Cari nonni, fidatevi di noi. Perché il referendum non è un fatto generazionale

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Scrivo quest’articolo con il massimo rispetto e un po’ di sincera commozione, in quanto torno a rivolgermi esplicitamente, dopo tanto tempo, a una generazione, quella dei nostri nonni, verso la quale nutro un profondo senso di stima e ammirazione.
Scrivo, per intenderci, alla generazione di Corbyn e Sanders, di Cofferati e di Cacciari, a quei ragazzi di settant’anni che hanno avuto la fortuna di crescere in un mondo senz’altro migliore rispetto a quello attuale e in una società meno in guerra con se stessa, meno attraversata da odi e rancori, più pulita, più onesta, con una politica capace di divisioni feroci e anche di scissioni dolorosissime ma mai di sfociare nella barbarie o nei toni da osteria cui stiamo assistendo in questa tristissima stagione.
Scrivo a chi ha avuto vent’anni ai tempi dei Beatles e dei Rolling Stones, a chi ha suonato con la chitarra le canzoni di Bob Dylan e di Joan Baez, a chi era a Valle Giulia e a chi ha respirato l’effervescenza, forse esagerata ma senz’altro salutare, del Sessantotto e degli anni successivi.
Scrivo a chi a vent’anni ha incontrato Enrico Berlinguer e magari si è iscritto al PCI perché gli piaceva l’idea di poter entrare in un grande partito di massa e provare a cambiare lo stato delle cose.
Scrivo a chi ce l’ha fatta e a chi si è perso, ai vincitori e agli sconfitti, a chi ci crede ancora e, soprattutto, a chi si è rassegnato e a ha smesso di illudersi, di sperare, di guardare al domani con ottimismo.

Scrivo a tutti voi perché vi voglio bene. A differenza dell’attuale Presidente del Consiglio, infatti, non credo affatto che i mali del Paese derivino dalle vostre azioni o, meglio, non solo da esse. Non credo affatto che abbiate derubato le generazioni successive e, in particolare, la nostra e non credo nella maniera più assoluta che siate avidi; credo, al contrario, che le vostre pensioni dignitose e i vostri sacrifici di una vita costituiscano, al momento, l’unico ammortizzatore sociale che abbiamo a disposizione, senza il quale davvero rischieremmo di piombare in un clima di tensione e disperazione collettiva senza precedenti, per via della mancanza di lavoro e, più che mai, della mancanza di un lavoro dignitoso e ben retribuito: una condizione di precarietà esistenziale nella quale sono costretti a vivere milioni di miei coetanei, molti dei quali, alla fine, si arrendono e fuggono all’estero, nella speranza di trovare altrove le occasioni che qui sono state negate loro.
Scrivo alla vostra generazione per dirvi che Grillo senz’altro eccede e utilizza toni inaccettabili, che parlare di “serial killer” della democrazia nei confronti degli avversari è gravissimo e che anche chi voterà SÌ non farà altro che esprimere le proprie idee e per questo meriterà comunque un plauso, in quanto avrà svolto il suo dovere civico; tuttavia, è altresì vero che non ha tutti i torti Grillo quando, a modo suo, cioè male, mette in evidenza che l’attuale esecutivo non costituisce affatto una garanzia di stabilità per il Paese né, tanto meno, per le giovani generazioni.
Anche se non è corretto, in quanto si dovrebbe votare unicamente sul testo della riforma, è assolutamente innegabile che, per come Renzi ha impostato questa battaglia, trasformando il referendum costituzionale in una sorta di “dies irae” nel quale, inevitabilmente, si voterà anche sul suo governo, è innegabile che saremo chiamati a dare un giudizio complessivo su tutto ciò che questa compagine ha fatto dal giorno in cui si è insediata ad oggi. E il bilancio, come potete toccare con mano, è drammaticamente negativo, con un’Italia più fragile e più divisa, più isolata in Europa e con un clima da guerra civile al proprio interno che non aiuta nessuno e lacera in maniera forse irrimediabile la nostra coesione e un tessuto sociale già gravemente ferito dalla crisi più grave dal dopoguerra.

Ricordo ancora lo sguardo di un anziano iscritto alla CGIL che l’8 dicembre 2013, all’inizio di questa epopea di cartapesta, si chiedeva per quale motivo tanti giovani fossero attratti da un personaggio che aveva fatto della divisione generazionale la propria cifra politica, scaricando vigliaccamente sui più anziani colpe che non hanno e facendosi forza del fatto che quando si hanno tanti anni sulle spalle, è più difficile trovare le energie per battersi e per reagire ad accuse immeritate e strumentali.
Ebbene, da allora il clima è radicalmente cambiato, molti di noi hanno preso coscienza di quali interessi rappresenti veramente il renzismo e il prossimo 4 dicembre la nostra generazione voterà, in gran parte, NO. Voteremo NO perché non abbiamo tratto alcun beneficio dall’azione di questo governo; anzi, abbiamo visto ridursi ulteriormente le nostre prospettive e le nostre possibilità di trovare un impiego all’altezza dei nostri studi e retribuito come si deve. Voteremo NO perché siamo stanchi di studiare in scuole fatiscenti, con programmi inadeguati e stantii e docenti trattati alla stregua di zerbini, trasferiti da Catania a Cuneo, mettendo in discussione l’unità di migliaia di famiglie, e costretti a subire le prepotenze e le angherie di dirigenti trasformati in mega-direttori galattici da una riforma che definire pessima sarebbe un eufemismo. Voteremo NO perché sappiamo di non poterci fidare di un soggetto che ha liquidato Letta in poche settimane dopo averlo rassicurato con un hashtag e che in questi anni non ha mantenuto una promessa che sia una, al punto che vien difficile credergli persino quando assicura che, dopo il voto, modificherà l’Italicum, anche se è probabile che lo farà in quanto con l’attuale legge elettorale la vittoria dei 5 Stelle sarebbe sicura. E voteremo NO anche per questo: perché le leggi elettorali si possono e talvolta si debbono modificare, specie quando la precedente è stata dichiarata incostituzionale dalla Consulta e quella attualmente in vigore ne è la fotocopia peggiorativa, ma non sta né in cielo né in terra che una legge elettorale venga modificata contro qualcuno, oltretutto contro una forza politica che rappresenta circa il trenta per cento dei cittadini e che non può e non deve essere esclusa da nessun discorso pubblico, meno che mai dalla definizione delle regole del gioco.
Infine, ed è l’aspetto più importante, su cui vi invito a riflettere seriamente prima di entrare nella cabina elettorale, voteremo NO perché vogliamo avere anche noi la possibilità di vivere in una società più giusta, più umana, meno diseguale, con meno tensioni e in cui si riscoprano i valori essenziali della fratellanza e del rispetto nei confronti del prossimo, in cui l’avversario non sia più considerato un nemico e in cui diminuiscano in misura esponenziale ricatti, voti di fiducia, scontri parlamentari ed eccessi verbali che stanno avvelenando la politica e il Paese.

Sogniamo di vivere, proprio come voi, proprio come i partigiani, proprio come i padri costituenti che ci hanno regalato questa bellissima Carta, in un’Italia più buona, basata su un civile confronto di idee e non su un continuo OK Corral fra esagitati e personaggi in cerca d’autore.
A tal proposito, vi chiediamo di prenderci per mano, di affiancare alla nostra freschezza e al nostro entusiasmo la vostra esperienza e le vostre conoscenze, di ricucire ciò che è stato strappato, di unire anziché di dividere e, se proprio si avverte l’esigenza di quella che il professor Rodotà definisce una “buona manutenzione costituzionale”, che la si faccia insieme, senza canguri né voti di fiducia, senza trasformare il Paese in un’arena, senza rodei, senza inciviltà di alcun tipo, senza la cattiveria e il sommarsi di indecenze che hanno caratterizzato gli ultimi tre anni.
Vi chiediamo, in poche parole, di credere in noi e di dar vita, anche in Italia, a quel patto fra nonni e nipoti che sta offrendo una speranza di riscatto a nazioni che pure sono destinate a soffrire, ancora per qualche anno, sotto il tacco della peggiore destra che si sia mai vista.
Vi chiediamo di lasciarci in eredità l’occasione di provare a cambiare il mondo, proprio come sognavate di fare voi quando occupavate le università e andavate in giro con i capelli e le barbe lunghe. Magari non ci riusciremo, magari non ne saremo capaci, può darsi, ma lasciateci almeno la possibilità di provare a dire la nostra e, soprattutto, per dirla con il grande economista Claudio Napoleoni, “cercate ancora” perché non è affatto detto che ci si debba rassegnare a vivere in un’Italia becera, volgare e squallida, subendo quotidianamente la narrazione artificiosa di un’avventura che non ha nulla di collettivo né di apprezzabile e che, al contrario, è l’auto-narrazione asfissiante di una singola persona che ormai ha già detto tutto ciò che aveva da dire.