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Sempre meglio che lavorare – The Pills

 

 

Più che di una delusione, si dovrebbe forse parlare di un presentimento confermato. Tanto che verrebbe quasi voglia di farlo scolpire a caratteri cubitali all’ingresso di tutti i cinema d’Italia: «ciò che funziona in un video di pochi minuti non funziona quasi mai in un film di un’ora e mezza». È a questo che viene da pensare, al termine della proiezione di Sempre meglio che lavorare, l’esordio cinematografico dei The Pills; e del resto erano analoghe le riflessioni che ci si ritrovava a fare dopo aver visto un’altra sconfortante opera prima di un comico geniale sulla breve distanza, e cioè Italiano medio  di Maccio Capatonda.

Sempre meglio che lavorare appare proprio come il tentativo di recuperare alcune delle idee che avevano reso godibilissime le clip del trio romano Vecchi-Di Capua-Corradini e stiracchiarle nella speranza di poterle adattare alle esigenze di durata imposte dal grande schermo. È un lavoro per accumulo, insomma, quello che si intravede dietro la realizzazione del film: una giustapposizione di vari sketch, che nella loro scomposta successione finiscono col diventare perfino estenuanti.

Nell’accettare la sfida del lungometraggio, i The Pills hanno deciso di restare fedeli alle loro maschere tradizionali, alle atmosfere e ai luoghi che li hanno resi celebri al pubblico giovanile e perlopiù romano: il Pigneto, le feste «anche di mercoledì sera» – con le fiche e con la gangia quando va bene, con almeno la gangia quando tocca accontentarsi – e «la sveglia a mezzogiorno meno un quarto», la vita sconclusionata del trentenne ancorato alla sua interminabile «post-adolescenza». E questo è accettabile: ciò che invece non fa onore ai The Pills è la loro incapacità di compiere un’operazione necessaria, ai fini della riuscita del film, e cioè elaborare un linguaggio e delle tecniche narrative diverse da quelle che hanno garantito il successo delle loro clip. Sempre meglio che lavorare è chiaramente un film pensato soprattutto per chi già conosce il trio comico e la sua (breve) storia, e sa dunque cogliere i riferimenti più o meno criptici disseminati dovunque nel film (il fumo «cioccabbiocco», tanto per dirne uno): e allora forse era lecito attendersi un qualche scarto rispetto ai temi e agli espedienti comici tipici degli sketch pubblicati su YouTube, o quantomeno un’evoluzione dei caratteri dei personaggi. Si avverte invece, in questa reiterazione ossessiva di argomenti, lessico e atteggiamenti, il rischio di un’autoreferenzialità narcisistica, che diventa quasi indulgente autocompiacimento.

La storia raccontata in Sempre meglio che lavorare, con le sue tre diverse vicende che s’incrociano tra loro, è debolissima. Nei primi cinque minuti si capisce quale è – o meglio: quale dovrebbe essere – il motore della trama: ovvero il tradimento, da parte del personaggio di Luca Vecchi, di un giuramento che da anni lega i tre amici nella loro indolenza: «Non lavoreremo mai». Purtroppo, però, la storia si ripiega su se stessa mille volte, in una sorta di vicolo cieco, demandando ad alcune trovate comiche – spesso notevoli, non c’è dubbio – il compito di ridestare l’interesse del pubblico. Ci sono intere sequenze, come quella della trasferta milanese con l’irruzione negli uffici dell’Unicredit occupati da una multinazionale bangladese, terribilmente noiose.

Ma l’intento dei The Pills, probabilmente, non era tanto quello di costruire una storia, quanto piuttosto quello di realizzare un ritratto: il ritratto di tre giovani inconcludenti e apatici, rappresentativi, per molti versi, di una componente non marginale degli under 35 italiani di oggi, terrorizzati anche soltanto dall’idea d’intraprendere un percorso di vita e di lavoro che contempli una sfida («Provarci col rischio di fallire? Col cazzo!»). E ancor di più, forse, ciò che ha spinto i The Pills a cimentarsi con la sfida cinematografica, è stata la voglia di dare maggior forza all’irrisione sia dell’ottusità delle analisi di chi parla dei giovani disoccupati come di inguaribili «choosy» e mammoni, sia soprattutto della vuotezza di quella retorica pietistica e cialtrona con cui molto spesso si commiserano gli adolescenti, condannati – poveretti – a vivere in un mondo che non offre loro le opportunità che meriterebbero. Un po’ come quando gli Elio e le Storie Tese, sul palco dell’Ariston, ironizzavano nello stesso tempo sull’oscenità delle canzonette tipiche di Sanremo e sulle velleità ridicole di chi voleva a tutti i costi denunciare in musica gli appalti truccati e le stragi di Stato impunite. Il problema, però, è che allora la descrizione della generazione nata alla fine degli anni ’80 manca di crudeltà e cinismo, data la tendenza dei The Pills a risolvere tutto in cazzeggio, a virare verso un grottesco poco convincente ciò che invece dovrebbe essere tragico. E questo avviene anche nella parte di racconto che riguarda il padre di Matteo, unica interferenza, in un’ora e mezza di film, dell’umanità novecentesca (almeno anagraficamente parlando) all’interno della bolla ovattata in cui vivono e delirano i tre protagonisti. L’idraulico ultrasessantenne che entra in fissa con Instagram, si abbandona alle sue illusioni da grande regista di web-series per poi fuggire di notte alla volta di Berlino incarna l’emblema di milioni di adulti che sentono la gioventù, o meglio il giovanilismo, come un dovere: una generazione di genitori malati della stessa sindrome di Peter Pan che affligge i loro figli. Perché, ad esempio, non sappiamo più nulla della madre di Matteo, dopo le prime sequenze? Quando la commedia italiana aveva il coraggio della spietatezza, le mogli degli uomini immaturi e sfaticati tentavano quantomeno di uccidere tutta la famiglia col gas di un cucinino di quart’ordine.

Per finire, un breve cenno agli aspetti formali del film. Va detto che ci sono alcune soluzioni apprezzabili nella sceneggiatura: le sequenze in cui i tre amici appaiono ragazzini già snaturati non solo dai peli di una barba precoce, ma anche dai tic che caratterizzeranno i loro corrispettivi adulti, sono quanto mai efficaci. E anche la corsa spensierata in bici tra via del Mandrione e via della Casilina Vecchia, al netto di una certa retorica, risulta piacevolissima. E poi i riferimenti, discreti ma corrosivi, alla sbornia mucciniana di qualche anno fa e ai quaranta-cinquantenni che solo ora ne stanno uscendo  a fatica (e sono tanti): anche quelli – i riferimenti, intendo – pregevoli. E tuttavia, dal punto di vista stilistico, Sempre meglio che lavorare è in generale piuttosto sciatto, con intere scene in cui la fotografia è approssimativa e le inquadrature raffazzonate, la musica a tratti troppo invadente. Altre volte, le scelte registiche appaiono pretenziose proprio laddove vorrebbero ostentare un qualche virtuosismo. Luca Vecchi – autore della regia, laureato al Dams – non è Xavier Dolan (e sì che anche il manierismo di Dolan, alla lunga, rischia di stancare), e l’alternanza tra il colore e il bianco e nero diverte per i primi dieci minuti, poi dà la nausea.

Era lecito aspettarsi di più dalla prima prova cinematografica dei The Pills? Chissà. Ma indubbiamente, l’offesa peggiore che si potrebbe fare a tre ragazzi con la loro creatività e il loro talento, sarebbe rinunciare a non pretendere qualcosa di meglio che un film del genere. C’è tempo per migliorare, certo. Ma anche per diventare la parodia di se stessi e delle proprie maschere. Speriamo che i The Pills non prendano la seconda strada.

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