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Quale stabilità vuole l’Europa in Medio Oriente? 

 

Il grande disastro nel quale sembra piombato tutto il Medio Oriente ci impone serietà e rigore. Sembra un mondo che ha bisogno di uscire dalla bufera. Governarne la stabilizzazione è un’esigenza per tutti, a cominciare dai più vicini. In queste ore nelle quali la diplomazia internazionale si offre come mediatrice della tempesta siriana, è evidente a tutti quanto stabilizzare quel mondo sia indispensabile. Ma come? Non esiste una sola stabilità, ne esistono molte. Esiste la stabilità tra vicini che si rispettano, ma esiste anche la stabilità del terrore.

In questo senso la vicenda della statue velate a Roma in occasione della visita del presidente iraniano Rohani (nella foto) merita non di essere archiviata, ma rispolverata. Perché è la spia di un problema di fondo. C’è chi dice che davanti all’enormità del problema un simile dettaglio è roba da ridere. Mi permetto di ritenere il contrario. E’ una spia, sostengo. Vediamo in che senso.

Quando un gruppo di diplomatici iraniani dell’ ufficio presidenziale vennero a Roma per preparare la visita di Rohani perché non scelsero un altro luogo per la conferenza stampa congiunta tra Renzi e Rohani? Non sembra che i due capi di governo siano stati costretti a incontrarsi al Campidoglio. Più che davanti a un gesto di rispetto siamo davanti a un corteggiamento?

Infatti, se il punto era “tutelare il presidente iraniano dai suoi critici integralisti del fronte interno” non sarebbe stato più semplice spostare la conferenza, ad esempio a Villa Madama?

Il Medio Oriente ha bisogno di laicità, e lo Stato italiano è uno stato laico, al punto che per il suo popolo alcuni si chiedono se non sia più giusto togliere i simboli religiosi da scuole o tribunali. Per noi iraniani invece si possono mettere i veli anche alle statue? Io non credo che i simboli religiosi vadano espulsi, ma se il velo è un simbolo religioso non va imposto pure alle statue! Anche perché dietro quel velo rischia di sparire la consapevolezza della costante violazione dei diritti umani nel mio Paese.

Così mi chiedo: l’Occidente vuole “aiutare Rohani a cambiare dall’interno” il sistema iraniano, senza strappi pericolosi, o vuole aiutare se stesso, pensando alle commesse miliardarie e basta? Scelta legittima quest’ultima, ovviamente, ma che potrebbe avere poco a che fare con la stabilizzazione nel senso della costruzione di un Medio Oriente fatto di Paesi che si rispettano e vivono civilmente l’uno accanto all’altro.

Quando il mondo pensa che delle statue che logicamente non hanno anima e che sono nude possono provocare la sensibilità di un presidente-mullah come Rohani, sta dicendo che accetta un mondo nel quale la nuda verità non può essere più neanche esposta come opera d’arte? Sta dicendo che l’islam è davvero come dicono i fanatici? O sta dicendo semplicemente che non gli interessa nulla di tutto questo, che non gli interessa un processo, lento e compatibile, di cammino verso la libertà per gli altri? Il dubbio è legittimo, perché se stesse dicendo “crediamo nel suo progetto, ma va protetto” non avrebbe spostato la sede della conferenza stampa? Mi è infatti difficile credere che una cosa del genere sia stata decisa all’insaputa di Rohani e del suo staff.

Il popolo iraniano non ha mai cercato tutori tanto infervorati a parole quanto poco efficaci nei fatti. Ha bisogno di vedere un grande Paese come l’Italia attento a se stesso, alla sua storia, perché questo può aiutare chi voglia governare l’Iran a capire che nel mondo non bastano i soldi per sedersi a tavola e ottenere rispetto. Il modello cinese lo conoscono i cinesi, io parlo del mio paese, e dico che in tempi difficili come questi a noi serve l’oggi ma anche il domani. Ricordiamoci che durante il tempo di Rohani i giornalisti detenuti in Iran sono raddoppiati rispetto al periodo del piccolo dittatore, Ahmadinejad. I processi non sono sempre lineari, le lotte tra apparati sono lotte feroci, la diplomazia deve cercare soluzioni, ma patti fatti così rischiano anche di far credere che sviluppi libertari, democratici, non servono, perché forse interessano poco.

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