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Foggia, lo sciopero generale e la lotta dei braccianti

 

Venerdì 21 ottobre è stata una giornata di sciopero generale. Dando uno sguardo al sito dei promotori dello sciopero -Unicobas, USB (Unione Sindacale di Base) e USI (Unione Sindacale Italiana)- i temi della mobilitazione erano numerosi: l’opposizione alla riforma costituzionale e alla “Buona Scuola”, il diritto alla casa, la sicurezza dei luoghi del lavoro, la precarietà sociale, fino alla persecuzione dei migranti e il rifiuto della Bossi-Fini. Insomma un grande ventaglio di temi, al quale hanno aderito diverse reti e campagne di lotta per i diritti ai lavoratori.

“Campagne in Lotta” è una di queste e sta tentando di creare un rete di lotta di lavoratori e lavoratrici, per la maggior parte stranieri, che lavorano e vivono in diverse aree di produzione agro-industriale in Italia.  Una rete messa in piedi dai lavoratori stessi, e che si è inserita nella realtà di sfruttamento sistemico dei braccianti, per lo più stranieri, presente in molte aree agricole del Mezzogiorno. La rete nasce nel 2011 a seguito dell’esperienze di Nardò (che segnò il primo grande ed importante sciopero da parte di braccianti africani) e di Rosarno. Queste due esperienze, avevano mostrato le pesanti condizioni lavorative e socio-abitative nella quali vivevano migliaia di lavoratori agricoli nel Sud Italia, in maggioranza stranieri; e dunque avevano posto le basi per la costruzione di un movimento auto-determinato e auto-organizzato nel quale i braccianti stessi si facevano portatori delle loro rivendicazioni sociali; vista la totale assenza e connivenza delle grandi sigle sindacali che per decenni avevano taciuto sul fenomeno dello sfruttamento bracciantile.

Da lì in poi, questa rete è andata espandendosi, avendo però nell’area del Foggiano (Puglia) e della Piana di Gioia Tauro (Calabria), le aree dove la rete ha più forza e dove è stata più attiva con diversi progetti. Così, il 21 ottobre, i lavoratori agricoli della provincia di Foggia, sostenuti da membri di “Campagne in Lotta”, hanno annunciato lo stato di agitazione sociale.

Quella della provincia di Foggia rappresenta il primo comparto nazionale di raccolta e produzione del pomodoro. E qui, hanno la sede due grandi aziende del settore: la Futuragri e la Princes. Basti pensare che la Princes fa parte del gruppo Mitsubishi, ed ha sede a Liverpool: si sta parlando di una multinazionale con fatturato superiore ai 100 milioni di euro l’anno.

Questa giornata di sciopero arriva dopo anni di lotte di rivendicazioni, in particolare la richiesta di regolarizzazione dei lavoratori e delle lavoratrici nei campi; la denuncia d’irregolarità nei salari e nel sistema contributivo e la violazione di altre stipule del contratto di categoria provinciale, come la fornitura dei mezzi di trasporto ai lavoratori stagionali e gli alloggi a carico dell’azienda, cosa che viene puntualmente negata. Tali irregolarità non vengono da piccole o medie aziende agricole colluse con la mafia; ma da grandi aziende di lavorazione trasformazione del pomodoro, come la Princes. È quindi chiaro che il problema dei braccianti agricoli, non riguardi solo il fenomeno del caporalato ma tutto un settore economico che da troppi anni fa profitti sulle spalle di lavoratori sfruttati ed emarginati socialmente.

Il 25 Agosto di quest’anno, 400 braccianti avevano bloccato per oltre sei ore gli impianti della Futuagri e della Princes. Così, per alcune ore, dall’azienda non erano usciti i camion per la distribuzione, e l’impianto era rimasto inattivo. Anzi, molti camionisti si sono uniti al picchetto, visto il pessimo trattamento che anche loro ricevono dall’azienda.

Dopo questa efficace e radicale protesta, i lavoratori sostenuti dal SI COBAS avevano mandato una richiesta alla prefettura di Foggia per convocare un tavolo dove fossero presenti le associazioni di categoria del comparto agricolo (Coldiretti, Confagricoltura, e Cia), della trasformazione (Anicav), e tutti i soggetti interessati. Tuttavia, ad oggi, la prefettura di Foggia risponde con un silenzio assordante.

Per questo lo scorso venerdì 200 lavoratori e lavoratrici delle campagne hanno marciato per le strade di Foggia verso la prefettura: non accettano che non gli si dia una risposta, al contrario esigono il rispetto dei contratti, il diritto alla casa, documenti e un servizio di trasporto. L’esperienza nel Foggiano sta dimostrando che i braccianti, stranieri o italiani, non rimarranno più muti e non accetteranno più le condizioni di lavoro alle quali sono stati costretti fino ad oggi.

Soprattutto quest’esperienza di lotta evidenzia che non esistono solo le baraccopoli o il più famigerato “Grand Ghetto” (una baraccopoli nelle campagne di Foggia dove vivono 2500 braccianti, per lo più africani) , diffusamente riportato da certa stampa, dove il migrante viene rappresentato come povero ed indifeso; ma anche una rete emancipatrice di lotta, nel quale la rappresentazione del migrante si ribalta: mostrandoci la forza e la soggettività di chi lotta per i propri diritti, a prescindere dal colore della pelle.

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