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Antonio Mattone e l’umanità invisibile: 700 lettere dal carcere. Intervista all’uomo che sussurra ai detenuti

 

Uno dei killer del giudice Rosario Livatino, un giorno gli recapitò una busta. La penna più leggera di una pistola e la coscienza pesante come una montagna. Lettere dal carcere, senza l’istruzione e l’innocenza di Antonio Gramsci. Antonio Mattone, 56 anni, volontario storico della Comunità di Sant’Egidio, ne ha ricevute almeno settecento da assassini, trafficanti, rapinatori, estorsori. Anche balordi segnati da stupidi errori. Una compagnia poco simpatica avvicinata nel 2006 quando, timido e spaventato, mise piede la prima volta in una prigione. Un viaggio che sembrava al termine della notte, nell’umanità invisibile dove anche il respiro è sordo. Stazione di partenza Poggioreale, ancora oggi il carcere più affollato d’Europa con 2150 detenuti sui 57 mila sparsi nei 206 penitenziari italiani.

Mattone li visita da dieci anni e ogni settimana, nei suoi circuiti incolori: detenuti protetti, alta sicurezza, isolamento. Sulmona, Secondigliano, Vasto. Celle con 16 uomini ammassati e inariditi dalla solitudine. E ci ha piantato un seme. Qualche ergastolano ha intravisto una luce, altri perfino il mare. Continuano a scrivergli, mentre il carcere ha cambiato anche lui. Quel lungo “viaggio” tra malavita e riscatto è diventato il suo primo libro, “E adesso la palla passa a me” (Guida editore), citazione di un detenuto che così si rivolse a lui il giorno che uscì dalla prigione. La prefazione è del ministro della Giustizia Andrea Orlando, la presentazione del direttore del Mattino Alessandro Barbano. L’autore ha partecipato come esperto agli Stati Generali dell’Esecuzione Penale voluti dal ministro.

Che cos’è la solitudine in una cella con dieci detenuti?
“All’improvviso entri in un mondo sconosciuto, nel quale sei privato degli affetti più cari dove il tempo non passa mai e sei li a aspettare che succeda qualcosa, che ti chiami qualcuno, un avvocato, un agente. Significa essere anonimo nonostante la compagnia, tante volte poco raccomandabile. Chi entra in carcere per la prima volta ne resta segnato, se ne esce innocente non c’è risarcimento che tenga. E’ un’esperienza che devasta e marchia”.

San Vittore, Regina Coeli, Poggioreale, differenze?
“Più o meno l’ambiente è quello, si respira un clima cupo. Nel carcere si ritrova la legge della strada e se ci si accorge che una persona entra la prima volta, questo pesa. Un grande problema è quel 30 per cento di detenuti per esigenze di custodia cautelare, dunque in attesa di giudizio”.

Che cosa ti chiedono i carcerati?
“Alcuni mi conoscono benissimo, chiedono gli arresti domiciliari, una visita, quelli che conosco in amicizia raccontano le loro pene, anche le gioie dentro un carcere, una condanna diminuita. Ma a volte non chiedono, esprimono solo la gratitudine per un incontro, per essere stati ascoltati”.

Innocenti dietro le sbarre, quanti ne hai conosciuti?
“Quelli che hanno assolto difficile dire, tanti, non la maggioranza. Guarda c’è qualcuno che è stato condannato e mi sono convinto che è innocente, mi posso sbagliare ma dopo aver conosciuto la storia, la famiglia l’ho pensato. C’è anche chi è stato scagionato dopo anni di carcerazione preventiva o domiciliare. E’ l’aspetto più struggente, quello degli innocenti. Ma non mi sono mai posto come giudice, ero solo il volontario con il compito di sostenere e aiutare”.

Gli stranieri in carcere stanno peggio di tutti, scrivi
“Una volta uno venne scalzo, dovemmo dargli delle ciabatte. Molti non hanno niente, la loro famiglia non sa nemmeno che sono stati arrestati e pensa che sia morto. Ne ho visti tanti privi di tutto, nemmeno il sapone per lavarsi, radunati per etnia, soprattutto magrebini, Gambia, Tanzania. La maggioranza è lì per droga, ma io non chiedo mai i reati, ne parlano loro. Poveri culturalmente, non comprendono la lingua italiana e non riuscivano a capire i diritti e i doveri del regolamento carcerario. Sottomessi psicologicamente ai detenuti esperti”.

Ricevi lettere da ergastolani calabresi e siciliani
“Il male è un grande mistero. Dopo aver parlato con loro più volte, intavolato dibattiti, constatato prove di umanità e solidarietà mi sono chiesto come quelle persone avessero potuto compiere atti così spietati. L’incontro con ergastolani calabresi e siciliani mi ha illuminato, dopo decenni di galera erano stati declassificati dal regime del 41 bis. Hanno fatto un cammino, uno mi raccontava che stava male e si è messo a pregare, colpisce che sono tutti credenti. Una volta, dopo una strage di cristiani in Pakistan da parte di musulmani, dissi che non tutti i musulmani erano cattivi. E loro, gente che aveva ammazzato senza scrupoli, mi guardavano sorpresi: “Antonio ma mica ce l’hai con noi?”, come a dire, mica siamo noi quelli cattivi”.

Totò Riina deve morire in carcere anche malato?
Si fanno semplificazioni, conosco detenuti poveri e malati morti in carcere da soli. A me Riina non fa nessuna simpatia, mi inquieta ma sarà un giudice di sorveglianza a valutare, non l’uomo della strada. In linea di principio se uno sta male e non nuoce a nessuno, è un fatto di pietà. Lo Stato non può essere come loro, come gli assassini”.

Gianni Morandi idolo a Poggioreale un anno fa, state pensando a un tour?
“Evento storico, travolgente, anche adesso che ci sentiamo stiamo pensando a un altro concerto, un tour nelle prigioni è un po’ complicato ma ci pensiamo e vediamo se ci riusciamo. Morandi è molto intelligente e sensibile, rimase colpito e affascinato da quell’esperienza a Poggioreale e la sera mi richiamò, voleva continuare a parlarne. A Napoli è legato da quando girò film da militare, a Bologna proprio non vuole andare in carcere, mi dice: Io che sono bolognese, devo andare altrove…”.

L’esperienza più forte di questi dieci anni
“Il clima del pranzo di Natale, centinaia di persone che hanno commesso errori, anche gravi reati, attorno alla stessa tavola, come fratelli”.

Il carcere è cambiato?
“Poggioreale porta il nome di Giuseppe Salvia, il direttore che Cutolo fece uccidere. Cutolo costruì il suo potere in carcere, anni in cui tra le sbarre si sentivano gli spari delle mitragliette e ci si ammazzava a coltellate. Oggi non è così, c’è stata la reazione dello Stato con le squadre speciali a picchiare duro e da lì e nato poi un clima di sopraffazione degli agenti e si è passati a un altro eccesso. Oggi sta cambiando”.

Che cosa c’è da fare subito?
“Più lavoro e un ambiente migliore. Meno personale di polizia, più educatori e volontari. E l’ergastolo bianco è una vergogna che il Parlamento deve eliminare: dopo la pena i detenuti vanno in una casa di lavoro e aspettano che un giudice decida se sono ancora pericolosi. E’ un modo per tenere reclusi senza scadenza gli ultimi, i più scartati”.

In Germania l’80 per cento dei detenuti ogni giorno va al lavoro
“Un conto è il lavoro ed è bene che ci sia, un altro la casa di lavoro che equivale all’ergastolo bianco per 3-400 dimenticati sistemati soprattutto a Vasto in Abruzzo, la più grande d’Italia”.

Tutte queste critiche le hai girate al ministro Orlando che ti ha scritto la prefazione del libro?
“Guarda, il mio libro non sono tutte rose e fiori, a Orlando gliele dico eccome, sull’ergastolo bianco per esempio mi risponde che purtroppo l’opinione pubblica non è pronta a eliminarlo”.

La politica seria non cavalca l’opinione pubblica
“Sono d’accordo, il problema non è tanto lui o il singolo ministro ma il Parlamento. Finora più della politica han fatto le minacce dell’Unione europea sullo stato inaccettabile delle nostre carceri”.

Intanto nelle celle continuano a suicidarsi
“I suicidi sono in diminuzione. Restano i momenti più a rischio: quando si entra e quando si esce e sale la paura di non farcela in un mondo che non si riconosce più. Il carcere è una cosa terribile, un posto brutto, eppure il più sicuro. Ma proprio come in un film, Le ali della libertà, chi dimostra di cercare il riscatto deve avere la speranza di rivedere una luce”.

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