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Il dramma della Siria nel nuovo libro di Riccardo Cristiano

 
Pubblichiamo per gentile concessione dell’editore Castelvecchi ampi stralci della premessa del libro “Siria, l’ultimo genocidio”, scritto da Riccardo Cristiano, collaboratore di Articolo21
Sul finire del 2016 la città di Aleppo, 8mila anni di storia, è stata conquistata, dopo anni di assedi e bombardamenti, e la popolazione dei suoi quartieri orientali deportata. Per averne ragione l’esercito siriano, sostenuto dall’aviazione russa, dagli iraniani e da Hezbollah, ha fatto ricorso, otto volte tra il 18 novembre e l’8 dicembre 2016 secondo Human Rights Watch, al gas di cloro. E’ stato il punto di arrivo, non ancora finale, di una deriva cominciata la notte del 21 agosto 2013, quando fu sferrato un attacco con armi chimiche al gas Sarin che causò la morte di 1454 persone, tra le quali moltissimi bambini, in un quartiere alla periferia di Damasco, la Ghouta. “Nelle settimane seguenti, Russia e Stati Uniti si accordarono per un piano di smaltimento delle armi chimiche siriane, accettato dal governo di Damasco solo dopo le pressioni di Mosca. Tecnici dell’Opac – l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche – furono mandati in Siria e ricevettero dalle autorità siriane una mappa dei depositi dove erano contenute le armi. Circa 1300 tonnellate di agenti chimici furono consegnate e smaltite, in larga parte sulla nave americana Cape Ray. È sufficiente notare che si è trovato un accordo per una soluzione al problema dell’uso di armi chimiche e non al massacro compiuto con le armi chimiche – ha scritto Yassin Haj Saleh, intellettuale siriano molto noto, sul sito internet al Jumhuriya – sottolineando che i responsabili del massacro sono rimasti impuniti.”

Se quel giorno russi e americani avessero deciso anche di imporre di lì in avanti il pieno rispetto del diritto umanitario internazionale, forse il doloroso compromesso poteva essere spiegato con l’inversione del corso degli eventi. Hanno voluto? […] Secondo un rapporto del network siriano per i diritti umani, sarebbero  139 gli attacchi chimici compiuti, prima della conquista di Aleppo, dal giorno dell’attacco alla capitale nella Ghouta orientale: 136 sarebbero stati compiuti dal governo di Damasco e 3 dall’ISIS. Ma non è stato contro l’ISIS che la coalizione vincente si è indirizzata, ma contro Aleppo, dove l’ISIS non c’era. E negli ultimi giorni del 2016 i duecentomila sopravvissuti a un assedio feroce sono stati deportati dai loro quartieri ridotti in brandelli. Quel giorno il termine Yalta è tornato a indicare una località termale e nulla più. E il nuovo ordine non ha cominciato a prendere forma a Ginevra, o a Parigi; ma nella surreale Astana, culla della nuova visione dei diritti umani. La città simbolo del nuovo ordine vanta alcuni avveniristici palazzi e baracche costruite nelle steppe kazake attorno al futurista palazzo piramidale della Pace e della Riconciliazione, dedicato al culto del Sole, che unisce tutti i culti e i loro simboli, con un’ambizione che ricorda quella di Stalin, il “piccolo padre”. Lì hanno avuto luogo due incontri “pacificatori per la Siria” su indicazione di Vladimir Putin. Questo nuovo ordine si dice “multipolare”, che non è un sinonimo di multilaterale; piuttosto sceglie dei nuovi epicentri forti, ai quali progetta di legare i culti di tutto il mondo. Questa nuova Santa Alleanza, dove gli altari tornano a essere “istrumentum regni”, potrebbe dissolvere l’Europa nel nuovo spazio euroasiatico e imporre un’uniformità etnica a ogni impero: quasi un “cuius regio eius religio” del Terzo Millennio. Quest’alleanza più che “multipolare” appare “etnonazionalista”, basata cioè su nazionalismi etnicamente omogenei, nei quali la complessità, etnica o confessionale, è “sgradita”. Ecco perché il termine “genocidio” è importante, sebbene molto forte, per alcuni tecnicamente “eccessivo”. Perché la rimozione di milioni di persone da uno spazio geografico era necessaria vista la loro non omogeneità confessionale al regime. Il sostegno dato a quest’operazione dalle milizie khomeiniste legittima il timore di un disegno imperiale, di fatto persiano, che, problematicamente, si va intersecando con quello russo proprio in questo punto più strategico, la Siria. Tutto questo non sarebbe potuto accadere senza i “nuovi mongoli”, che invocano un loro califfato mondiale.

E’ in ragione dell’enormità di tutto questo che sento il bisogno di rivolgermi a te, per dirti in poche parole che il tempo non è finito, non è scaduto; ma solo indignandoci per il genocidio di un popolo in funzione di nuove egemonie potremo sperare di tornare alla civiltà del vivere insieme, la nostra civiltà.

T’immagino della mia stessa generazione, figlio della seconda metà del Novecento, quella segnata dalla grande svolta avviata qua da noi grazie alla decisione della Chiesa Cattolica – che era finita a vivere quegli anni tremendi anche nel silenzio – di tirare finalmente le somme e aprire un’epoca nuova: basta preghiere “per il perfido giudeo”, basta scismi, basta scomuniche, basta anatemi, basta figli di un altro Dio. Al loro posto il dialogo; anche con chi, a suo avviso, sbaglia, ma distinguendolo dall’errore. Lo disse così, l’11 aprile del 1963, Giovanni XXIII: “Non si dovrà però mai confondere l’errore con l’errante, anche quando si tratta di errore o di conoscenza inadeguata della verità in campo morale religioso. L’errante è sempre e anzitutto un essere umano e conserva, in ogni caso, la sua dignità di persona; e va sempre considerato e trattato come si conviene a tanta dignità. […] Gli incontri e le intese, nei vari settori dell’ordine temporale, fra credenti e quanti non credono, o credono in modo non adeguato, perché aderiscono ad errori, possono essere occasione per scoprire la verità e per renderle omaggio.”

Comunque tu ed io ci si definisca, laici, agnostici, atei, credenti cattolici, credenti non cattolici, dobbiamo convenire che il Concilio Vaticano II ha aperto per tutti le porte di un’epoca nuova, quella dell’incontro. Cinquant’anni dopo, questo incontro l’ha riproposto papa Francesco: “un incontro segnato dalla forza dello Spirito che spingeva la sua Chiesa ad uscire dalle secche che per molti anni l’avevano rinchiusa in sé stessa, per riprendere con entusiasmo il cammino missionario. Era la ripresa di un percorso per andare incontro ad ogni uomo là dove vive: nella sua città, nella sua casa, nel luogo di lavoro…”

Questa enorme novità ha aperto le porte che dividevano il mondo, che è “mondo” e non tanti “mondi” proprio perché siamo chiamati a vivere insieme. Forse si spiega così che la democrazia moderna si sia affermata dove più numerose erano le migrazioni. E l’importanza di questo nostro Mediterraneo per democrazia e vivere insieme, dai tempi di Alessandro Magno e di Roma, è stata a dir poco speciale.

Oggi però tu ed io dobbiamo essere consapevoli che incontro e dialogo sono in pericolo. Se li perdessimo, rischieremmo di vedere uscire dal nostro orizzonte quello che, provenendo da culture magari diverse, laiche o religiose, i nostri padri hanno costruito per noi, non raramente con il loro sangue. Infatti un manipolo di assassini pretende di sequestrare una religione, e nel timore che vi possa riuscire molti vorrebbero indurci a scegliere un manipolo di assassini per farci difendere. Tanti anni fa un grande italiano ci regalò, con linguaggio immaginifico, la formula per esprimere un sogno, le “convergenze parallele”. Quel sogno in Siria è diventato un incubo, l’incubo delle convergenze parallele tra gli opposti estremismi. La pace invece è lo sviluppo dei popoli e il vivere insieme, incompatibile con tutti gli dèi guerrieri, che guidano tante armate presenti in Siria. L’ordine della pace l’ha definito Jorge Mario Bergoglio: una globalizzazione poliedrica, cioè rispettosa delle differenze e della dignità della persona, non un accaparramento globale da parte di speculatori, ma neanche un asse di ferro tra nazionalismi etnici. Ecco perché in questo piccolo libro tenterò di accompagnarti in una ricostruzione di quelle che ritengo distorsioni o rimozioni indispensabili a impedirci di capire. E allora varrà la pena di spendere subito due parole sull’idea che Dio sia guerriero solo per l’islam, quindi incompatibile con la democrazia. Parleremo più avanti di tanti aspetti connessi, ma lascia che ti ricordi subito quanto affermato da un accademico stimato in tutto il mondo, definito il più grande teorico dell’illuminismo arabo, Sadiq al-Azm: per lui l’islam “coerente e statico” è incompatibile, come ogni altra visione religiosa coerente e statica, con la democrazia e la libertà. Ma, ha detto, un islam “fede viva, dinamica”, come quello che si è adattato al nomadismo, alle società industriali, al feudalesimo agrario, al centralismo burocratico, al mercantilismo, perché sarebbe incompatibile? Dipenderà dai musulmani, non dall’islam… Per questo fa paura pensare a questo nuovo ordine che si prefigura; perché troppo spesso ci parla di un cristianesimo “statico”, non vivo, o dinamico. Tutto sommato il nostro Dio severo, castigatore, è cantato da infiniti “dies irae”, basti dire di Verdi o di Mozart, come è esaltato Sansone per la strage di filistei: “e furono più quelli che uccise morendo che quelli che aveva ucciso durante la vita” (Giudici 16,30). Ma leggendo così, letteralmente, capisco bene? Non sappiamo che Sansone può essere capito diversamente? Tutte le religioni sapevano che senza la misericordia avremmo sbagliato a capire. Per questo Dio è per tutti misericordioso, cioè capace di rendere le fedi vive, dinamiche, e quindi di capire al di là della lettera quel che è stato scritto millenni fa. Ma il terrorismo ci fa pensare che la misericordia sia stolto buonismo, mentre sarebbe il suo vero antidoto. Il terrorismo ci sbigottisce, ma per sconfiggerlo veramente dobbiamo capire cosa sia. Ti voglio dire, caro amico, che non ho trovato editorialisti, statisti o leader politici, ma solo un credente argentino, papa Francesco, e un agnostico ebreo, Zygmunt Bauman, capaci di dirmi qualcosa di chiaro al riguardo. Papa Francesco è partito dal quadro: “ Chi governa allora? Il denaro. Come governa? Con la frusta della paura, della disuguaglianza, della violenza economica, sociale, culturale e militare che genera sempre più violenza in una spirale discendente che sembra non finire mai. Quanto dolore e quanta paura! C’è – l’ho detto di recente – c’è un terrorismo di base che deriva dal controllo globale del denaro sulla terra e minaccia l’intera umanità. Di questo terrorismo di base si alimentano i terrorismi derivati come il narco-terrorismo, il terrorismo di stato e quello che alcuni erroneamente chiamano terrorismo etnico o religioso. Ma nessun popolo, nessuna religione è terrorista! È vero, ci sono piccoli gruppi fondamentalisti da ogni parte. Ma il terrorismo inizia quando hai cacciato via la meraviglia del creato, l’uomo e la donna, e hai messo lì il denaro. Tale sistema è terroristico.”

Zygmunt Bauman lo ha integrato, guardandosi attorno: “ Le menti più scaltre, acute e malvagie, che architettano e ordinano o promuovono il prossimo attacco terroristico in tutta sicurezza nelle loro lontane abitazioni, potranno anche vivere in paesi stranieri, ma i loro soldati sono reclutati fra la svantaggiata, discriminata, umiliata e amareggiata gioventù locale assetata di vendetta. Questi giovani fanno i conti con il loro futuro privo di prospettive, su cui ha pesato il nostro contributo, sia esso diretto o indiretto, deliberato o derivante dalla nostra trascuratezza. Quello che li tiene in questa condizione svantaggiata è che le questioni sociali che richiedono provvedimenti sociali siano state trasformate in problemi di sicurezza che esigono risposte di tipo militare. Questo è probabilmente il modo principale in cui le nostre autorità cooperano con i terroristi: osservando la legge del taglione invece che acquistare superiorità morale associata a una radicale prospettiva a lungo termine, stiamo continuando ad espandere le zone di reclutamento nelle quali i leader terroristici vogliono pescare a piene mani.”

[…]

“Paura e odio – ha scritto Bauman – hanno le stesse origini e si nutrono dello stesso cibo: ricordano i gemelli siamesi condannati a trascorrere tutta la vita in compagnia reciproca: in molti casi non solo sono nati insieme ma possono solo morire insieme. La paura deve per forza cercare, inventare e costruire gli obiettivi su cui scaricare l’odio mentre l’odio ha bisogno della spaventosità dei suoi obiettivi come ragion d’essere: si rimpallano a vicenda, possono sopravvivere solo così” .  Lo ha detto in poche ma chiarissime parole proprio papa Francesco: “Se la cultura dell’incontro e della riconciliazione genera vita e produce speranza, la non-cultura dell’odio semina morte e miete disperazione.” […] 

Qualunque sia la tua cultura, la tua fede, o la tua non fede, vorrei provare ad offrirti qualche idea sul perché seguire questa visione e cominciare a farlo proprio noi due, tu ed io, riflettendo su come guardiamo al mondo, al mattatoio siriano, e perché negare la realtà che ha devastato la Siria avrebbe conseguenze incalcolabili. Torneremmo a erigere mura di cinta intorno alle nostre città? Daremo la caccia alle streghe? Queste, come i ponti levatoi, o i valli, per noi appartengono a un passato lontano, troppo lontano. Ma puoi credere a un mondo nel quale i confini funzionano come i tornelli dei supermercati, scorrono in un verso ma si bloccano nell’altro? Certo, i tempi cambiano, ma le minacce restano. E queste minacce rischiano di divenire realtà se non recupereremo la capacità di “indignarci”. Perché? Non solo perché la Siria è a due passi da noi , ma perché si è pure preteso di presentare una barbarie come liberatrice, vittoriosa anche “per noi”, per me e per te. E chi tace, tu ed io dobbiamo saperlo, acconsente. […]  Potremmo dunque meglio capire Aleppo come la Dresda del 21esimo secolo? Forse è così, ma potrebbe essere un paragone non sufficiente. Durante l’assedio di Aleppo l’aviazione siriana ha lanciato volantini intimando alla popolazione resa e fuga, “pena l’annientamento”. Annientamento… Basta il vocabolo per capire cosa abbia significato la guerra di Siria, e la battaglia di Aleppo. E cosa significhi la “vittoria” di un regime che sin dall’inizio della sua esistenza ha ritenuto di avvalersi dei servigi di Alois Brunner, assistente di Adolf Heichmann, che lo definì “il suo uomo migliore”.

Per guardare a questa immane tragedia dobbiamo riscoprire empatia con tutte le vittime, non diventare tifosi di un blocco o dell’altro: tutti i grandi protagonisti di questo conflitto hanno convenuto nel negare e combattere la vera rivoluzione siriana, nonviolenta e libertaria, aiutandoci a chiudere gli occhi fino alla fine. Ora che tutto sembra “finito”, mentre in realtà si susseguono altre carneficine, si occupano e distruggono altri ospedali, tu ed io dobbiamo riconoscere l’urgenza di guardare in faccia tutte le vittime e riconoscerli tutti come nostri fratelli. Su Le Nouvel Observateur, pochi giorni prima che finisse il 2016, è stato pubblicato un appello:

A tutti quelli che ci sentono: milioni di video ci sono stati inviati. Questo grido viene dai civili di Aleppo. Il loro messaggio è indirizzato a noi. Noi che nulla facciamo, non sapendo cosa fare. La vergogna che incombe su di noi si chiama Aleppo. Dopo Palmira, dopo Homs, dopo Kobane. Aleppo, i cui abitanti sono stati uccisi senza pietà. Così come, a loro tempo, quelli di Srebrenica, di Grozny, quelli nel ghetto di Varsavia. E’ tempo di gridare a Vladimir Putin e Bashar al-Assad, dimostrando davanti alle ambasciate. 

No, il mondo non lascia impuniti i crimini commessi contro le donne, i bambini, i civili di Aleppo.

Primi firmatari: Martine Aubry, Michel Tubiana, Fethi Benslama, Daniel Cohn-Bendit, Erri De Luca, Annie Ernaux, Yannick Jadot, Enrique Villa-Matas, Aurélie Filippetti.

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