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L’Italia non può diventare un immenso campo per disperati

 

La Campagna LasciateCIEntrare ha superato, proprio in questo periodo il proprio quinto anno di vita. Nata  a seguito di una circolare dell’allora Ministro dell’Interno Roberto Maroni, che vietava l’ingresso agli operatori dell’informazione e alla società civile nei Centri di Identificazione ed Espulsione (CIE), si è caratterizzata negli anni per aver sempre cercato di mobilitare le energie vive presenti nel Paese e che esige trasparenza e rispetto dei diritti delle persone e della loro libertà. Diritti che vanno rispettati anche quando la loro presenza in Italia è considerata illegittima, perché a nostro avviso nessuna persona può essere privata della libertà personale se colpevole solo di esistere. La Campagna è partita da un principio di trasparenza e negli anni ha saputo cogliere i profondi mutamenti che si sono delineati negli scenari migratori non solo italiani.

Nell’ultimo biennio, avendo visto contemporaneamente la temporanea riduzione dell’impatto del “sistema CIE” (per noi fallimentare) e la crescita esponenziale invece delle strutture di accoglienza o di nuova forma di trattenimento per chi appena sbarcato (approccio Hotspot), abbiamo deciso di dedicare la nostra attività a comprendere meglio le criticità di questo sistema, alla luce anche delle tante manovre speculative ruotate attorno al business dell’accoglienza e culminate con l’inchiesta mai chiusa di Mafia Capitale. Già il 25 febbraio scorso abbiamo avuto modo di presentare il nostro lavoro su questo mondo periferico e nascosto, pieno di contraddizioni, un rapporto che prendeva in esame diverse strutture nell’intero 2015. Per la Giornata Mondiale del Rifugiato, e per i giorni immediatamente precedenti o successivi tale momento importante a livello internazionale, abbiamo provato ad entrare nei diversi centri. Lo abbiamo fatto nella nostra solita maniera, mantenendo un rapporto corretto con Ministero dell’Interno e prefetture competenti, che erano state allertati di tali richieste e che avevano ricevuto, spesso con largo anticipo, anche le copie dei documenti di identità di chi chiedeva di entrare. Lo abbiamo fatto con l’apporto di chi ci è sempre stato al fianco in questi anni, dalla FNSI all’Ordine dei Giornalisti ad Articolo21, volendo con noi operatori dell’informazione in grado di tradurre in testimonianze concrete quello che verificavamo con i nostri occhi.

Il risultato di questa mobilitazione contiene insieme luci ed ombre.
In alcuni CIE come Caltanissetta e Roma ci è stato negato l’accesso, nel primo caso soltanto 4 minuti prima dell’ingresso stabilito.

In tutti gli Hotspots abbiamo avuto risposta negativa. Non potevamo entrare. Sappiamo che a seguito di un incontro fra rappresentanti dell’FNSI e della Carta di Roma, il responsabile del Dipartimento Libertà Civili e Immigrazione, Prefetto Mario Morcone, ha assicurato che a breve ai giornalisti sarà consentito l’accesso anche negli Hotspots ma pochi giorni prima, pubblicamente a Genova, dichiarava che in questi centri già ci sono tante organizzazioni che si occupano di diritti umani e che sono sufficienti loro. Lo dichiarava attaccando anche in maniera virulenta una delle nostre fondatrici, l’avvocato Alessandra Ballerini, rea di aver dichiarato quello che in questa settimana di mobilitazione abbiamo potuto vedere tutti. Centri in cui non è permesso entrare e centri (CAS Centri di Accoglienza Straordinaria) teoricamente temporanei ma ormai vera ossatura del cosiddetto sistema di accoglienza. Nella conferenza stampa che teniamo il 22 luglio denunceremo una per una le situazioni critiche in cui siamo incappati, da Padova a Sassari, da Udine a Brindisi, a Messina. Abbiamo fatto i conti con prefetture come quelle di Catanzaro e di Milano che neanche si sono degnate di rispondere alle nostre richieste di accesso, siamo venuti a conoscenza di proteste degli “ospiti” e di denunce per abusi vari di cui sono ritenuti responsabili gli enti gestori.

Ma soprattutto abbiamo incontrato uomini, donne e minori in condizioni inaccettabili in uno Stato di diritto. Chi scrive pensa che con l’arrivo dei profughi attesi per l’estate il cosiddetto sistema italiano si troverà a collassare per manifesta incapacità a reggere e a organizzare un numero peraltro neanche elevato di persone, senza voler usufruire di competenze e consulenze volontarie, anzi considerando il lavoro di chi si vuole rendere utile come una minaccia. Lo abbiamo visto con la vicenda dell’inchiesta che vede coinvolti gli attivisti udinesi di Ospiti in Arrivo, su cui pende una inchiesta voluminosa. Sono accusati in fin dei conti, durante l’inverno friulano, di aver condotto alla Caritas ed edotto rispetto alle domande di asilo, profughi afghani. Hanno fatto quanto dovrebbero fare normalmente le istituzioni e sono indagati e perseguiti. Ma meglio indagare su loro e ignorare i minori che dormono da soli alla stazione di Catania, ad esempio e la cui vulnerabilità li mette nelle mani dei peggiori criminali, che a volte non mangiano ma sognano solo di avere la libertà. LasciateCIEntrare,  pur volendo riprendere e proseguire il dialogo con le istituzioni, non accetta che l’Italia diventi un immenso campo per disperati. Ci sono le potenzialità per accogliere, sostenere e rendere indipendente ognuna delle persone che arriva ma per poterlo fare ci vuole anche trasparenza dei percorsi e partecipazione attiva. Un compito che spetta a tutte le donne e gli uomini che vogliono migliorare questo paese, a chi opera nelle istituzioni e nell’informazione, ad ognuno di noi. La crisi in atto passerà alla storia e bisogna scegliere da che parte stare. I racconti che si sentiranno nella nostra conferenza stampa proveranno a dare un suggerimento.

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