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Donna straniera e indesiderata

 

“Medea” nella rilettura di Antonio Tarantino. Ambientazione e Regia di Manuel Giliberti. Interpretato da Cristina Borgogni e Annalisa Insardà. Al Teatro Lo Spazio di Roma- e da maggio in tournée estiva, con inizio da Siracusa

Ancor prima di dir bene dello spettacolo di Manuel Giliberti, vigorosamente interpretato da Cristina Borgogni (che con le tragedie rappresentate della classicità ellenica ha lunga, solida esperienza) e dalla mercuriale comprimaria Annalisa Insarà (nel ruolo di una ‘complice’  guardia carceraria costretta a mortificare la propria femminilità) come sottrarsi al critico-cronistico dovere di ricordare ai più “chi è”  l’autore di questa atra, claustrale rivisitazione ‘lirica e civile’, portata in scena per la prima volta dalla proteiforme Maria Paiato nel 2009 al Teatro Franco Parenti di Milano? E poi ripresa,nel 2011, in una ‘variante’ già contemplata nel volume “Gramsci a Turi e altri testi”  da Francesca Ballico per i Teatri di Vita,  ove si da risalto alla qui assente ottusità  di un Giasone “stratega fallito di guerre” alla fine (e per la fine) del  mondo.

Stimato e scoperto da Franco Quadri, che ne pubblicò alcune opere per la sua Ubulibri, Tarantino è uno schivo, versatile ‘genius’ poliedrico, nato a Bolzano nel 1938 (pur se di alemanno direi che poco traspare dalla sua arte), per anni stimato quale pittore e ricercatore di ‘altri’ strumenti figurativi.    Il quale  usa, manipola e rilegge il mito della maga euripidea  attraverso una  chiave linguistica  aggressiva e perentoria, contigua- mi pare- tanto del teatro di Peter Brook (nella sua accezione politica, speculativa, ‘ispettiva’ d’ogni esistenziale alienazione), sia di Pier Paolo Pasolini la cui “Medea” cinematografica (la sua sceneggiatura, il suo modo di tradurre Euripide) è il primo atto di una(profetica)  presa di distanza dalla dimensione romantico-femminista dell’opera.

E del suo intarsiarsi nel vivo calco di denuncia contro le  egemoniche, devastanti  pretese ‘occidentali’ (realpolitik alleate, transnazionali) di  esportazione di  “democrazia, civiltà, costumi di vita”:  alle genti apostrofate di barbarie e non appartenenza alla babelica Polis che tutto snatura, sgozza e globalizza. Individuando così  nel diverso, nell’intruso, nello straniero non abbiente il responsabile criminogeno e sacrificabile  di flussi migratori artatamente meditati  dalle  aguzzine ‘governance’  dei paesi egemoni: poi date in gestione alla grancassa del terrore massmediatico e ai trafficanti di corpi umani “clandestini” al principio di dignità.
La prospettiva dichiarata del dramma  è oggi  quella della contemporaneità:  essendo Medea quasi certamente  una migrante che ha ucciso (o forse no? Provvedono altre ‘mani  sporche’) i propri figli per evitare loro i ferri della schiavitù e del perenne esilio da terre ingrate e matrigne, causa colonizzazione, corruzione ‘preventiva’ di chi ritiene potersi dire (sin quando?) vincitore assoluto.  Bene  quindi sottolineare che  nella  “Medea”di Tarantino l’inumanità della galera “diventa il racconto della condizione odierna della donna” imprevista e ribelle.

Ristretta nel braccio carcerario che divide con la frustrata e insieme esuberante vigilatrice, Medea rende emblematica, definitiva, superlativa la sua condizione di “persona indesiderata” (come nelle patrie galere di Guantanamo, di Istambul, di Mosca): Straniera. Disperata. Imbarbarita. Che, oltre al suo carcere, abita l’invasione invisibile, gli agenti patogeni contrari al suo pensare in prima persona, ostinata a dedurre, capire  senza intermediari. La detenzione   induce così alla gravità accusatrice della parola, in cui Cristina Borgogni può  esercitare  tutta una variegata competenza di tonalità, fiere, indignate, sarcastiche, rupestri,  affinchè “il mito resti solo un ricordo”, con tutta la sua dote (iconografica) di riti sciamanici, ‘mavarìe’ e salvifici Carri del Sole. Per catartica  apoteosi  dell’hybris. E quindi,  tutto accaduto, in via di accadimento, in accadimento perpetuo: come nella vicenda (ancestrale) di Prometeo e del più moderno “accade ora, accade sempre” di Pirandello, mediante la Madre dei “Sei personaggi”  .Salvo che, nel delirio della cattività, non si insinui il dubbio  che “forse, chissà,  niente  è avvenuto” – ma nulla è da escludere, come costante ialina  e insidiosa d’ogni umana avventura.

Sotto forma di lunga confessione (nessuna analogia, ad esempio, con “Lunga notte di Medea” di Alvaro, ambientata a Corinto), l’opera è scritta, lucidamente ma impetuosamente, per  versi liberi. In una costante contrapposizione di monologhi tra la prigioniera   e la sua carceriera, “due donne si nutrono l’una della presenza dell’altra, pur non comunicando tra loro”, concedendo al rassodato finale il beneficio di un inventario che potrebbe disvelare, l’una all’altra, la solidale condizione di vittime   scelte (beffardamente) quasi a casaccio.

Violenta e violentabile (d)alla prova d’ ascolto, la sonorità semantica si  esalta invece nell’ambientazione, appassionata, rigorosamente turgida ma ben gestita, con cui la regia di Giliberti   ridisegna il personaggio-estremo, spogliandolo di ogni effetto tronfio, retorico, di facile teatralità.   Anzi accettando, in questo delirio lucido e iconoclasta, la sfida di una messinscena difficile da replicare (nell’integrità con cui ci è apparsa) in luoghi diversi dal kammerspiel, dallo spazio ‘concentrabile’ o  dal teatro da camera.

Da vedere, consigliare, partecipare, con intelletto e sentimento, possibilmente ‘disintossicati’ da pregiudizi e corrive razioni di pressapochismo (anche geopolitico) un tanto al chilo.

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