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Festeggiamo per inerzia

 

Le due maggiori feste religiose hanno perso il loro senso originario e sono diventate nel tempo motivo di consumo (Natale), di gite (Pasqua). Anche quelle civili con gli anni si sono svuotate di significato e si sono trasformate solo in “pilastri”, per vedere se associate a un fine settimana possono reggere dei “ponti” per una mini vacanza. Niente di male, per carità. Anzi, arrivano sempre al momento giusto per darci una tregua dagli impegni quotidiani. Ma dobbiamo ammettere che ormai sono sempre più tempo di decompressione dalle fatiche private, più che tempo di celebrazione di riti pubblici.

Certo, l’usura di senso varia. C’è il 25 Aprile della Liberazione ormai al limite dell’evaporazione. Il 1° Maggio si porta meglio gli anni, anche grazie al Concertone. Mentre il 2 Giugno funziona bene come antidepressivo, per merito della pattuglia acrobatica e la corsa dei Bersaglieri.
Consumismo e individualismo hanno ridotto al minimo la coesione. Cioè, la componente profonda del rito religioso e civile.
Poi c’è Papa Francesco che lava i piedi ai reclusi e sentiamo qualcosa di profondo che risuona. Ma passa presto.

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