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Irresponsabilità e interesse privato: la banalità del male di Stato

 

Il governo a capo del nostro paese sta dando forma a uno Stato sempre più lontano dalle esigenze del suo popolo e dalle istanze promanate dai diversi territori, da nord come a sud. Tale allontanamento non è una circostanza dell’ultim’ora ma ha avuto inizio durante il lungo ventennio berlusconiano. Nell’immaginario collettivo, una compagine politica diversa alla guida del belpaese avrebbe saputo e dovuto sferzare cambiamenti epocali. Se il governo Monti è stato l’artefice di un periodo improntato sulla revisione della spesa pubblica e dunque, su una centralizzazione dei doveri economici e di bilancio statuali piuttosto che su riforme politico amministrative, il successivo governo Letta ha tentato una fermezza di continuità “bipolare” senza riuscire a sanare l’inconsistenza italiana a livello internazionale. Il governo attualmente in carica sta mostrando i punti deboli della burocratizzazione di un corpo politico amministrativo, oramai incapace di rinnovare se non a prezzo di scalfire prepotentemente diritti esigibili, ovvero il vulnus della democrazia. La questione delle banche ma anche le riforme che più interessano le modifiche in atto alla nostra Carta Costituzionale sembrerebbero non avere alcun nesso ed invece, richiamano a un concetto ampiamente sollevato ma mal regolamentato ovvero la responsabilità politico amministrativa di governanti e della burocrazia pubblica e privata. La complessa macchina statuale si contraddistingue oramai da una commistione di pubblico e privato sia a livello centrale che decentrato e le società partecipate sono state, per antonomasia, l’esempio discutibile di una unione che non ha sortito gli obiettivi preventivamente indicati di risparmio ed efficienza. Gli ultimi accadimenti del Comune di Livorno lo dimostrano proprio in relazione alla gestione dei rifiuti urbani risultando palese il buco di bilancio che, nelle polemiche di questi giorni, è stato disvelato. Per quanto non lo si ammetta e giornalisti veterani siano abili nel nascondere lo stato di crisi di governo in cui versa l’Italia, il blocco del nostro paese è rappresentato simbolicamente proprio dall’assenza di tre dei giudici costituzionali, espressione super partes che ha compito di difesa dei principi fondanti uno Stato di diritto. Un momento particolare, dunque, che vede cittadini versare in una condizione di costante mortificazione, per la perdita di denaro investito, come debitori all’oscuro dei buchi di bilancio creati dalle Amministrazioni, come elettori deprivati di fatto della facoltà di partecipare alla vita politica per il tramite dei partiti.

Affermano che le decisioni sono assunte per il bene collettivo ma giustificare a suon di decreti d’urgenza o con celere drafting normativo cambiamenti che non tengono conto né del passato né delle questioni che potrebbero essere sollevate dalle generazioni future, non appare lungimirante. Ciò che si registra è una mancanza di visione globale derivante da analisi discontinue e stagnanti dei settori economico e politico amministrativi che non aiutano a costruire organicamente ciò che manca per un buon funzionamento della macchina burocratica. Considerando le ferme posizioni che vengono assunte a tutela a volte degli uni a volte degli altri gruppi di potere (o caste),  troviamo una fotografia del primo ventennio del duemila bistrattata tra il mantenimento dello status quo e riforme disorganiche, poco abili nell’assoggettare chi opera nella sfera pubblica ( o mista)  a contenuti effettivi di esercizio responsabile della propria funzione. L’interesse privato e l’irresponsabilità sono all’ordine del giorno e rappresentano le cause principali per corruzione, andamento parziale della pubblica amministrazione, demerito sociale, e disoccupazione che colpisce solo determinate sacche della sfera sociale.

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