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Turchia, Meşale Tolu, resta in carcere con il figlio di 2 anni. L’11 settembre nuova udienza per giornalisti Cumhuriyet

 

Rimarrà in carcere in Turchia con il figlio di due anni, fino all’inizio del processo l’11 ottobre, la giornalista e interprete di origini turche con nazionalità tedesca Meşale Tolu.
Il tribunale competente di Istanbul ha respinto la richiesta dell’avvocato della giovane perché, secondo i giudici, sussisterebbe il “rischio di fuga”.
Nei giorni scorsi l’ambasciatore della Germania nel Paese Martin Erdmann, dopo aver incontrato  il corrispondente del quotidiano tedesco Die Welt, Deniz Yucel, e l’attivista Peter Steudtner, anch’essi imprigionati da mesi, aveva visitato la Tolu nel penitenziario femminile di Bakirkoy, rassicurandola sull’impegno del governo della Canceliera Angela Merkel a sollecitare il suo e il rilascio degli altri connazionali.
E’ evidente che le pressioni diplomatiche, a causa delle crescenti tensioni tra i due paesi, non sono state sufficienti.
Redattrice dell’agenzia di stampa Etha, più volte critica con il governo, Meşale Tolu, è stata arrestata il 30 aprile scorso insieme ad altre 11 persone con l’accusa di propaganda del terrorismo e appartenenza ad un’organizzazione terroristica, imputazione che potrebbe costar loro fino a 15 anni di reclusione.
Il 18 agosto, durante l’udienza preliminare, è stato disposto il rilascio per due dei 12 imputati. La tesi accusatoria li ritiene complici del tentativo di golpe del luglio 2016.
Oltre alla Tolu restano in detenzione i colleghi di Haberturk Tv Abdullah Kılıç, coordinatore delle trasmissioni, e Erkan Acar, Ali Akkuş, direttore del quotidiano Zaman, Atilla Tas, ex cantante e editorialista del giornale Meydan, Fırat Çulhaoğlu, capo editorialista della rivista di sinistra Gökçe, Cihan, Hüseyin Aydın e Yeni Şafak di Cihan news agency, lo scrittore Murat Aksoy, l’editor Özgür Düşünce, Seyid Kılıç giornalista di TRT News, Yakup Çetin, cronista giudiziario di Zaman e Yetkin Yildiz, caporedattore del sito di notizie Aktif Haber.
Sono invece stati scagionati dalle accuse Cihan Acar, cronista del quotidiano Bugün e Bünyamin Köseli, redattore di Aksiyon Newsweekly.
Sono oltre 170, ad oggi, gli operatori dell’informazione in carcere in Turchia che si è trasformata nella “più grande prigione per giornalisti”, non solo turchi, come è stata definita da Reporter senza frontiere.
Nelle scorse settimane Articolo 21, che segue e denuncia da tempo le azioni per imbavagliare le voci critiche del regime, ha rilanciato l’appello a illuminare il processo a carico di redattori, avvocati e amministratori di Cumhuriyet, storico quotidiano di opposizione, rinviato all’11 settembre per il giudizio finale.
La prima udienza, iniziata il 24 luglio, si  è conclusa quattro giorni dopo con la decisione della 27ª Corte Penale di İstanbul di rilasciare 7 dei 19 imputati confermando tutte le accuse per gli altri.
E mentre iniziano i primi dibattimenti nelle aule giudiziarie, non si fermano gli arresti. Il 10 agosto l’ultima retata, che ha visto la polizia eseguire mandati per 35 persone, tra cui Burak Ekici, giornalista del giornale d’opposizione Bir Gun, Yasir Kaya, direttore del canale televisivo del club calcistico Fenerbahce, Yusuf Duran, capo ufficio dell’agenzia di stampa Iha, Omer Faruk Aydemir, del quotidiano Vatan, e Ahmet Sagirli, editore della Turkiye Gazetesi.
Nove sono in cella, mentre a due di loro è stata concessa la libertà condizionata. Gli altri ricercati sarebbero riusciti a scappare prima della cattura. La colpa degli inquisiti aver utilizzato l’applicazione di messagistica criptata ByLock, usata anche dai golpisti durante il fallito colpo di stato.
Dal luglio dello scorso anno le associazioni per la libertà di stampa hanno più volte denunciato i ripetuti attacchi da parte del governo di Recep Tayyip Erdogan all’informazione indipendente. Decine le testate chiuse e centinaia i giornalisti arrestati tra cui il francese Loup Bureau per il quale si è mosso, in prima persona, il presidente Emmanuel Macron che chiamando al telefono l’omologo turco il 15 agosto ne ha chiesto l’immediata liberazione.

 

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