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Un giornale cartaceo per sopravvivere alla rete? Locale e popolare

 

L’Italia si è ritrovata nel sistema della comunicazione globale, dominata dall’online, con giornali cartacei lontani anni luce dagli interessi, dal linguaggio e dai bisogni (tanto per cominciare, informativi) delle persone. Con il sistema di giornali locali, in particolare, devastato e sostanzialmente annullato dalle conglomerate editorial-pubblicitarie (in primis, la Repubblica e il Corriere della Sera). E con un assetto di testate qualificate perlopiù dall’essere nazionali e d’opinione, quasi tutte “di Palazzo” o al più di pezzi di Palazzo e spesso organi di questo o di quell’altro centro di potere politico ed economico-finanziario.

Così, dopo essere stato da sempre tra i paesi con i più bassi indici di lettura di quotidiani al mondo, ne registra oggi il crollo più pesante, praticamente vertiginoso, definitivo, sino a far ritenere ormai imminente – molto prima delle pur più funeste previsioni – il passaggio totale in Rete della gran parte delle testate vere, cioè quelle che la gente compra in edicola (non quelle esistenti solo nelle rassegne-stampa e nei dibattiti televisivi).

Del resto, molte testate, pur affacciandosi alla Rete, continuano ad uscire in edizione cartacea anche perché, in particolare da noi, in Rete la stragrande maggioranza dei “lettori” sono ancora lontanissimi dall’idea di pagare per aggiornarsi e documentarsi, mentre la pubblicità stenta a decollarvi.

In questo quadro la gran parte degli editori e dei giornalisti – così come per lunghi decenni hanno individuato nella Tv l’alibi per la loro storica incapacità di confezionare prodotti per il mercato (vale a dire per le esigenze informative della gente, non del Palazzo) – ora ritengono i propri giornali non solo destinati a morte certa ma già dei sopravvissuti. Naturalmente, per colpa della Rete, non ci sarebbe più niente da fare.

E invece qualcosa si potrebbe ancora fare per i giornali cartacei. Forse anche per il futuro, ma certamente per il presente e per un lungo tempo ancora. Per esempio puntando sui locali anziché sui nazionali, sui “popolari” anziché sui “politici”…

Ma quel po’ di reazione che ogni tanto viene fuori, vagamente contraddicendo la rassegnazione alla fine, va anch’esso in tutt’altra direzione. Per esempio, il gruppo-Repubblica ha avviato, in concomitanza col passaggio di direzione fra Ezio Mauro e Mario Calabresi, una gestione del quotidiano capofila decisamente in chiave di inevitabile esodo verso il web. Non solo. Invece di riprendere un discorso serio e di rilancio delle numerose testate locali accumulate dagli anni Settanta, sta facendo esattamente l’opposto: disfarsene. Per iniziativa dell’editore Carlo Caracciolo e del suo braccio destro Mario Lenzi, queste testate avrebbero dovuto essere il “primo giornale” nelle regioni e/o province di competenza, mentre la Repubblica di Eugenio Scalfari (dello stesso gruppo-Espresso) avrebbe dovuto essere il “secondo giornale”, un  giornale nazionale e colto: come si disse esplicitamente, il Monde italiano. Queste intenzioni iniziali, nel giro di qualche anno, furono contraddette e azzerate dalla voracità diffusionale e di raccolta pubblicitaria della testata capofila, che da “secondo giornale” si trasformò subito in “giornale supermarket”, dando vita ad una formula “mostruosa” che non esiste altrove: colto e popolare, grande giornalismo e gossip, pagine nazionali e pagine locali. Insomma divenendo “primo” e “unico” giornale, come subito dopo fece il Corriere della Sera, in particolare con la prima direzione di Paolo Mieli, proveniente non a caso dalle fila scalfariane.

Insomma, le testate locali furono lasciate sopravvivere in una qualche maniera, essendo state marginalizzate e snaturate dal dinamismo scalfariano, cui si adattò anche Caracciolo in considerazione dei dati straordinari de la Repubblica sul terreno diffusionale e della raccolta pubblicitaria. Anche in questo caso determinando una tendenza generale del sistema.

E ora che i giornali cartacei, a cominciare dai grandi, vanno verso l’estinzione, che fa il gruppo-Repubblica e con esso l’intero sistema? Questo ha scarse capacità di reazione, avendo nel frattempo indebolito e ridotto in macerie il sottosistema di giornali locali. E quello, il gruppo-Repubblica, invece di tentare un’ultima resistenza – secondo un’altra corrente di pensiero, cui appartiene chi scrive, mettendo in campo una vera strategia di sopravvivenza – che fa? Vende o svende. E’ la sorte che è già toccata a La Città di Salerno, all’Alto Adige, al Centro di Pescara, alla Nuova Sardegna di Sassari…

(A meno che – eterogenesi dei fini – la svendita di queste testate a gruppi locali non valga, di fatto, a rilanciarne il collegamento territoriale e un sano interesse a fornire un “servizio” ai cittadini, per ricavarne risorse e utili attraverso le vendite e la pubblicità).

Insomma, il sistema editoriale sta rispondendo così: corre verso il web, non attardandosi a capire se ci siano o meno possibilità di tenuta, senza distinguere fra testate nazionali e testate locali… Anzi, se miracolosamente nasce qualche nuova testata – in realtà più per ragioni “politiche” che di mercato – si tratta sempre e comunque di testate “nazionali” e “d’opinione”, di parte, “al servizio di”. Peraltro con nomi impegnativi come La Verità o Il Dubbio.

La formula del giornale locale e popolare, oggettivamente diversa da quella nazionale e politica, è storicamente estranea alla cultura editoriale e giornalistica italiana. Sino agli anni Settanta, abbiamo avuto un sistema di giornali regionali, fatti come se fossero piccoli Corriere della Sera, “provinciali” sulle questioni nazionali e internazionali, evasivi sulle questioni locali e privi di mordente e di informazioni di servizio utili alla collettività.

Negli anni Settanta, grazie appunto a la Repubblica, si è registrato un doppio e opposto fenomeno: 1. una prima fase di buone intenzioni, favorevoli alla creazione di un mercato moderno e razionale, basato su editori che non fossero più imprenditori di altri settori che facevano giornali per guadagnarsi la riconoscenza dei politici (da cui ottenere appalti e commesse) e su prodotti finalmente e virtuosamente differenziati (giornali locali e nazionali, popolari e specializzati, ecc.); 2. una seconda fase di ritorno al passato, con una modernizzazione solo formale, con la rilegittimazione del vecchio giornalismo editorialistico, con l’ulteriore marginalizzazione del giornale “utile”, quindi locale e con la dominanza del giornale di parte (politica, affaristica, ecc.), cioè nazionale.

In riferimento a quella prima fase, da più parti si concepì e in qualche caso isolato si realizzò, si avviò a concretizzazione la formula del giornale “locale e popolare” (vedi ad esempio: “Una formula che viene da lontano già bella e descritta 40 anni fa da Beppe Lopez nel primo numero del Quotidiano”, http://infodem.it/analisi.asp?id=4948). Poi, com’è noto, a cavallo della fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, in Italia ci fu una specie di restaurazione, rispetto ai processi di democratizzazione e di modernizzazione messi in campo a cominciare dagli anni Sessanta. Questo successe ovviamente anche nel settore editoriale. E vinsero loro: i restauratori. Che ora vengono vinti dalla Rete.

Che c’entra tutto questo con i giornali locali? C’entra.

Data per scontata la fine del giornale cartaceo, genericamente inteso, c’è da rilevare che il giornale locale non è “solo” un giornale. Allo stato degli atti e in previsione degli ulteriori, accelerati sviluppi delle applicazioni tecnologiche e informatiche, un giornale come la Repubblica, Il Sole 24 Ore, Libero, ecc. lo puoi andare tranquillamente a leggere in Rete. Ci sarà ancora una differenza fra nativi cartacei e nativi online, ma siamo lì. Questa differenza è destinata a volatilizzarsi col tempo.

Un giornale locale è anche un’altra cosa. Fa parte (dovrebbe, potrebbe far parte, se fatto in libertà e con professionalità) della tua identità e della tua abitudine di cittadino, di cittadino di uno specifico paese, di una specifica città. Vai in edicola per comprarlo, vai in piazza o al caffè per leggerlo. Lo scambi con amici e colleghi. Ti accompagna durante la giornata. Ti aiuta (dovrebbe aiutarti, può e deve aiutarti) a vivere al meglio la tua giornata di cittadino, di lavoratore, di professionista, di capofamiglia, di giovane studente, di donna, di tifoso, di consumatore, di utente, di praticante religioso, di persona interessata (per esempio) ai negozi che fanno sconti, ecc. ecc., nella tua città, nel tuo quartiere. E’ un po’ anche una bandiera della comunità. E’ il confronto politico in Comune. E’ l’aggiornamento sui servizi sociali, sul traffico, sulle necessità urbanistiche, sui lavori pubblici nella tua zona, ecc. ecc..

Si dirà: tutto questo non lo puoi trovare in Rete? Provateci.

Il “mio” giornale è ciò che era la preghiera del mattino per i credenti. E’ il paio di pantofole che indossi appena esci dal letto e metti i piedi per terra. E’ il giornale di cui mi fido (mi dovrei fidare, se fosse fatto come sto auspicando). Che so da chi è fatto. Ne incontro il cronista al bar o dal fornaio. E’ il giornale della “nostra” squadra di calcio.

Tutto questo la ricerca in Rete non te lo dà. Certamente non te lo dà adesso. Per il futuro vedremo.

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