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Tra Ong indagate e altre che arretrano, navi militari, motovedette libiche e una nave anti immigrati, vengono dimenticate le vite di migliaia di esseri umani

 

Mediterraneo Centrale, tra la costa della Tripolitania e le acque internazionali.  La guardacoste Vaccaro della Guardia di Finanza è già in porto a Tripoli da settimane, ufficialmente  per riparare le motovedette regalate dall’Italia ai libici. Nave Borsini della nostra Marina Militare, già operativa nella missione Mare Sicuro, è a filo delle acque territoriali, poco oltre le 12 miglia nautiche.  Alcune navi dell’agenzia europea Frontex ritornano dopo mesi a solcare quel tratto di mare in acque internazionali.

Ad arretrare sempre di più dalla zona soccorsi, sono le navi delle organizzazioni non governative finite in indagini ma soprattutto in una melmosa polemica legata alle migrazioni verso l’Italia. Le tre che hanno firmato subito il codice di condotta del nostro Viminale lavorano con meno restrizioni. Quattro delle cinque ribelli vagano raminghe in quarta fila retrocesse per lo più a carico e trasbordo su altri natanti. La quinta, la tedesca Jugen Rettet, sparisce dopo l’inchiesta della procura di Trapani su presunti contatti con trafficanti libici: 15 membri dell’equipaggio indagati per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Spiati da un poliziotto in borghese infiltrato sulla Vos Hestia di Save The Children: lo stesso poliziotto che una volta fatto il suo dovere, chiede di poter tornare su quelle navi perché salvare altre vite umane in mare lo ha segnato per sempre. Intanto il suo rapporto consente alla procura di Trapani il sequestro della piccola nave Iuventa, affittata un anno fa da un gruppo di giovani avventurieri della buona borghesia tedesca che vogliono salvare i propri simili dal mare e dalle torture in Libia. Lo fanno rifiutando di adeguarsi alle regole, a volte con leggerezza e facendo anche qualche pasticcio che alla fine li mette nei guai. Non sappiamo come si concluderà l’inchiesta e se davvero ci sono gli estremi per una condanna. Ma intanto le loro presunte colpe vengono scaricate su tutti quelli che non hanno firmato quel codice, nonostante nelle indagini di un’altra procura ci siano anche Ong che quel codice lo hanno firmato.

C’è poi, la Ong spagnola Proactiva Open  Arms, che firmerà il codice in seconda battuta e dopo una serie di disavventure durante i soccorsi. La sua nave, la Golfo Azzurro, continua nel frattempo ad operare in zona soccorsi. Alla Golfo Azzurro in poche ore succede di tutto: resta in sospeso senza porto di sbarco con 20 migranti a bordo mentre autorità maltesi e italiane si rimpallano la decisione. Risolto il problema, viene in seguito avvicinata da una motovedetta libica con uomini in divisa che sparano in aria minacciando di abbassare il tiro se li vedono ancora soccorrere i migranti.

Poche ore prima, la stessa Golfo Azzurro viene infastidita durante i soccorsi da un’altra nave che si aggira minacciosa tra quelle delle Ong. La C-Star, la nave “nera” degli estremisti di destra  di Gioventù Identitaria e Defend Europe. Il loro intento è fermare i migranti dalla Libia osteggiando il lavoro delle ONG,  considerate uniche responsabili dei flussi migratori verso il Vecchio Continente.
“Qui Golfo Azzurro, cosa volete?”
“Qui C-Star. Siamo qui per vigilare che non entrate in acque libiche e che non portiate migranti in Italia. Siamo qui per controllarvi”
“Per favore C-Star uscite da questo canale: questo serve per i salvataggi”
Questo il tenore della conversazione tra Golfo Azzurro in procinto di effettuare un salvataggio da un gommone alla deriva e la nave “anti Ong” dei giovani che proclamano la salvaguardia dell’identità europea. Identità minata dall’invasione organizzata di cui sarebbero complici le Ong che, dopo mesi di salvataggi da eroine del Mediterraneo, con quel 40% di anime salvate, diventano causa principale dell’aumento degli sbarchi in Italia, vengono messe al bando dalle destre e da parte di quella sinistra che le aveva inizialmente sostenute e da gran parte dell’opinione pubblica spaventata dal tam tam mediatico sugli arrivi in massa di disperati dall’Africa nera. Facile in questo clima entrare a gamba tesa con la propaganda neonazista foraggiata da un nutrito cartello di organizzazioni europee.
Ma chi sono gli uomini e le donne di Defend Europe e di Gioventù Identitaria? Chi c’è dietro?  Cosa vogliono veramente? La loro nave battente bandiera mongola, usata inizialmente per trasportare contractors e armi in Somalia, ha a bordo giovani militanti e mercenari di diverse nazionalità. Partita da Gibuti è stata fermata più volte durante il suo viaggio per diverse irregolarità. Bloccata per giorni a Suez, rifiutata da Creta e da Catania, ha fatto sosta a Cipro e ha recuperato parte dell’equipaggio al largo delle coste greche.

Secondo alcune fonti, la missione della C-star godrebbe di una copertura internazionale molto potente da parte di diversi soggetti di estrema destra: austriaci, tedeschi, svedesi, francesi e italiani,  capaci di fornire soldi e appoggi politici e militari. Personaggi che, soprattutto in Germania e Austria, sono segnalati dai servizi in quanto ex appartenenti alle SS durante il regime nazista. Allora erano solo ragazzini, ora sono anziani che hanno fatto rete crescendo anche i loro eredi nella convinzione della razza pura. Sono molto ricchi, molto potenti e molto pericolosi. Burattinai che non si espongono mandando in avanscoperta i loro “soldati” a minacciare chi opera nella  solidarietà. Controllano anche i giornalisti indipendenti minacciandoli anche attraverso i social network. Entrano nei profili FB e Twitter additando chi sostiene l’immigrazione come “promoter delle Ong” o facendo circolare le fotografie degli stessi soggetti con scritto sopra “traditore della Patria”. I loro profili sono inequivocabili: svastiche, elmi, croci celtiche, armi e frasi deliranti.
Nell’indagine sull’equipaggio della Iuventa , in una sorta di spy story anti ONG, spuntano anche loro. Nessuno intanto riesce a fermare il lento e rocambolesco viaggio della C-Star alla quale non è stato chiesto di firmare alcun codice e che ha più volte spento il suo trasponder per far perdere a tratti le sue tracce.
Politica, opinione pubblica e mezzi di informazione sembrano solo concentrati su chi è pro e chi contro le Ong dimenticando che, in mezzo a questo caos, ci sono i trafficanti e le loro prede umane.  500mila il numero approssimativo di profughi e migranti prigionieri o nei campi di detenzione libici, uomini donne e bambini di cui sembra non importare a nessuno. Dopo l’accordo con il nostro governo e l’allontanamento delle ONG, la guardia costiera libica sta riportando indietro i migranti  caricati sui barconi. Circa un migliaio scrivono gli organi di stampa locali. Anche famiglie di siriani con bambini piccoli, persone che dovrebbero godere della protezione umanitaria immediata e che si ritrovano ancora in un paese che i diritti umani non li rispetta. Dove non vi è ancora traccia dei campi sotto la supervisione delle organizzazioni umanitarie internazionali Unhcr e Oim, a garanzia dei diritti dei migranti. Così era previsto nel patto siglato tra il nostro governo e Al Serraj,  capo del governo libico riconosciuto dall’ONU. Ma questa regola ancora non è stata rispettata. Riportare indietro i migranti in queste condizioni “è come riportarli all’inferno”, dice senza nascondere lo sconforto il vice ministro agli Esteri Mario Giro. Ma la sua voce come quella di tanti altri che hanno a cuore le vite degli altri, resta inascoltata nell’esigenza di fermare con ogni mezzo i flussi. Senza fare i conti con i trafficanti, quelli veri che tengono le fila del business di carne umana a cui difficilmente rinunceranno.

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