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Un anno di “Libridine”

 

Parlando della stagione letteraria che sta chiudendo non vorrei occuparmi dei libri dei cuochi o dei loro strepitanti valletti televisivi. Per quanto mi riguarda i cuochi stiano in cucina, se ci sanno stare, e si rassegnino: non sono maître à penser benché promossi sul campo da una società da operetta incapace ormai, appunto, di qualsiasi pensiero. Mi prendo la libertà anche di non far cenno ai libri polizieschi di mafia, camorra, ‘ndrangheta e corona unita, sfondo obbligato per scrittori di anemica fantasia che hanno avvilito il genere a un sottogenere stucchevole.

Per l’epopea di Cosa Nostra nessuno può competere con Mario Puzo, né, per la riflessione politica sul fenomeno, con il grande Leonardo Sciascia. Siamo anche satolli di gialli, noir, detective stories ambientati nella provincia italiana, e dei borborigmi di commissari che si credono a torto Philip Marlowe. A questo proposito anzi compirò un deicidio: per la mia generazione cresciuta con Simenon, Chandler, Hammet, Woolrich, Cain, anche il simpatico e troppo prolifico Andrea Camilleri con il suo siciliano alla sciuè sciuè mi sembra un autore da rivista, fra il tenente Sheridan e l’ispettore Rock colpevole di non usare la brillantina Linetti. I casi di Montalbano galleggiano tutto l’anno nelle classifiche dei libri più venduti, e si meritano pertanto la cattiva compagnia dei giornalisti da dipendenza catodica, da Scalfari a Vespa, da Augias a Mieli, da Angela a Severgnini. Ai quali vorrei affiancare gli intellettuali ‘certificati’ da Fabio Fazio: ex politici della nuova memorialistica (pleonastico fare nomi), vecchi cantanti e filosofi al lambrusco – intercambiabili –  opinionisti spiritosi, amleti in calzamaglia. Qualcuno obietterà che se Fabio Volo vende milioni di copie, alla pari di E. L. James con le sue sfumature di grigio e non solo, una ragione ci dev’essere. E c’è: è l’anoressia sentimentale e sessuale curata senza ricetta medica con i libri da banco. La cattiva moneta scaccia sempre la buona.

Torniamo allora ai veri libri di Libridine che ci hanno realmente emozionato durante l’anno, a volte entusiasmato e sempre tenuto buona compagnia. Non è facile stilare una classifica, meglio formare un comitato d’onore in una stagione non del tutto avara. Iniziamo, anche cronologicamente, dal quarto e conclusivo volume della strepitosa saga napoletana di Elena Ferrante, “Storia della bambina perduta”.  Dopo una corsa trafelata e travolgente la scrittrice, di identità ignota, è arrivata stanca alla sua ultima tappa, come un campione spompato; l’ammirazione per lei resta immutata ma è impossibile nascondere il bruciore della delusione. In compenso con “Atti osceni in luogo privato” c’è stata la conclamata affermazione di Marco Missiroli il quale con questa prova fresca come un romanzo di formazione ma degna per maturità di un testimone del tempo, esce definitivamente dal limbo scomodo delle giovani promesse. Appassionante per il ritratto d’artista e dell’epoca in cui è vissuto, “Il defunto odiava i pettegolezzi”, biografia di Vladimir Vladimirovič Majakovskij che Serena Vitale ha saputo trasfigurare in una potente prova narrativa.

A novembre Raffaele La Capria, 93 anni, ci ha regalato ancora un gioiello dei suoi, “Ultimi viaggi nell’Italia perduta”,  impareggiabile ricognizione in quel meridione della penisola raccontato da fior di scrittori, in cui bisogna saper immergersi per misurare la grandezza del nostro Paese e parallelamente rammaricarsi sulle occasioni perdute. Nel campo della saggistica ci sono almeno due titoli che vanno assolutamente ricordati: “Il cervello di Alberto Sordi” di Tatti Sanguineti (Adelphi) un volume di irresistibile magnetismo dedicato a Rodolfo Sonego, sceneggiatore principe nella stagione più leggendaria del cinema italiano; e le “Sette brevi lezioni di fisica” di Carlo Rovelli, scienziato con il dono della scrittura e della chiarezza in grado di diradare la caligine sul mistero del cosmo, e di offrire anche ai meno ferrati nella materia una speranza, l’illusione?, di riuscire a conciliare l’arcano con la spiegazione logica.

La mietitura dei buoni titoli è però più copiosa tra gli stranieri, con almeno sei opere di alto lignaggio e di sicura seduzione. “Sottomissione” di Michel Houellebecq, uscito il 7 gennaio, lo stesso giorno del sanguinoso attentato terroristico alla rivista satirica Charlie Hebdo, anticipava quasi nei dettagli ciò che stava accadendo in Francia ad opera dell’estremismo islamico. Il geniale autore francese delinea un quadro assai verosimile della strategia adottata dai musulmani per la conquista del Vecchio Continente: uno scenario profetico e allarmante.  Altra piacevole sorpresa è stato “Via delle Botteghe Oscure” il romanzo più stimato di Patrick Modiano, scrittore transalpino di origine italiana ignorato fino all’attribuzione del premio Nobel nel 2014. La nebbiosa incursione nella memoria e nello sdoppiamento che compie un detective privato alla ricerca di se stesso, è un gorgo che risucchia senza scampo.

Non va poi dimenticato l’avvincente “La verità e altre bugie”, esordio di uno scrittore di cinema tedesco, Sascha Arango. Si tratta di un giallo, ma la definizione non gli calza a misura perché la qualità letteraria è alta, la trama densa, pervasa di ironia, di cinismo, e di una rara capacità di analisi del cuore umano. Resta poi l’insuperabile George Simenon che in quest’annata ci ha regalato“Il pensionante”,  una storia d’amore e di crimine tra creature allo sbando che non sanno redimersi. La vicenda è ambientata alla fine degli anni Trenta a Bruxelles e nel distretto minerario belga eternamente immerso nel gelo, nella pioggia, nella polvere nera del carbone, e pone un interrogativo a cui non riusciremo mai a dare adeguata risposta: “E’ più umana la giustizia o la pietà?”. Ma bisogna anche segnalare, nella ristampa del Corriere della Sera, “Maigret e la casa del giudice”, una delle inchieste più avvincenti del commissario del Quai des Orfevres, allontanato da Parigi per motivi disciplinari e spedito in Vandea, nella cupa provincia francese. La riproposta più appassionante è stata “Le ragazze di campagna” di Edna O’Brien; romanzo talmente scandaloso da venire addirittura proibito quando uscì  in Irlanda mezzo secolo fa; e ben capace ancora oggi di suscitare turbamenti, ribellioni e soavi malinconie.

La scoperta dell’anno, tuttavia, non facile da stanare negli scaffali, è un titolo dell’Editore Marsilio, “Nuove storie dal vicolo della Polvere rossa”. Qiu Xiaolong, scrittore cinese di lingua inglese, abbandona questa volta il suo amato Chen Cao, “compagno ispettore capo del distretto di polizia di Shangai”, per raccontare attraverso i personaggi di una povera strada nel cuore della vecchia metropoli, la storia del proprio Paese, dalla Rivoluzione Culturale ai successivi rivolgimenti politici che hanno segnato tragicamente la vita di almeno due generazioni. E’ una castello dei destini incrociati, struggente e poetico, capace non soltanto di dipingere al vivo una società così lontana e sconosciuta, ma di fornirci la chiave d’oro per non rinunciare mai a noi stessi. Da leggere come un elisir di salute! Nella letteratura per ragazzi va infine salutato il ritorno fiammeggiante di “Il Piccolo Principe” di Antoine de Saint-Exupéry, un infallibile evergreen per lettori di tutte le età e un viatico di buon augurio per un Felice 2016!

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