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Il Papa in Colombia, Paese di tante crisi

 

Raccontando la sua giovinezza Gabriel Garcia Marquez ha ricordato il giorno in cui sua madre gli chiese di accompagnarlo a vendere la loro casa. Un viaggio attraverso le sfide e le tempeste naturali della Colombia. Sua madre, ha scritto, arrivando in un piccolo centro durante quel viaggio gli disse, “qui è finito il mondo”. Si riferiva alla strage di braccianti e loro familiari perpetrata nel 29 dall’esercito. Sarebbe seguita la guerra civile degli anni Quaranta e Cinquanta. E poi la nascita dei gruppi armati “rivoluzionari”, combattuti dall’esercito con l’aiuto di bande paramilitari pagate sovente dai narcotrafficanti. Ma secondo l’ex presidente Uribe l’esercito colombiano ha solo difeso la legalità! Ha avuto il coraggio di scriverlo al papa, in una lettera divulgata dai giornali colombiani.

C’è un martire di quel paese del quale poco si parla, e che forse ha incarnato meglio di altri il messaggio che porta in Colombia Jorge Mario Bergoglio: è Isaia Duarte Cancino, arcivescovo di Cali, ucciso nel 2002. La sua visione può essere definita oggi “anticipatrice” di quella di Jorge Mario Bergoglio quantomeno perché a tutt’oggi non si può dire con precisione chi lo abbia ucciso. La magistratura aveva identificato i responsabili nella cupola delle Farc, che avrebbe assoldato i criminali, uno di loro avrebbe ottenuto un permesso di libera uscita per 48 ore, giusto il tempo di andare a uccidere il prelato. Ma proprio allo scoccare dei dieci anni dalla sentenza di primo grado i magistrati hanno assolto tutti, individuando contraddizioni e mancanze nelle indagini. E così sono aumentati coloro che sostengono la tesi opposta. Il mandante del delitto sarebbe altrove, forse un esponente del narcotraffico, detto El Diablo. Forse ambienti politici connessi con il narcotraffico. Quanti gruppi paramilitari in Colombia sono complici di narcotrafficanti, nella lotta alle Farc. Solo di questi gruppi, capaci di imporre il pizzo nei centri da loro controllati o di gestire la prostituzione, se ne contavano fino a 414.

La vicenda di Isaia Duarte Cancino è stranamente meno nota di altre, ma meriterebbe di essere conosciuta perché il giorno in cui si appurerà la verità, se mai arriverà, non potrà sorprendere nessuno né se salterà fuori che la sua eliminazione fu decisa dalle Farc né se salterà fuori che fu decisa dai narcotrafficanti, né dai paramilitari. Tanto più che dal carcere rivendica la propria innocenza anche l’uomo condannato come esecutore materiale. Essendo un prelato al servizio della pace l’assassinio di Isaia Duarte Cancino può essere stato deciso da tanti.

E proprio in questa duplice possibilità e duplice verosimiglianza delle opposte verità sta il significato della sua memoria nelle ore della visita di Papa Francesco. Gli opposti estremismi in Colombia hanno divorato le ideologie che li ispiravano, sicurezza o rivoluzione, finendo con l’essere assorbiti in quello che nel ventunesimo secolo è divenuto il circuito globale che unisce poteri criminali, mafie e organizzazioni “guerrigliere” o terroristiche. Sequestrando la politica. Questa rete ormai è una rete globale, che unisce Europa, Medio Oriente, Africa, Stati Uniti e America Latina in un’autentica sfida miliardaria alla politica. L’inchiesta dell’Economist sui rilevanti conti delle Farc  (si parla di miliardi di dollari che loro non intenderebbero dichiarare neanche in parte anche per contribuire il meno possibile al risarcimento delle loro vittime) nei paradisi fiscali nei quali con ogni probabilità esistono conti di loro avversari, di altri gruppi paramilitari, di mafie e di tiranni di mezzo mondo. E ci indica il tratto di fondo, il significato globale del viaggio di Jorge Mario Bergoglio: disfare questa matassa che sequestra la politica a discapito di milioni di colombiani come di milioni di altri esseri umani, a discapito del pianeta e della sua tenuta ambientale, a discapito della pace, che si chiama sviluppo. E le cifre della Colombia dicono meglio di altre quanto sia drammatica questa realtà: con otto milioni di vittime che hanno patito per questo conflitto, come 200 mila desaparecidos ai quali si aggiungono gli oltre mille minori spariti nei primi mesi di questo anni difficilmente per andare a fare i bambini-soldato, con sottomarini che trasportano tonnellate di cocaina mentre si pensa di costruire muri per fermare il narcotraffico, con 20mila sequestrati a scopo estosivo, fino al record di 14 anni, soprattutto ad opera delle Farc, con i “falsi positivi”, cioè i giovani catturati nelle periferie dall’esercito per poi portarli in montagna e lì giustiziarli per presentarli come guerriglieri catturati (Uribe deve essersene dimenticato)  con 1906 massacri di popolazione civile accertati, dei quali 1116 attribuiti alle milizie paramilitari, 300 all’esercito (Uribe avrà dimenticato anche questo).

La violenza e le sue “ideologie” hanno portato a una gigantesca crisi che genera disperazione, isolamento. Ecco perché dei negoziati di pace tra Colombia e Farc quella che andrebbe ricordato e sottolineato, più che i protocolli, è l’irruzione dei testimoni: sono stati loro, con i loro racconti, a far inserire le commissioni, per la riconsegna dei desaparecidos o per l’accertamento delle responsabilità. Quel salto di qualità resta il vero incoraggiamento.

La rinegoziazione dopo il referendum in cui gli accordi sono sono bocciati per uno zero virgola invece ci indicano un elemento meno incoraggiante. Dei cinquanta punti da rinegoziare i leader delle Farc hanno accettato di discutere di tutti salvo uno: quello che prevede la loro candidabilità. E i leader di quelli che decenni fa erano i guevaristi, con forte presenza anche cattolica, dell’Eln; può bastare aver finalmente ammesso di aver ucciso loro il vescovo degli indios, Jamarillo Monsalve? Non sarebbe stato utile anche spiegare “perché”? Interrogativi analoghi riguardano anche i paramilitari, e un sistema che ha consentito il varo della legge che proibì l’estradizione del più grande narcotrafficante, Pablo Escobar, o che gli consentì di andare detenuto, prima di evadere, nel penitenziario che si costruì lui stesso, con suite sfarzose, come ha raccontato anche un visitatore d’eccezione, Diego Armando Maradona. E oggi? Oggi andrebbero capite tante dinamiche, a partire da  quella dei credenti che al referendum hanno votato contro l’accordo di pace perché il trattato conterrebbe riferimenti alla “teoria del gender”.

La crisi della Colombia è dunque tante crisi, ideologiche, politiche, anche se non soprattutto crisi spirituale: una crisi in cui ogni giorno per anni si sono rafforzati  gli opposti estremismi, che sembra proprio aver operato nello stesso modo, con le stesse modalità, con gli stessi risultati, gli stessi interlocutori, ma “per finalità” diverse. La sfida di questo viaggio è dunque una sfida globale, che ci riguarda.

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