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Quelle “mele marce” nelle forze di polizia

 

La vicenda di alcuni giorni fa a Firenze con i due carabinieri che avrebbero abusato di due studentesse americane, è uno dei più disgustosi episodi che negli ultimi anni sono stati segnalati dalla cronaca con protagonisti – in negativo – appartenenti alle diverse forze di polizia (anche di quelle locali).

Piero Innocenti

Il 2013, sotto questo aspetto, fu un anno cruciale con molti brutti fatti e tra questi quello dei due agenti della polizia municipale di Veniano (Como) indagati, tra l’altro, anche per tentata violenza sessuale nei confronti di una donna di trent’anni fermata per un controllo e successivamente “invitata” presso il loro Comando, dopo averle mostrato un preservativo, con la proposta di non compilare il verbale di contravvenzione in cambio di favori sessuali. A settembre,a Milano, era stato condannato un ufficiale della guardia di finanza a tre anni e due mesi per favoreggiamento di abusi sessuali su prostitute commessi anni prima (2009) da alcuni finanzieri. Un mese dopo, nel quartiere romano San Basilio, tre poliziotti del Commissariato distaccato erano finiti in manette con l’accusa di aver abusato di due donne accompagnate in ufficio per accertamenti. Episodi che evidenziano oltretutto uno scarso senso dell’onore. La magistratura fiorentina valuterà le responsabilità penali dei due carabinieri che, come è noto, sono personali. E sul punto non possono esserci dubbi.

C’è, tuttavia, in generale, una responsabilità che, già in passato, ho indicato di “sistema” che non può essere sottovalutata. Voglio dire che, dal momento che le persone sono influenzabili e condizionabili dal contesto ambientale in cui prestano quotidianamente servizio, la responsabilità di quanto di negativo accade non dovrebbe ricadere soltanto su coloro che hanno materialmente commesso gli illeciti ma occorrerebbe valutare anche il comportamento di chi ha tollerato sistemi, procedure e comportamenti non adeguati alla delicatissima funzione di polizia.

Sarebbe utile riflettere per capire se ci sono altri “colpevoli” che, con azioni e omissioni, per insipienza, perché distanti o assenti, perché non hanno svolto bene il ruolo di “superiore”, di comandante loro attribuito, hanno contribuito a creare un ambiente di servizio lassista. Non si possono addossare sempre tutte le colpe alle singole mele marce. Si dice che i “cattivi sistemi” creano “cattive situazioni” che creano “mele marce”. Alla metafora delle mele marce forse sarebbe meglio aggiungere anche quella dei “cattivi cestini” (e oggigiorno non mancano di certo pessimi esempi anche in molti ambienti politico nazionali e regionali) e sarebbe necessario, in certi casi, aggiustare rapidamente (o sostituire) i “cestini” affinché non facciano marcire le nuove mele ivi depositate.

In uno Stato democratico, tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne le leggi. Per un appartenente alle forze di polizia quest’obbligo è, come è giusto che sia, ancor più rigoroso. Per colui che è chiamato a rappresentare lo Stato in una delle sue articolazioni più importanti come lo sono la Polizia di Stato e l’Arma dei Carabinieri, perché deputate a garantire l’ordine pubblico e la sicurezza di tutti, il comportamento in servizio deve essere sempre improntato alla massima correttezza, imparzialità e cortesia mantenendo una condotta irreprensibile e operando con senso di responsabilità.

Forse è il clima generale di sfascio e di caduta di valori che si respira da un po’ di anni a questa parte nel nostro paese a far marcire le “mele” nel “cesto” della sicurezza italiana. Un episodio, quello di Firenze, tragicamente deludente che lede l’immagine e la credibilità di una istituzione dove, in realtà, la maggioranza delle persone prestano onorevolmente e con disciplina il loro servizio alla collettività.

Da liberainformazione

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