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A MALTA DICONO: DAPHNE SE L’È ANDATA A CERCARE

 

Malta è un piccolo paese. Ci conosciamo tutti. Perciò non accetto che, per spiegare ciò che è accaduto, si dica che certi giornalisti sarebbero alle dipendenze della Russia. Chi dice queste cose non conosce i problemi che noi cronisti dobbiamo affrontare.

Il primo problema è che qui, a Malta, l’informazione è molto politicizzata. È dominata dai due maggiori partiti politici che governano il paese, il partito nazionalista e quello laburista. È un disastro, una vergogna. Perché ognuno vuole avere tutta la scena per sé. Ciò crea gran parte dei nostri problemi.

Ma ci troviamo anche di fronte a un problema di analfabetismo mediatico (“media literacy”). Si ignora quale sia la funzione dei media e dell’informazione giornalistica. La gente non si rende conto di cosa voglia dire fare informazione. Ognuno vorrebbe che i media fossero oggettivi soltanto verso il suo partito preferito e criticassero soltanto il partito avverso. Ognuno ragiona secondo il proprio orientamento politico. Questo atteggiamento crea grossi problemi, anche a me.

Inoltre le istituzioni ignorano le esigenze del giornalismo, ignorano noi giornalisti, non rispondono alle nostre domande.

Io lavoro anche per la radio. Quando mi occupo dell’attività o degli esponenti di un partito per dire cosa fanno, immediatamente vengo criticato come se fossi un sostenitore e un propagandista di quel partito. Accade lo stesso quando mi occupo del partito laburista o del partito nazionalista. Accade la stessa cosa, mi considerano un sostenitore! La gente ci chiede programmi che possano piacere a tutti ed è impossibile!

Forse è vero che recentemente abbiamo fatto troppi programmi sullo scandalo dei Panama Papers. Dagli ambienti del governo ci hanno chiesto di parlare piuttosto del grande sviluppo economico di Malta. Io ho risposto: mi dispiace, decido io, questo è il mio lavoro!

Per noi è difficile capire cosa altro dire di fronte all’accusa di essere satelliti guidati dalla Russia!

Ancora adesso, dopo un mese e mezzo, non si riesce a capire bene cosa sia successo, perché sia stata uccisa Daphne Caruana Galizia. Ma ci sono persone che dicono: se l’è andata a cercare!

Noi abbiamo protestato per questa uccisione, anche per la modalità di stile mafioso di quell’attentato. Ma la gente non ci ascolta. Dice di averne abbastanza di questa storia. Dice: perché piuttosto non parlate dell’andamento positivo dell’economia di Malta?

La gente vede le cose senza sfumature. Vede in bianco o nero. È pro o contro qualcosa. Basta vedere cosa si scrive sui social network. Correggere le opinioni infondate e sbagliate è al di là delle nostre possibilità. Io comunque non accetto che si cerchi di spiegare l’assassinio di una giornalista dicendo: se l’è andata a cercare e avrebbe dovuto pensarci prima di pubblicare certe cose.

Per noi cronisti il pericolo è sempre dietro l’angolo. Mi chiedo se i miei colleghi siano protetti come sarebbe necessario. Due anni fa mentre mi occupavo di immigrazione, ho visto due strani personaggi stazionare nei pressi di casa mia. Mi sono insospettito e ne ho parlato con il capo della polizia. “Te ne sei accorto?”, mi ha risposto, spiegandomi che erano uomini della polizia e che li aveva incaricati di proteggermi, ma senza avvertirmi.

Ritornando alle reazioni per la morte di Daphne penso che dobbiamo fare molta attenzione a ciò che fanno alcune organizzazioni. Noi giornalisti abbiamo ognuno la nostra agenda programmatica e le nostre preferenze. Io non mi vergogno di dire che sono convinto ambientalista. I giornalisti devono prendere posizione su alcuni temi. Ma quando ci schieriamo dobbiamo fare attenzione per non cadere nelle trappole tese da qualcuno.

Dobbiamo riflettere su ciò che è successo nell’ultimo mese. Io, ad esempio, sono stato intervistato da molte organizzazioni e vari media. Ognuno voleva sapere da me delle cose legate a dinamiche del loro paese: un giornalista italiano voleva risposte sulla mafia, i giornalisti britannici sulle disposizioni per la sicurezza, e così via. E io pensavo: ma questo che cosa ha che fare con la vicenda di cui parliamo?

Dobbiamo capire cosa è successo veramente e dobbiamo cercare di approfondire la conoscenza dei fatti. Non basta criticare perché così la gente non ci capisce più niente. Certo, ognuno ha il diritto di criticare, anche i media se è convinto che non abbiano fatto bene il loro lavoro. Ma, per favore, prima di criticare ognuno si assicuri di essere ben informato! Io non ho problemi a criticare lo Stato e la televisione pubblica ma non si faccia di ogni erba un fascio. Non voglio criticare in blocco i miei colleghi che lavorano lì, perché anche tra quelli che lavorano per i media statali ci sono buoni giornalisti. Ad esempio è stata scoperta proprio da loro la pista maltese dell’attentato di Lockerbie del 1988.

A Malta la gente è abituata a commentare, a esprimere opinioni senza conoscere i fatti. Sul nostro sito web noi riceviamo ogni giorno millecinquecento commenti di questo tipo. È pazzesco! Il giornalismo è un’altra cosa e dobbiamo cercare di farlo capire. Dobbiamo capire bene cosa sia realmente accaduto. Vale anche per i media e per i giornalisti: prima di criticare, devono assicurarsi di essere ben informati e di usare dati e documenti verificati.

Questa è la trascrizione dell’intervento del giornalista maltese Herman Grech, al seminario organizzato da Ossigeno il 6 dicembre all’Università di Malta, dal titolo “Assalto al giornalismo. Il punto sulle pressioni esercitate sui giornalisti, all’indomani dell’uccisione di Daphne Caruana Galizia”. L’incontro è stato promosso da Ossigeno per l’Informazione insieme con la Facoltà di Benessere Sociale dell’Università di Malta e si è svolto nella sede dell’Università a La Valletta. Fa parte del progetto che Ossigeno sta realizzando insieme al “Centro Europeo per la Libertà di stampa e dei media” (ECPMF) con i sostegno della Commissione Europea negli atenei europei.

MF-MLF

Da ossigenoinformazione

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