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Tambacounda (diario dal Senegal. 3° giorno)

 

Oggi c’è un’aria irrespirabile più del solito. Iltasso di umidità supera l’80%.  Basta inarcare un sopracciglio per inzupparsi di sudore.  Ma dobbiamo lavorare, abbiamo da girare almemo quattro storie oggi e chiudere il secondo report del giorno. Seguiamo   Seny
e gli operatori della Don Bosco 2000  mentre cercano di affittare una sede per la loro impresa di artigianato locale a Tambacounda.  Mentre loro si siedono in circolo in una stanza a trattare prezzi e modalità di locazione con gli “agenti immobiliari” noi aspettiamo fuori.
Pochi attimi, e i bambini escono come cavallette. Prima timidi e sospettosi, ci osservano a debita distanza. L’attesa è lunga e dopo poco le nostre distanze si accorciano fino ad arrivare ad un timido tentativo di dialogo. Solo un paio o parla la lingua che la mia francese ha lasciato in eredità prima della dichiarazione di dipendenza nel 1960. A scuola è lingua obbligatoria ma la maggior pate dei bambini del quartiere parla solo Wolof  il dialetto dell’etnia dominante. Altri dicono di parlare anche l’arabo: e così capiamo che le loro famiglie sono più strettamente musulmane della media. Tra loro si aggira solitario un bambino magro magro, con una maglietta che il cui originale color azzurro è diventato tra il grigio e il polvere: tra le braccia tiene il solito secchiello di plastica e chiede l’elemosina.  Gli altri intanto provano un girotondo con questi buffi stranieri bianchi e sudati.
L’edificio che Seny è l’Associazione Don Bosco vogliono affittare per la loro attività deve entro fine settembre: una struttura che si trova in mezzo ad edifici per metà in costruzione per metà diroccate, in una strada che, come tutte le vie antistanti quelle principali, non è asfaltata e dove capre e pecore passeggiano come normali cittadini tra la folla. Le capre in Senegal sono ovunque, persino davanti l’hotel in cui soggiorniamo.
Stavolta però mi accorgo che insieme agli immancabili ovini si aggira un enorme maiale. Cosa ci fa un maiale in un paese con il 92% di musulmani? Lo chiedo a François un diacono salesiano senegalese che opera nel centro Don Bosco di Tambacounda.
La nostra è una costituzione che prevede la libertà di culto. Non abbiamo nessun problema con le altre religioni. In questo quartiere convivono musulmani, protestanti e cristiani. Noi siamo qui da cinque anni e nessuno ci ha mai dato fastidio. Anzi la maggior parte dei ragazzi che vengono a fare formazione al centro Don Bosco sono musulmani e le loro famiglie non hanno niente in contrario a farli studiare da noi. Figuratevi che un paese a maggioranza musulmana ha avuto per vent’anni un presidente della Repubblica cristiano (Leopold Sédar Senghor dal 1960 al 1980, ndr) un presidente cristiano per un popolo di musulmani.

Angela Caponnetto, giornalista di Rainews si occupa da lungo tempo dei temi dell’immigrazione. Ha raccolto le storie dei migranti subito dopo che qualcuno gli ha teso la mano in mezzo al mare, ha documentato gli sbarchi, li ha seguiti e ascoltati nei centri di accoglienza, filmando il meglio e il peggio della loro seconda vita nel nostro paese. Ora è inviata in Senegal per raccontare l’origine di questo esodo. Ad Articolo 21 manda il suo diario di viaggio

A casa loro. Dakar/Tambacounda (diario dal Senegal. 2° giorno)

In viaggio verso casa loro (diario dal Senegal. 1° giorno)

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