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2016: che anno sarà?

 

Peggio di così questo 2016 non poteva iniziare. Tralasciando la bestemmia andata in onda in sovraimpressione su Raiuno la notte di Capodanno, tralasciando le polemiche stucchevoli sul nuovo film di Checco Zalone e tralasciando per un momento le miserabili diatribe che animano la nostra non politica, basta volgere lo sguardo verso l’incendio esploso in Medio Oriente per rendersi conto di quanto avesse papa Francesco quando, un anno e mezzo fa, denunciò il rischio, ma potremmo ormai dire la presenza fra noi, di una guerra mondiale differita ma non per questo meno pericolosa e carica di sangue e di odio.

Lo scontro in atto fra Arabia Saudita e Iran, con l’esecuzione dell’imam Nimr al-Nimr da una parte e l’assalto all’ambasciata saudita a Teheran dall’altra, è emblematico di un conflitto tutto interno al mondo islamico, intra-sunnita e fra sunniti e sciiti, che spesso si riverbera sulle fragili certezze occidentali sotto forma di attentati destabilizzanti come quelli che hanno sconvolto Parigi nel 2015. Guai, tuttavia, a dar fiato ai trombettieri dell’odio e ai cantori dello scontro di civiltà: questa guerra panislamica ci coinvolge a causa della dimensione globale di quasi tutti i problemi del mondo e dell’impossibilità di astrarsi da vicende che avvengono ai confini di un’Europa ormai al centro di tre conflitti di diversa entità ma ugualmente pericolosi per il nostro futuro: quello mediorientale, quello russo-ucraino e la polveriera scaturita dal fallimento, specie in Libia, della cosiddetta “primavera araba”, la quale ha sostituito la dittatura di Gheddafi con quella del caos e della confusione tribale, favorendo l’avanzata dell’ISIS e la sua saldatura con il terrorismo nigeriano di Boko Haram.

Un’Europa debole e marginale, priva di un’effettiva politica estera, in preda a populismi arrembanti e false sinistre che, nel disperato tentativo di non essere travolte, si abbandonano a provvedimenti di chiara marca lepenista, come sta avvenendo nella Francia di un Hollande al canto del cigno, ormai condannato, con ogni probabilità, a non arrivare nemmeno al ballottaggio alle Presidenziali del prossimo anno.

Per non parlare poi di ciò che sta accadendo in Polonia e in Ungheria, passate dal dominio sovietico all’emancipazione democratica, premiate per questo con l’ingresso nell’Unione Europea e oggi nuovamente sotto il tacco di un regime, stavolta di natura intrinsecamente fascista, che ha il volto di Viktor Orbán e Jaroslaw Kaczyński , il cui alter ego femminile, tal Beata Szydło, sta varando norme contro la libertà d’informazione che hanno provocato le dimissioni di tutti i direttori della tv pubblica, determinati a resistere al desiderio governativo di far nominare i dirigenti televisivi dal Ministero del Tesoro, cioè di asservire i vari canali e trasformarli in altrettante agenzie di propaganda a favore dell’esecutivo.

Come se non bastasse, assistiamo al declino della Spagna, vittima del neo-franchismo di un premier, Rajoy, che si è illuso che per risollevare il paese bastasse far crescere il PIL, ignorando la disoccupazione giovanile e complessiva e i salari da fame che costringono una marea di giovani ad andare a cercare fortuna altrove: emigranti moderni, spesso con alta qualifica, in fuga da una nazione instabile e immiserita, resa povera dalla crisi e con un quadro politico all’insegna dell’incertezza, tanto che, presumibilmente, si tornerà a votare entro sei mesi, con lo spettro di un Parlamento nuovamente senza maggioranza e l’obbligo, a quel punto, dell’ennesimo pateracchio larghintesista che finirebbe col condurre nel baratro quel che resta di un PSOE in bilico fra svolta a sinistra e vetusta conservazione di un centrismo ormai anacronistico.

Un declino che affonda le radici nell’ottuso rifiuto della componente andalusa del PSOE, rappresentata dall’ex leader Felipe González e dalla governatrice Susana Díaz, di dar vita a un governo di sinistra insieme a Podemos, Izquierda Unida e altre formazioni minori, compresa la sinistra catalana e basca che, sostanzialmente, più che una vera indipendenza chiede rispetto e maggiore autonomia, in contrasto con la linea insulsa, gretta e palesemente franchista del popolarismo degenerato incarnato dal governo uscente.

Non va meglio in Gran Bretagna dove, scampato il pericolo della secessione scozzese, adesso Cameron se la deve vedere con le pulsioni anti-europeiste di buona parte del suo partito, con le pressioni referendarie dell’UKIP di Farage e con una posizione in politica estera alquanto indeterminata, a metà fra la solidarietà nei confronti della Francia e i dubbi legati al possibile coinvolgimento del paese in un nuovo pantano, ancor più rischioso di quello in cui si impelagò Blair nel 2003, avviando di fatto il declino della sua carriera politica.

E occhio a non sottovalutare la candidatura di Trump in America: probabilmente non diventerà presidente; fatto sta che ha oscurato tutti gli altri contendenti repubblicani, compresi i lanciatissimi Bush, Cruz e Rubio. Con ogni probabilità, novembre, la spunterà la Clinton ma guai se anche negli Stati Uniti si venisse a creare una situazione come quella cui assistemmo in Francia nel 2002 e cui rischiamo di assistere, sempre in Francia, il prossimo anno: una democrazia sana, per vivere, ha bisogno di respirare con due polmoni e i plebisciti nei confronti di un candidato per fermare i barbari, che abbiano il volto di Trump, della Le Pen o di chicchessia, sono i sintomi di una democrazia fragile, sclerotizzata e incapace di rinnovarsi e di porsi al passo con i cambiamenti di una società in preda a mutamenti epocali.

E l’Italia? Non esistendo più la politica, alle nostre latitudini siamo costretti ad analizzare la palude e il marasma più totale, con una destra che ormai vede Forza Italia al lumicino, una Lega arrembante ma incapace di crescere ulteriormente, avendo già fatto il pieno di consensi, e i Fratelli d’Italia della Meloni che nascono dal coraggioso scatto d’orgoglio di un’onesta missina ma non hanno e non avranno mai la forza di costituire un’effettiva alternativa di governo. Il Movimento 5 Stelle, dal canto suo, sconta la scelta sbagliata di aver candidato alle Amministrative figure deboli (eccetto la Appendino a Torino, la quale trasmette l’idea di una persona molto colta e preparata, anche dal punto di vista amministrativo), frutto sia dell’assurda convinzione “chiunquista” che basti un perfetto sconosciuto, magari senza alcuna esperienza politica, per prendersi cura di realtà spesso disastrate e con i bilanci in rosso sia del fatto che in alcune realtà, ad esempio Milano, sanno di non avere alcuna possibilità di vincere sia, infine, della comprensibile paura che li attanaglia nell’immergersi in avventure rischiose come l’amministrazione di una città in ginocchio come Roma. Quanto all’altra destra, erroneamente considerata sinistra da commentatori pigri o compiacenti, naviga a vista, senza uno straccio di idea: i consensi nei confronti del governo e del suo dominus sono in calo e nelle città la confusione regna sovrana, a cominciare da Roma e Napoli, dove il PD non sa che pesci prendere, e senza dimenticare che l’unico sindaco realmente stimato da Renzi è Fassino, in quanto Merola sarà ricandidato a Bologna solo perché un’eventuale forzatura spaccherebbe il partito e lo condannerebbe a una sicura sconfitta ma non è certo un personaggio gradito dalle parti di Palazzo Chigi. A Milano, infine, le finte primarie di inizio febbraio incoroneranno Sala, anche a causa della divisione a sinistra fra la Balzani (la candidata di Pisapia, probabilmente destinata a correre poi in ticket con Sala) e Majorino (il più a sinistra e, probabilmente, il migliore dei candidati). A tal proposito, fa benissimo Sinistra Italiana ad annunciare sin d’ora di non essere disposta a sostenere il commissario unico di Expo e di non avere alcuna intenzione di stringere alleanze con questo PD in vista di Amministrative che per Renzi si preannunciano in salita.

Fondamentale, tuttavia, sarà soprattutto il referendum di ottobre sulla controriforma del Senato, in quanto si tratterà, di fatto, di un referendum sul renzismo: da una parte la Costituzione di Pertini e Calandrei, dall’altra quella della Boschi e tutte le riforme costitutive del Partito della Nazione (Sblocca Italia, Italicum, Jobs Act e Buona scuola), le quali contribuiscono a smantellare nei fatti i princìpi fondamentali contenuti nella prima parte della Carta. Sbaglia, pertanto, chi si illude di essere chiamato a difendere solo il Senato elettivo perché se in Parlamento è stata messa in discussione la seconda parte della Costituzione, di fatto, c’è in gioco la prima, ossia le basi stesse del nostro vivere civile. E sbaglia ancor di più chi afferma che il Comitato per il NO sia favorevole al bicameralismo perfetto: a noi va benissimo sia il monocameralismo con poteri rafforzati nei confronti dell’esecutivo sia un bicameralismo differenziato, in cui la fiducia al governo resti fra le facoltà della sola Camera dei Deputati; ciò che non possiamo accettare è il combinato disposto di Italicum e controriforma del Senato perché minerebbe irrimediabilmente gli equilibri democratici del nostro Paese.

A livello sportivo, infine, vedremo come se la caveranno i nostri atleti in due paesi squassati, rispettivamente, dal terrorismo e da uno stato d’emergenza ormai permanente e da un declino impensabile quando il Brasile, all’apice dell’ascesa, venne scelto per organizzare sia i Mondiali del 2014 che le Olimpiadi di quest’anno.

Sappiamo che non saranno dodici mesi facili, come si evince da ciò che è accaduto in Messico, dove Gisela Mota, neo-eletto sindaco di Temixco, è stata assassinata per aver promesso in campagna elettorale che non avrebbe dato tregua ai narcotrafficanti che rendono invivibile la sua città.

Ci auguriamo solo di non dover raccontare altre tragedie, che la sera del 31 dicembre l’Italia sia ancora una democrazia fondata sulla Carta redatta dai Padri costituenti e che il terrorismo di matrice islamista, a cominciare dall’ISIS, venga se non debellato quanto meno fortemente indebolito.

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