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Una lunga pazienza: verso un pluralismo dinamico e fecondo

 

di Nino Buccafusco

Da tempo, sul dilagante fenomeno della xenofobia che investe l’Europa, esponenti religiosi hanno esternato la necessità di rimeditare sul significato dell’essere cristiani, in un contesto in cui l’ampiezza del fenomeno e la parallela esplosione del terrorismo di derivazione islamica si inseriscono nello scenario di una guerra mediorientale e non solo. Tali eventi scuotono l’Europa cristiana dove cadono antiche certezze e si alimentano paure, ponendo interrogativi esistenziali. Appare evidente, ormai, che la realtà musulmana fa parte di questa Europa, dove si è insediata attraverso un processo che l’ha sostanzialmente tenuta ai margini della società (M. El Ayoubi: “La sfida dell’islam italiano”. In Confronti, dossier 2015), ed è venuto il tempo di considerare questo fenomeno con maggiore attenzione e senso di responsabilità. Il caso del nuovo sindaco di Londra, avvocato di origine pakistana, è comunque un segno positivo del multiculturalismo britannico, anche se, come nota P. Naso in un articolo apparso su Confronti (giugno 2016), non è riuscito a «trasformare la multiculturalità in interculturalità, il rispetto dei vari gruppi e delle loro tradizioni in un pluralismo dinamico e fecondo».

Avviarsi verso questo tipo di pluralismo mi sembra che oggi sia l’unico obiettivo sensato, anche se il cammino da fare è lungo e non facile: si tratta, infatti, di rimettere in gioco i nostri consolidati valori, cioè in concreto il nostro stile di vita nelle sue varie declinazioni, facendolo interagire virtuosamente, in una visione inclusiva, con quello che caratterizza il mondo musulmano. Un vero e proprio mutamento paradigmatico che, comunque, deve essere assunto come meta prioritaria nelle dinamiche socio-politiche che si intende perseguire, rispondendo al bisogno di pace in un momento in cui in Europa e nel mondo si privilegia ancora il ricorso alla violenza. Una prima positiva risposta è comunque venuta dalla Francia per iniziativa della comunità musulmana che ha invitato i propri fedeli a pregare nei templi cattolici come solidarietà per l’omicidio di un sacerdote. È una risposta importante che va colta come grande occasione per aprire una nuova stagione di dialogo, sottolineando che la diversità è un diritto. In tale quadro, di per sé abbastanza complesso e senza la pretesa di risolvere i problemi del mondo, avverto la necessità di dare un contributo nella forma di alcuni suggerimenti che, pur nella loro insufficienza, potrebbero indicare una prima strada da percorrere su temi quali la giustizia sociale e la coesistenza pacifica. Ecco quanto mi sento di suggerire:

a) per aprire in concreto una nuova stagione di dialogo credo che sia anzitutto necessaria un’approfondita conoscenza delle difficili condizioni sociali ed economiche in cui, attualmente, le comunità non cristiane vivono la loro diversità. Servirebbero alcune indagini campione, nel contesto europeo, per fare emergere le cause di povertà ed esclusione sociale nelle aree ghettizzate da cui nascono conflitti che, non sempre, o forse mai, hanno motivazioni religiose. Questa iniziativa va interpretata alla luce dell’attuale assetto economico globale che, da un lato, origina e accentua le diseguaglianze economiche tra i popoli e, dall’altro, distrugge le risorse del pianeta.

b) un momento importante, è quello di promuovere un nuovo incontro tra esponenti religiosi cristiani, musulmani ed ebrei. Pur in presenza di difficoltà derivanti dalle posizioni teologiche lo sforzo per trovare punti di condivisione è certamente possibile, soprattutto se oggetto del confronto sia la scelta di aree più ampie possibili di condivisione, con lo scopo puntuale di disegnare un Manifesto per la pace: un “testo aperto” per una comune meditazione. Esso dovrebbe contenere brani originali tratti dalle ispettive scritture accompagnati da commenti condivisi. Un testo per conoscere e conoscersi, il cui messaggio di fondo dovrebbe tendere a sollecitare le coscienze affinché, abbandonando l’idea della guerra come argomento per risolvere i problemi del mondo, ci si avvii verso le dimensioni della solidarietà universale.

c) è facile rilevare che il Manifesto, laddove venga adeguatamente diffuso (a cominciare dalle scuole e anche attraverso la rete) non può non portare elementi positivi nelle dinamiche sociali. Ma questo non sembra sufficiente. A mio avviso, affinché l’iniziativa assuma una forte valenza sociale, anche se in tempi non brevi, occorre un momento operativo nel quale soggetti di diversa fede, opportunamente guidati da tutors, intervengano per farsi portatori volontari di cambiamento. Si tratterebbe di organizzare, nei territori di competenza, strutture formative a cura delle comunità religiose, ove portare a dibattito sia le riflessioni contenute nel Manifesto sia i dati sociologici acquisiti mediante le indagini prima indicate. Nel processo di formazione di questi volontari va tenuto conto che il successo di tale operazione può aversi solo se i soggetti coinvolti si facciano consapevolmente carico del compito loro assegnato, cioè se si produce in essi una maturazione che porti a forme di responsabilizzazione sociale. In tal modo, i soggetti potrebbero svolgere nei territori di loro competenza il ruolo di testimoni leader. Ma, per realizzare questo obiettivo, occorre necessariamente la collaborazione di esperti in scienze sociali (sociologi, psicologi, pedagoghi, economisti … che dovrebbero anche curare una parte del Manifesto) il cui intervento nei dialoghi formativi con i volontari sia volto a declinare la versione laica della convivenza pacifica e i suoi vantaggi sociali ed economici. In questo modo il tradizionale confronto (tra religiosi), verrebbe sostituito da un confronto tra persone di fede diversa (tra volontari del cambiamento) e si giocherebbe su basi conoscitive fondate sia sulla comparazione delle scritture contenute nel Manifesto, sia sulla base delle evidenze emerse da indagini sociologiche scientificamente strutturate. Quanto precede non appare privo di interesse, e vale anche per conoscere e utilizzare le potenzialità dei diversi patrimoni culturali. Questo momento operativo dovrebbe realizzarsi intervenendo nelle aree metropolitane europee, cioè dove è più evidente il fenomeno della emarginazione sociale.

Ritengo che la coniugazione dei tre momenti prima descritti avrebbe il vantaggio di arrivare al cuore del problema: cioè incidere sui comportamenti della gente comune, nella convinzione che le diversità religiose siano una risorsa sociale e nella certezza che nessuno, oggi, può salire in cattedra in nome del proprio Dio come l’unico Dio. Se le diversità sono una risorsa sociale esse si devono mettere in gioco perché, incontrandosi, si modificano facendo interagire virtuosamente atteggiamenti consolidati. Con l’interscambio e la influenza reciproca, si potrebbe generare una mutazione culturale dove il concetto di pace sia un collante socialmente riconosciuto: aspetto, questo, che potrebbe attenuare la forte disomogeneità delle comunità islamiche avvicinandole verso posizione laiche. Al riguardo sarebbe auspicabile che, attraverso le dinamiche dialogiche che potranno svilupparsi tra i volontari, emergesse il valore della libertà sostanziale per tutti gli individui visti come agenti attivi del cambiamento socio-economico. Ma spesso queste libertà, come avverte Sen, sono irrimediabilmente delimitate e vincolate “dai percorsi sociali, politici ed economici che ci sono consentiti”. Si tratta, dunque, di un nodo cruciale presente in tutte le società: esso richiama la importante funzione che ogni individuo può e deve giocare per intervenire negli assetti socio-economici del proprio paese, riconoscendo i valori dell’etica sociale che fanno “parte integrante degli stessi fini dello sviluppo” (A. Sen: Lo sviluppo è libertà).

Il focus è dunque quello di realizzare una diffusa consapevolezza che un comune cammino verso la solidarietà e la pace, generando aspettative positive, non può non migliorare le condizioni di vita di tutti, riguardando sia le dimensioni dello spirito, sia quelle attinenti alle concrete condizioni socio-economiche. Si realizzerebbe così un sentiero verso un pluralismo laico dinamico e fecondo, il cui valore di fondo sia quello dell’amore universale: annunciato come l’unico che può portare un benessere spirituale ma anche concreto a tutti gli uomini e le donne del mondo, e lanciato come una missione tendente a generare un nuovo paradigma culturale, nell’ottica di una visione solidaristica globale. Questa visione è sempre mancata o non è stata mai attuata: non sarà l’ONU, non saranno i politici a percorrere questo sentiero, condizionati, come sono, dai particolari e contrastanti interessi nazionali. Si vedano già le attuali dinamiche europee. Ma è compito assolutamente prioritario che su questa realtà politica si eserciti una pressione verso un riequilibro della distribuzione della ricchezza per diminuire le diseguaglianze socio-economiche dei popoli. Risolvere questo compito significa, in pratica, risolvere tutte le tensioni internazionali. Ma è impresa titanica che, a mio parere, può essere sostenuta solo se c’è l’impegno di tutte le chiese. Solo e soltanto queste infatti, se riusciranno a coinvolgere le loro comunità, potranno affrontare questo cammino perché solo esse hanno una risorsa che tutti gli altri non hanno: la fede e la forza che da essa si genera. Se tutte le religioni del mondo sapranno coinvolgere i popoli questa forza si potrà concretamente ed efficacemente utilizzare per combattere guerre e ingiustizie sociali. Sarà molto dura, ma, come ha detto qualcuno, la pace è una lunga pazienza. Se si arriverà alla fine del percorso, se ci sarà questa pazienza, è facile immaginare una felice convivenza delle religioni, le cui differenze di fondo, che certamente rimarranno, non saranno più pretesti per le guerre ma rappresenteranno dimensioni che arricchiranno il comune sentimento religioso. Se questo cammino non ci sarà, non ci sarà nessun Dio che potrà salvare il mondo.

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