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Se in Italia parlare di aborto assomiglia ad una caccia alle streghe

 

Il concorso della discordia: l’Ospedale San Camillo di Roma indice un bando di assunzione di due ginecologi, specificando che possono fare domanda solo i medici non obiettori di coscienza, ossia favorevoli a interruzioni di gravidanza volontarie. Subito sono insorti CEI e movimenti per la vita, appellandosi ad una distorsione della legge 194 applicata dalla Regione Lazio, in quanto tale legge serve a prevenire e non a favorire l’aborto. Anche la Ministra della Salute, Beatrice Lorenzin, è intervenuta in maniera critica, affermando come in questi concorsi pubblici non siano previsti parametri come quelli indicati dall’ospedale romano e che proprio il San Camillo abbia già a disposizione un numero sufficiente di dottori non obiettori di coscienza.

Ancora una volta la scelta di offrire un servizio pubblico quale l’interruzione volontaria di gravidanza diventa motivo di dibattito acceso e scene come quelle viste davanti all’ospedale di Bologna, dove sostenitori di movimenti per la vita si sono radunati in preghiera per difendere la vita dei neonati.  Si insiste sul diritto di un medico di agire secondo coscienza e di rifiutare ad una donna un diritto che la tanto menzionata legge 194 tutela, ma che sempre più spesso viene negato. Secondo i dati del 2016 elaborati da Paola Cipriani de La Repubblica su fonti del Ministero della Salute, le percentuali dei medici obiettori sono elevatissime, con picchi del 93.3% in Molise e del 92,9% nella provincia di Bolzano, e stime attorno all’80% nelle regioni del Sud Italia. Il Lazio, per ritornare al caso appena discusso, registra l’80,7%. Cara Ministra Lorenzin, quando lei parla di “personale sufficiente” per la pratica dell’aborto, si sbaglia nella misura in cui non considera questi dati che descrivono una situazione in cui le donne possono rivolgersi solo a pochi centri ospedalieri pubblici, oppure devono ricorrere a ospedali privati. O, nel peggiore dei casi, a metodi casalinghi. Quindi no, non c’è personale sufficiente per vedere un nostro diritto essere messo in pratica. Le nostre nonne e le nostre madri hanno lottato per ottenere la legge 194, hanno voluto garantirci un servizio pubblico, sale ospedaliere sterilizzate, e un’operazione chirurgica che non mettesse a rischio la nostra vita.  Siamo ben consce dei limiti imposti dalla legge 194 e delle multe salate (introdotte con un decreto legislative lo scorso gennaio 2016) da pagare in caso noi donne e i medici pro-aborto non rispettassimo tali vincoli, ma vorremmo che anche i medici rispettassero il giuramento di Ippocrate e si comportassero come uomini di scienza e non giudici delle nostre scelte.

Il caso dell’ospedale San Camillo ha portato nuovamente alla luce il complicato rapporto che la società italiana ha con tale argomento. La parola “aborto” mette ancora i brividi e allora di usa l’espressione “interruzione volontaria di gravidanza”.  Chi decide di abortire viene vista come una strega, una persona senza valori, un’assassina, una lussuriosa. Chi pratica l’aborto è visto come un complice di un omicidio. I pregiudizi, i sensi di colpa, il peso di una scelta dolorosa portano le donne a rinunciare ad un diritto garantito dalla legge italiana, e a rivolgersi alle mammane o a medici che operano in via illegale. Se per i movimenti anti-aborto sembra che chi interrompa una gravidanza lo faccia col sorriso sulle labbra, dovrebbe ascoltare a mente aperta e con rispetto i motivi di tale scelta, perché di questo si tratta e non di un capriccio o di una moda.

C’è una legge che dà alle donne italiane il diritto di decidere cosa fare con il proprio corpo. Ma è una legge poco difesa, anche da noi donne, in virtù di quell’alone di colpa e vergogna gettato sopra la parola “aborto”. Ben vengano allora quei centri ospedalieri pubblici che aprono le porte a medici non obiettori, che ci aiutano a non sentirci streghe da condannare, ma donne.

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