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L’Europa è dentro di noi nonostante Orbán

 

Qualche settimana fa, con l’abilità lirica che gli è propria, Massimo Granellini ha raccontato su “La Stampa” un episodio emblematico di cosa sia oggi l’Europa: “Mi trovavo al festival di Camogli e alle due meno cinque del pomeriggio ho visto scattare all’unisono relatori, scrittori e intellettuali insospettabili, tutti alla ricerca spasmodica di un televisore acceso sul derby di Manchester, City contro United. Tra loro non c’era neanche un inglese. Né, che io sappia, un residente a Manchester, città dal fascino assai discutibile. Arrivo a supporre che, se avessi messo una cartina della Gran Bretagna davanti ai loro nasi, quasi nessuno avrebbe saputo indicarmi l’esatta collocazione di Manchester. Eppure i destini delle due squadre di quella entità in fondo onirica chiamata <<Manchester>> erano in cima ai loro pensieri. Così mi sono ritrovato da solo, con lo smartphone connesso sul sito de <<La Stampa>>, a leggere il resoconto dell’allenamento del Toro, impegnato il giorno dopo a Bergamo in una partita di cui – la verità non mi era mai apparsa così chiara come in quel momento – erano a conoscenza soltanto i tifosi stretti delle due squadre interessate”.

Non so perché mi sia tornato in mente questo racconto di Gramellini, in occasione del referendum ungherese anti-immigrati fortemente voluto da Orbán e fortunatamente fallito per via del mancato raggiungimento del quorum, benché vada detto senza infingimenti che la quasi totalità dei votanti si è espressa contro la ripartizione delle quote di migranti all’interno dell’Unione Europea e a favore dei deliri nazistoidi di un premier incompatibile con i valori fondativi della nostra comunità.

O forse lo so bene ed è perché mi è tornato in mente anche un verso, bellissimo e sempre attuale, di Rainer Maria Rilke che recita: “Il futuro entra in noi, per trasformarsi in noi, molto prima che accada”. Vale anche per l’Europa, come tenterò di dimostrare raccontando alcune piccole vicende personali.

Era l’estate del 2000 quando in due paesi fondatori della Comunità europea si svolsero gli Europei di calcio e ricordo bene le straordinarie emozioni che provai nel corso di quella manifestazione spalmata fra Belgio e Olanda, a cominciare dalle ironie di mia madre sulla riscrittura dell’antropologia del Vecchio Continente per via della pelle nera del mitico centravanti svedese Larsson o su della provenienza caraibica degli olandesi Seedorf e Davids; per non parlare poi dei figli delle colonie francesi che ci batterono in finale, schierando una Nazionale nella quale l’integrazione razziale non era solo pienamente avvenuta, e con successo, ma era anche un’assoluta necessità, visto il talento dei campioni nati in quella generazione.

Erano lontani i tempi nei quali avrei dedicato alla società multietnica la mia tesi della Magistrale, non sapevo ancora chi fossero Mounier, Maritain, Spinelli, De Gasperi, Schuman e Adenauer, non conoscevo ancora i trattati europei e l’intera storia del Vecchio Continente ma il fatto che popoli che un tempo si facevano la guerra potessero scontrarsi, al massimo, su un campo di calcio mi sembrava una cosa bella.

Ricordo ancora che una volta portai a scuola un vecchio atlante di mamma, con le due Germanie e l’Unione Sovietica, e i miei compagni, giustamente, scoppiarono a ridere e non capirono di che continente stessi parlando: l’Europa da allora aveva subito mutazioni incredibili.
Ricordo quando “Topolino” distribuì una copia di una moneta da un euro e fui così orgoglioso di tenere in mano il mio primo euro, così come fui felice di giocare con l’album delle figurine dell’Europa dei quindici e di iniziare a seguire la Champions League, scoprendo l’esistenza di squadre come il Barcellona, il Real, il Chelsea, il Manchester United e molte altre ancora, fino a quell’epifania della bellezza che fu Euro 2000, quando l’Olanda di Rijkaard dovette arrendersi in semifinale alle parate di Francesco Toldo e alla solidità della nostra difesa, la Francia vinse contro di noi sfoggiando la propria grandeur multietnica, il Portogallo pessoano di Figo e Rui Costa dovette arrendersi immeritatamente ai galletti transalpini in semifinale, la Germania nuovamente unita fece un fiasco e la Romania senza più Ceaucescu arrivò ai quarti, proiettandosi nel futuro.

Non è un caso nemmeno il fatto che due anni dopo, da scout, presi come prima e unica specialità quella di europeista, in quanto questo piccolo sogno mi era entrato dentro, e così, leggendo Gramellini, ho ripensato a tutto questo e mi sono detto che no, nessun cialtrone potrà portarci via questa speranza.

Perché me l’immagino un bambino di dieci anni che si affaccia alla vita e comincia a seguire il Barça o il Bayern di Ancelotti con la stessa passione con cui fa il tifo per la Juve o per l’Inter; un bambino per cui la lira è, al massimo, un ricordo dei genitori e l’euro è l’unica realtà che conosce; un bambino che ha come compagni coetanei che si chiamano Ahmed o Fatima, Tiao Lin o Jaspreet e non conosce nemmeno il significato della parola razzismo; un bambino per cui è normale pensare di andare a studiare per un anno in un altro paese europeo o anche negli Stati Uniti e, magari, trasferirsi per lavoro a diecimila chilometri di distanza; un bambino che adora la propria famiglia, si sente italiano e romano o milanese ma, al tempo stesso, cittadino del mondo; un bambino per cui la società globale è un’opportunità straordinaria e non solo non lo spaventa ma lo inorgoglisce; penso a un bambino così e poi penso alla nostra grettezza.

Penso agli Orbán, ai Farage, alle Le Pen, ai fautori della Brexit, ai trumpisti di casa nostra e rifletto sul fatto che quest’Europa avrà pure mille difetti ma non la cambierei con nessun altro continente né, tanto meno, con le piccole patrie isolate nelle quali vorrebbero rinchiuderci i demagoghi e i populisti di turno.
Penso all’entusiasmo fanciullesco del bambino che ero e mi immedesimo in quello dei bambini di adesso, più che mai figli di un’Europa sbagliata e irrispettosa dei diritti umani e della dignità delle persone ma, proprio per questo, da modificare radicalmente, non certo da abbattere.
Penso alla crisi del socialismo europeo, con la Spagna bloccata anche a causa delle spaccature presenti all’interno di un PSOE che ha recentemente sfiduciato Sánchez per seguire la folle tentazione dell’ex presidente Gonzáles e della governatrice dell’Andalusia Susana Díaz di appoggiare un governo di larghe intese a guida Rajoy, accantonando ogni prospettiva di formare un esecutivo progressista insieme a Podemos e alle forze indipendentiste basche e catalane, magari con l’appoggio esterno o l’uscita dall’aula dei liberali di Ciudadanos.

Penso alla Francia di un Hollande in caduta libera, con il partito Socialista sotto shock e incapace di reagire, tentato oltretutto dall’assurda idea di affidarsi a due personaggi ancora più a destra dell’attuale presidente quali il primo ministro Valls e il ministro dell’Economia, Macron, ossia un fallimento ambulante e un liberista sfrenato, contro cui passeggerebbe senza problemi non solo la destra gaullista di Juppé e quella un po’ tamarra ma comunque accettabile di Sarkozy ma anche, purtroppo, la destra fascista di madame Le Pen.
Penso alla Germania, con l’SPD privo di ogni autonomia culturale rispetto alla CDU e condannato a recitare la parte di attore non protagonista alle elezioni del prossimo anno, con l’auspicio che alla fine prevalga la Cancelliera e non Frauke Petry, leader di quella tremenda formazione antieuropeista che è Alternative für Deutschland.
Penso alla necessità di riformare su nuove basi, dandogli un orizzonte alternativo e credibile, il socialismo europeo e rifletto sul fatto che nemmeno il nostro Paese ha oggi l’autorevolezza e la classe dirigente adatta a compiere un’impresa di queste proporzioni.

Penso al tema dell’immigrazione e al coraggio che ci vorrebbe per affrontarlo seriamente, comprendendo che è l’argomento sul quale si giocheranno le sorti del Vecchio Continente nei prossimi trent’anni e che il modo in cui vi faremo fronte deciderà molto dei nostri destini.
Penso alla rabbia, alla frustrazione e al desiderio di chiudersi e di innalzare barriere che si diffonde di giorno in giorno fra i dannati della globalizzazione e poi guardo “Fuocoammare” di Rosi e mi rendo conto che c’è un’altra Italia, che c’è un’altra umanità, che c’è una bellezza interiore dentro tutti di noi che non merita di essere costantemente sopraffatta dalla malvagità di comodo di chi lucra sul dolore dei più deboli e di coloro che si vedono scivolare sempre più in basso a causa di una crisi che non accenna a mollare la presa.
Penso, in conclusione, che l’Europa fosse dentro di noi prim’ancora che ce ne rendessimo conto, prim’ancora che entrasse in circolazione l’euro, prim’ancora che le nuove generazioni iniziassero a coglierne le opportunità e mi dico, da uomo di sinistra, che se davvero vogliamo rifondare il pensiero socialista e dare ad esso un’anima e un futuro, non possiamo farlo che all’interno di confini più ampi, di un continente senza frontiere e senza barriere di alcun tipo, poiché questo mondo va ben al di là delle chiusure mentali di qualche propagandista da strapazzo.

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