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“Il fine vita deve essere regolamentato”. Intervista a Mina Welby

 

Si ami chi può. Piergiorgio Welby il 20 dicembre 2006 decideva di mettere fine alla sua vita perché per lui non c’era possibilità di salvarsi ma solo di continuare a soffrire attaccato ad una spina. La moglie Mina Welby, Radicale e co-presidente dell’Associazione Luca Coscioni, racconta a che punto è l’Italia sul fine vita. Ma anche di Piero, di un amore immenso e dei bisticci affettuosi che ebbero in quegli ultimi giorni per proteggersi l’un l’altro. Oggi Mina presso la sede del Partito radicale in via di Torre Argentina 76 a Roma, con Mario Riccio e Lorenzo D’Avack, Marco Cappato, Filomena Gallo ed Emma Bonino ha fatto il punto sulla battaglia politica. E, con il film-documentario Love is All di Francesco Andreotti e Livia Giunti, ha parlato di Piero «nella sua umanità totale».

A partire dalla battaglia che suo marito vinse dal punto di vista umano e legale, come è andata avanti l’Italia sul fine vita?
C’è molta incuria da parte dei parlamentari: la discussione sul tema non è nemmeno stata calendarizzata. La politica ha fatto un bruttissimo percorso, basti pensare alla legge Calabrò che per fortuna è stata fermata: non è possibile che impongano la nutrizione artificiale, in particolar modo alle persone disabili. Qualche mese fa il Ministro Madia aveva detto che era meglio la coltre grigia, meglio lasciare le cose così come sono perché si potrebbe arrivare al rischio di andare contro la legge. Invece il fine vita deve essere assolutamente regolamentato. È l’assenza di una legge ad essere contro i diritti delle persone.

Con l’associazione Luca Coscioni e con i Radicali avete portato avanti questa battaglia con determinazione. Il 16 dicembre la senatrice Silvana Amati (commissione Diritti Umani) ha chiesto che venisse inscritta all’ordine del giorno la discussione sul fine vita in Parlamento. La Presidente della Camera Laura Boldrini ha inoltre detto che sul tema il Parlamento è molto indietro rispetto alla società.
Il gruppo interparlamentare che appoggia la nostra battaglia e di cui fa parte la Senatrice Silvana Amati, è composto da 250 parlamentari. Ma neanche loro sono stati ascoltati. La Boldrini ci sostiene moltissimo da quando abbiamo portato in Parlamento oltre 67mila firme raccolte. È andata anche diverse volte a trovare Max Fanelli che sta lottando per la vita e per avere una buona legge. Mentre la politica è ferma, Dominique Velati, mia cara amica affetta da un tumore incurabile vuole andare in Svizzera a morire. Con l’associazione Sos eutanasia la stiamo aiutando. Ma è la cittadinanza ad essere davvero più sensibile su questo tema. Alcuni medici e molti cittadini guardano decisamente più avanti della politica.

Nel 2006 molti scrissero che la Chiesa che negò i funerali a suo marito si sentiva assediata e temeva ogni minima concessione. Adesso che con Papa Francesco la situazione sembra essere cambiata, si aspetta qualcosa?
Nutro tanta speranza in questo Papa. Anche se mi sembra che certe volte ad una dichiarazione molto forte segua un passo indietro. Quando ha parlato con i medici ha detto loro: “l’eutanasia assolutamente no”. Il Papa non può dire diversamente ma io mi aspetto da parte della Chiesa e dei sacerdoti che capiscano che quando una persona soffre, è in gravissima difficoltà e ha malattie inguaribili, questa possa decidere di non continuare con cure palliative che prolungano la sofferenza. Credo che ogni persona dovrebbe capire che si deve poter scegliere di morire con dignità: stare su un letto e continuare a soffrire senza poter fare nient’altro non è vivere. Tante volte mi chiedo cosa direbbe Gesù Cristo se tornasse tra noi.

Qual è per lei il significato più importante che ha ricordare suo marito oggi?
Mostrarlo nella sua umanità totale e non solo come guerrigliero politico dell’eutanasia. Non era una persona strumentalizzata dai Radicali anzi è vero il contrario. Marco Pannella e i Radicali dovevano aiutarlo a realizzare una legge sull’eutanasia, cioè sulla morte dignitosa in generale e che naturalmente comprendesse il testamento biologico, il rifiuto delle terapie che una persona non vuole più o non vuole iniziare. E anche la possibilità di chiedere al medico di terminare la sofferenza con il suicidio assistito come si fa in Svizzera o con la somministrazione di medicinali per accelerare la morte quando la prognosi è di pochi mesi, la malattia è inguaribile e i dolori sono incontrollabili. Ma oggi lo ricorderemo come artista, intellettuale, scrittore, pittore, fotografo. Il documentario che verrà proiettato parla di lui da quando era ragazzino, di quando poteva andare ancora in giro con il padre, del suo modo di pensare, dei suoi modi di dire. Ci sono alcuni suoi dipinti e brani scritti da lui, che vengono letti da un attore, Emanuele Vezzoli.

Lei porta avanti una battaglia che inevitabilmente rinnova il dolore di una perdita. Come fa a tenere insieme le due cose?
Io mi dico sempre che non l’ho perso, l’ho dato. È stato lui a chiedermi: “Mina non ce la faccio più, devi capirmi”. Purtroppo non ho ceduto subito e questo forse per lui è stato un grande dolore. Tre giorni prima poi gli ho detto: “Ti voglio aiutare Piero, sono con te”. Lui ha avuto sempre un grandissimo rispetto per le persone, non voleva mai far soffrire nessuno. Neanche me. C’è un episodio molto spassoso in cui mi ribadì molto seriamente: “Ma tu che credi? Se giri intorno al mio letto col tuo sorriso ebete, credi che io stia meglio?”. Mi ha fatto veramente incazzare e all’inizio non ho risposto, poi gli ho scritto: “Gentile Signor Welby, se io avessi gli occhi gonfi, pieni di pianto, se fossi scorbutica, triste, Lei starebbe meglio? Io ho imparato da Lei ad aver rispetto di fronte agli altri. Da mia madre e da Lei ho imparato cos’è il rispetto ho cercato di metterlo in pratica nel miglior modo possibile”. È stata l’unica volta che ho scritto sul suo forum Eutanasia. Lui ha risposto: “Le donne hanno sempre ragione!”.

In quel periodo di sofferenza e di amore, cosa è cambiato in lei?
All’inizio ero più paurosa, poi una volta Piero mi ha detto: “Ti prendi un po’ troppo sul serio!”. “E come faccio?” gli ho chiesto. “Sii più naturale!” mi disse. Io ero naturale però c’è stato in me un cambio interiore senza che io me ne sia accorta. Era lo stare insieme a lui, il modo suo di vivere, il contatto con lui a forgiarmi. L’ultimo pomeriggio mi fa: “Tu sta sera non devi piangere”. “E come faccio?”. “Tu sei un soldatino”. Io la sera non ho pianto. Ha pianto Marco Pannella, ha pianto Marco Cappato e io lì a dirgli di non farlo, Piergiorgio non voleva.

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