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Carlo Maria Martini: la fede e la profezia

 

Quando dicemmo addio al cardinal Martini, nell’estate di cinque anni fa, ci rendemmo subito conto che non se n’era andato solo un grande uomo di fede, profetico nella sua predicazione, nelle idee professate e nella sua visione della Chiesa e del mondo, ma anche un protagonista imprescindibile del nostro tempo. Infatti da allora siamo più soli, fragili nel nostro incedere in una stagione indecifrabile, segnata da mille complessità e da un clima d’incertezza che finisce col divorare il concetto stesso di comunità.
Carlo Maria Martini, al contrario, era un faro di umanità in una Milano che negli ultimi quarant’anni è stata scossa prima dal terrorismo, poi dagli effetti mefitici del riflusso e della corsa all’accaparramento di risorse pubbliche, successivamente smascherata da Tangentopoli, e infine dall’ascesa del berlusconismo e di una nuova forma di destra che ha dichiarato più volte la propria avversione nei confronti di quei diritti umani che, invece, per Martini costituivano una ragione di vita.

Uomo del dialogo, dell’incontro, della conciliazione e della mano tesa non solo fra le diverse fedi (in particolare con il mondo ebraico e l’amata città di Gerusalemme) ma anche nei confronti di chi ha sbagliato o addirittura commesso gravi crimini come, ad esempio, i terroristi di Prima Linea che insanguinarono Milano a cavallo fra gli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, non c’è dubbio che Martini, con il suo rigore morale e spirituale, abbia costituito un punto di riferimento imprescindibile per la comunità ambrosiana.
C’era, infatti, in lui un qualcosa di magico, di misterioso, di regale, una concezione dello stare insieme in netto contrasto con la barbarie del nostro tempo, un’anticipazione della predicazione di Bergoglio ed una ripresa dei temi e dello stile propri dei suoi predecessori nell’arcivescovato meneghino: da Schuster a Montini a Colombo, di cui quest’anno ricorre peraltro il venticinquesimo anniversario della scomparsa.

E non è certo un caso se gli analisti e gli osservatori più avveduti indichino in Martini non solo il precursore e l’ispiratore di papa Francesco ma anche colui che, di fatto, gli ha aperto la strada nel corso del conclave del 2005, quando, per quanto se ne sa, pare che Ratzinger prevalse per pochi voti proprio sul cardinale argentino che sarebbe stato eletto la volta successiva.
Un costruttore di ponti, dunque, un mite pastore di anime e un tenace portatore di idee, rivoluzionario sia nella saggezza che nella potenza emotiva ed espressiva che lo caratterizzava, straordinario nelle intuizioni e nella capacità di conferire un’anima e un’identità ad una città che le stava, via via, smarrendo.
Inoltre, era già presente in lui quel Dio d’Avvento, quel Dio evangelico che nulla ha che spartire con le collusioni con il potere proprie di una certa curia romana, quel Dio degli ultimi, dei deboli, dei semplici, dei reietti e dei disperati che ha trovato in Francesco la sua sublimazione.
Era già presente in Martini la meraviglia e l’immenso, quell’immaginario fatto di dignità e giustizia sociale che connota l’esperienza di Bergoglio e quel senso tangibile di vicinanza nei confronti del prossimo che ha sempre contraddistinto la diocesi milanese e che negli ultimi anni si è fatto strada anche nel resto della Chiesa, coniugando il meglio della cultura ecclesiastica italiana con la Teologia della liberazione propria dell’apostolato sudamericano da cui proviene Francesco e al quale lo stesso Martini ha più volte fatto riferimento, citando ad esempio monsignor Romero.
Non ebbe mai, infine, rapporti facili con l’ala più conservatrice del suo ambiente, cui non mancò di riservare stoccate e critiche pubbliche anche piuttosto aspre, contestando, tanto per dirne una, l’idea di Ratzinger di riabbracciare la messa in latino e manifestando, cosa ancor più importante, notevoli aperture su argomenti come le coppie omosessuali, l’aborto e l’uso del preservativo in funzione anti-HIV.

Vedeva una Chieda arretrata, su alcune questioni addirittura di duecento anni, e nonostante fosse ormai afflitto dal Parkinson, non mancò mai di far sentire forte la sua voce, il suo spirito critico e il suo sprone a porsi al passo con una società attraversata da tumultuosi cambiamenti.
Non ha fatto in tempo ad assistere al magistero di Bergoglio, ma siamo certi che da lassù, con il suo sorriso colmo di bontà e di gentilezza, non si stanchi un attimo di ringraziare il Signore per il dono che ha inviato all’umanità.

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