Sei qui:  / Blog / A quel paese!

A quel paese!

 

La lettera UE: impegni non rispettati. La Stampa. “Manovra, ultimatum UE”, Repubblica. “Europa, Renzi pronto al veto”, Corriere della Sera. Ultimatum, veto, davvero siamo a questo? E perché? Per poter elargire qualche mancia elettorale ai pensionati, ai dipendenti pubblici, alla Coldiretti? Perché dopo essere saliti sulla portaerei Garibaldi, Hollande e Merkel hanno lasciato Renzi in anticamera durante il vertice di Bratislava? Davvero non capisco la politica del nostro governo. Che l’Europa avesse intrapreso una strada senza sbocco era chiaro da anni. La Grecia umiliata dalla Troika, la Spagna, che aveva licenziato e sfrattato i nuovi poveri per essere la prima della classe, ma si è poi divisa a tal punto da non riuscire a formare un governo, gli inglesi che hanno disarcionato Cameron e fatto saltare i ponti sulla Manica, i fascisti dell’est Orban e Kaczynski che prendono sussidi e aiuti ma continuano a ricattarci. E noi? Zitti, pensando di essere furbi. Perché loro sono loro, noi no, siamo diversi. Abbiamo fatto i compiti, noi. Angela di qua, Angela di là. Fino a quando il giudizio di Dio, sollecitato con il referendum, non ha rischiato di trasformarsi in una bocciatura del governo in carica. Allora basta: muoia la Merkel e con lei l’Europa. Ma fino al voto perché, nonostante la vignetta di Plantu su Le Monde contrapponga Renzi con il suo “plan B” a un Hollande “Plombé”, plumbeo, con al collo la corda della sua impossibile rielezione, il nostro governo non ha in realtà alcun piano: solo tattica e improvvisazione.

Sfasciano la Costituzione ma si tengono il malloppo. È la versione del Fatto Quotidiano. Il Governo populista che vuole mettere a dieta la casta, ridurre il numero dei senatori e i costi della politica, si attacca a un pretesto procedurale per non decidere se ridurre l’indennità ai deputati. O meglio per decidere che non la ridurrà, ma solo dopo il 4 dicembre, dopo aver chiesto voti per una politica opposta a quella che intende fare. Ma poi c’è il faccione triste di Beppe Grillo. Poca gente in piazza a chiamare “gentaglia”, come vuole Di Battista, i deputati del Pd e della maggioranza. Triste, Grillo, perché il Movimento 5 Stelle di governo, che lui ha voluto e che ritiene necessario, oscura ora il Movimento della protesta. E come il Pd ora grida ai complotti, almeno a leggere l’intervista che Virginia Raggi ha dato a Repubblica. La fruttaiola di Campo dei Fiori faceva dell’ironia, ieri mattina, sulla sua sindaca.

Si aggirano col favore delle tenebre. “Scivolano furtivi, reggendo sulle spalle frigoriferi e materassi, anche qualche divano andato a male. Sono i poteri forzuti e vogliono spegnere le menti più illuminate dei Cinquestelle. Il drammatico allarme è stato lanciato proprio da una di loro, la sindaca Raggi: le strade di Roma si stanno misteriosamente riempiendo di frigoriferi vecchi. Chi c’è dietro e magari dentro? Qualcuno ha azzardato: dipenderà dal fatto che il servizio di ritiro a domicilio è sospeso da mesi. Sciocchezze. Quei rifiuti ingombranti da rottamare sono una metafora. Come una firma d’autore. È lui, il toscanaccio del Sì, che sta organizzando questa migrazione di elettrodomestici clandestini, questa lunga notte dei frigoriferi, per attribuirne la colpa alla Evita Piagnon de noantri”. Gramellini sulla Stampa.

A quel paese, dice il manifesto. Tra Goro e Gorino si è combattuta l’epica battaglia per cacciare qualche donna e pochi bambini. Fuori! Raus! Lontano dai nostri occhi. Oggi Mauro su Repubblica e Sarzanini sul Corriere, spiegano bene come le signore col piumino e i giovanotti in giubbotto, che vediamo nelle foto pubblicate dai giornali, in realtà si siano sentiti soli, abbandonati dallo Stato, senza più speranza. E perciò si siano ribellati contro chi sta peggio di loro. “La crisi più lunga del dopoguerra – scrive Ezio Mauro -, la mancanza di lavoro, l’erosione dei risparmi, la disoccupazione giovanile, il terrorismo jihadista nei nostri Paesi sono fenomeni che tutti insieme trasmettono la sensazione di un mondo fuori controllo, senza più governance, con la mondializzazione che diventa una minaccia, la politica e le istituzioni fuori gioco”. “È la sconfitta dello Stato”, incalza Fiorenza Sarzanini, “È la sconfitta di chi chiede all’Europa di essere solidale, di aiutare il nostro Paese a gestire i flussi di profughi che a migliaia continuano a sbarcare e poi non sa gestire l’assistenza per venti persone, non è in grado di predisporre misure adeguate ad ospitare una ragazza incinta, altre giovani, alcuni minorenni già fiaccati da giorni e giorni di viaggio”.

Il governo ha ignorato tutti i segnali. Buzzi che sull’oro dei migranti aveva fondato il suo business di Mafia Capitale, la rabbia delle periferie degradate di Roma, il campo dei disperati a Ventimiglia. Non era emergenza temporanea quella dell’immigrazione, né si doveva fingere che lo fosse. Invece il prode Alfano ha provato a nascondere i migranti tra i rifiuti. E gli indigeni d’Italia, comanches o cheyennes del ventunesimo secolo, si sono sentiti proprio questo: rifiuti: In quanto tali chiamati a tenersi quei migranti rifiutati da tutti. Ma se questo sono, me ne vanto! Rifiuto, ma non di terza classe, come le donne nere e i bambini.

Le larghe intese in trincea. Però la chiave della follia che viviamo, credo, sia tutta nel titolo di un “pezzo” di Polito sul Corriere. Prende spunto dalla Spagna, dove i socialisti hanno deciso di astenersi sul governo delle destre che non ha la maggioranza in Parlamento. “Questo ritorno al passato delle larghe intese è un segno di debolezza del sistema? Certamente sì. Vuol dire che le forze tradizionali hanno sempre meno voti, e dunque devono sommarli per restare a galla mentre passa la marea”. Non solo: “Questa reazione di autodifesa potrebbe anche produrre l’effetto opposto, dando forza proprio ai movimenti «populisti» che intende contrastare”. Ma secondo Polito: “il reale raramente è irrazionale. Se cioè si diffonderanno in Europa, vuol dire che le larghe intese rispondono anche a un’esigenza più profonda. Come in Italia negli anni Settanta la Grande Inflazione portò alla Grande Coalizione tra Dc e Pci, oggi potrebbe essere la Grande Stagnazione dell’economia la causa di un nuovo serrare le file di partiti un tempo alternativi”. Larghe intese, dunque ma con “leader della statura intellettuale e morale per gestire una fase così delicata e rischiosa. In Germania ce l’hanno avuta Willy Brandt e Angela Merkel, in Italia Moro e Berlinguer”.

Non ero per le larghe intese neppure negli anni 70. E non lo fu più Enrico Berlinguer, dopo aver perso, con Moro, l’unico interlocutore credibile. Però la differenza tra ieri e oggi è abissale. Oggi si tratta di difendere un capitalismo che approfondisce sempre di più il solco tra governanti e governati, tra ceto medio che diventa povero e ricchi che accumulano nuove ricchezze. Difendere questo assetto del capitalismo, non già dall’idiozia gerontofila di Breznev e dal colpo di stato di Pinochet, ma dalla rabbia della classe media, un tempo considerata l’anima democratica del capitalismo, e ora invece frustrata, frastornata arrabbiata. Quei leader del passato, Brandt, Moro, Berlinguer (perfino Merkel, sia pure nella parte finale) si sono trovati a fare i conti con la crisi di mezza età della Lunga Pace e dell’Egemonia dell’Impero Americano. Renzi e Hollande e la socialista spagnola Diaz, tentano invano di tenere in piedi una capanna che si sta sgretolando. Loro vedono ancora un tetto sopra la testa, molti elettori non più. Ho citato Gramsci e Gobetti, che hanno perso – è vero – davanti al fascismo. Ma l’altra via, quella immaginata da Paolo Mieli, una sinistra che fa la destra o che con la destra si allea, non fa che approfondire la faglia. In cui precipiteremo.

Da corradinomineo

TI POTREBBE INTERESSARE ANCHE