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Legge sulla tortura. Studiata per essere inapplicabile

 

La legge contro la tortura che potrebbe essere votata in Parlamento, per non esporre l’Italia a censure internazionali, è una pura formalità, studiata per essere inapplicabile. E’ talmente complicata la tipizzazione del reato, da richiedere miracoli della parte lesa per ricostruire le prove del danno subito. Per esempio, se un agente immobilizza un fermato, gli punta la pistola alla tempia e fa scattare il grilletto non dicendo che è scarica, è tortura solo se la parte dimostra con perizia psichiatrica l’insorgenza del danno permanente.

Cosa ben diversa sarebbe stata, se la tortura fosse stata classificata come reato di evento: ovvero non conta l’intenzione, ma il fatto. Se fai al “finta esecuzione” a un inerme e sei un poliziotto, non interessa che non volevi ammazzarlo davvero, perché il fatto in sé è tortura. Ma questa impostazione oggettiva – vigente in altri paesi dell’Europa – da noi è stata volutamente ostacolata e abbandonata, per la resistenza dei rappresentanti delle forze dell’ordine. Che nessun partito vuole inimicarsi per non rinunciare al loro pacchetto di voti.
Così vengono accontentati poliziotti e carabinieri che chiedono “mani libere” – cioè libertà di tortura – per poter fronteggiare il dissenso organizzato. E l’orrore di Bolzaneto del G8 di Genova – quando quella caserma diventò il garage olimpo sudamericano per chi vi venne torturato – viene così rimosso. Nel silenzio generale, tranne qualche magistrato in pensione, che ancora si batte per la legalità durante gli interrogatori.
Una scelta che indigna molti cittadini e che è contraria alla Costituzione.
Che recita: “E’ punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà” (art. 13)

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