo e, in particolare, dei suoi interpreti sedicenti di sinistra.  Una vita controcorrente, dunque, sempre dalla parte della giustizia e della legalità, dei poveri e dei deboli, contro ogni forma di sopruso e di violenza, nel rispetto della dignità e dell’unicità di ogni essere umano e nel rifiuto della mercificazione di ogni cosa, fino a considerare la persona stessa alla stregua di un oggetto.

Fabio Mussi che compie settant’anni e procede, con la furia di un ragazzo, pronto oggi a dare una mano alla neonata formazione di Liberi e Uguali senza chiedere nulla in cambio, ed è un peccato perché soprattutto i giovani avrebbero un gran bisogno dei consigli di questo maestro umile che non si è mai sognato, pur potendoselo permettere, di salire in cattedra.

Settant’anni, caro Fabio, e rivedi le tue battaglie: dalla Piombino operaia in cui sei stato bambino al Parlamento in cui hai contribuito a rendere questo Paese un po’ meno ingiusto e un po’ più cosciente delle proprie potenzialità e dei propri diritti.

Settant’anni e viene voglia di augurarti non solo lunga vita ma anche un lungo impegno politico, nelle forme e nei modi che riterrei opportuni, in quanto, al crepuscolo della stagione dei rottamatori, che a causa della propria insipienza e della propria cattiveria intrinseca hanno clamorosamente fallito su tutti i fronti, qualunque fosse la loro bandiera, al termine di questa triste stagione, dicevamo, si avverte come non mai una necessità di pensieri lunghi, parole scelte con cura e concetti alti, nobili e in grado di ricostruire una connessione sentimentale con un popolo sfiancato dalla crisi, dalle divisioni e dall’assenza di un dibattito pubblico degno di questo nome.

Settant’anni e un’incredibile volontà di camminare ancora. Del resto, caro Fabio, sai bene che la strada è lunga.

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