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Perché la condanna di Minzolini per abuso d’ufficio fa bene all’informazione (e anche ai Direttori)

 

Ieri la Corte d’Appello di Roma ha confermato la condanna a quattro mesi di reclusione di Augusto Minzolini per aver rimosso, da direttore del Tg1, Tiziana Ferrario dalla conduzione e per averla lasciata priva di incarichi.
Perché queste due condanne? Perché, secondo i giudici penali, Minzolini non ha esercitato i poteri del direttore, come da lui sostenuto in appello, ne ha abusato.
Ne ha abusato perché è venuto meno al fondamentale dovere di garantire l’autonomia del corpo redazionale da pressioni esercitabili dall’editore o da altri, per consentire “quel clima di libertà di informazione e di critica che la legge vuole assicurare come necessario fondamento di una libera stampa” (Corte Cost. 10.2.1968 n. 98). Questo dovere – che è il fondamento degli ampi poteri dell’art. 6 CNLG e il motivo per il quale, ad esempio, il direttore di testata propone assunzioni, licenziamenti e partecipa ai procedimenti disciplinari – è rafforzato presso la Rai dalle previsioni del Contratto di Servizio che vincola la Rai al pluralismo informativo. Pluralismo che Minzolini, nel periodo della sua direzione al Tg1, ha più volte violato omettendo notizie sgradite all’allora capo del Governo o consentendone un’errata diffusione (come nel caso, ormai famoso, della notizia dell’assoluzione dell’Avv. Mills invece del non luogo a procedere per intervenuta prescrizione), esponendo, fra l’altro, la Rai alle pesanti sanzioni amministrative irrogate dall’AGCOM.
Ne ha abusato perché non ha, come stabilito dall’art. 6 CNLG, stabilito quali mansioni dovesse svolgere Tiziana Ferrario, ma si è limitato a privarla della conduzione senza assegnarle altri incarichi per oltre 7 mesi fino a quando, dopo ben due ordinanze cautelari del Tribunale del Lavoro di Roma con cui la Rai veniva condannata a riassegnarle la conduzione, non è stata assegnata a UnoMattina. E ciò ha fatto nei confronti di Tiziana Ferrario e di quanti, come lei, si erano apertamente schierati contro di lui a difesa del pluralismo informativo.
Ne ha abusato, infine, in quanto incaricato di pubblico servizio, essendo la Rai concessionaria del servizio pubblico informativo. Durante il processo MInzolini ha tentato di sostenere che tale qualità si esprime solo nella formazione dei contenuti informativi e non nelle scelte organizzative, ma non v’è alcun dubbio che la scelta del “chi fa cosa” (o, nella specie, del “chi non fa nulla”) ha un effetto determinante sul prodotto realizzato ed attiene quindi all’esercizio di una pubblica funzione.
Quando nel dicembre 2015 Augusto Minzolini fu condannato in I primo grado, qualcuno osservò che si trattava di un precedente potenzialmente pericoloso perché di fatto rischiava di limitare, e di molto, i poteri dei direttori di testata.
La tesi del “cappio al collo del direttore”, sostenuta anche da Minzolini in appello, è però stata smentita ieri dalla Corte d’Appello di Roma.
Il timore della valanga di denunce, tanto facilmente utilizzato nel corso del processo, si è mostrato un semplice espediente difensivo, smentito anche da un mero dato di fatto: nessun altro procedimento a carico di alcun altro direttore, nessuna protesta dei CdR, nessuna “lamentela” dei direttori di testata. Insomma, il mondo del giornalismo è andato avanti e i direttori hanno continuato ad esercitare i loro poteri.
Una sentenza certamente “storica e unica”, come ha lamentato Minzolini nel processo di appello, ma perché “storico e unico” nella storia del giornalismo italiano è stato lo squilibrio informativo del principale organo di informazione pubblica che i giudici penali gli hanno ascritto.
Perché quindi queste condanne fanno bene all’informazione? Perché lungi dall’ingenerare un clima da “caccia alle streghe” ribadiscono un principio basilare: cioè che l’informazione, per essere libera, deve essere veridica pluralista e critica, e che il primo garante di ciò è il direttore di testata cui, in funzione di tale dovere, vengono riconosciuti ampi poteri che esercita come primus inter pares.
Una sentenza, quindi, che giova a tutti: giornalisti, direttori e fruitori del servizio pubblico.

* Claudia Costantini è avvocato presso lo Studio d’Amati

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