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La cultura di vita contro la cultura di morte

 

Da anni ho in mente un progetto letterario. In un romanzo ipotizzavo una sorta di attacco finale, immaginando un attacco simultaneo a sette delle città occidentali. Dopo i sette attentati contemporanei di Parigi mi rendo conto che la realtà sta superando la più pessimistica fantasia. Ma mi rifiuto di chiamarla guerra, rifugiandomi (forse per paura) ancora nel tag “terrorismo”. Certamente, penso, che non si tratti di una guerra santa, quanto piuttosto di uno scontro di civiltà. L’Occidente ricco contro la parte povera, talvolta poverissima, del pianeta. Capisco che in questo momento di infinito dolore non c’è spazio che per la rabbia e mi rendo conto che è difficile, quasi impossibile, portare parole di buonsenso. Sono questi i momenti più ardui, in cui dobbiamo dimostrare che la nostra cultura di vita è superiore alla cultura di morte. Scrivo a fatica, ancora stordito dalla notte di sangue, convinto che per ricevere consensi basterebbe seguire la strada di chi invoca leggi speciali, la vendetta, rievoca Oriana Fallaci e applaude Magdi Allam, il nostro “talebano”, o s’inebria all’odio di chi vuol dividere il mondo fra buoni e cattivi.

Ma è proprio questo l’obiettivo dell’Isis, il rischio di dividere l’umanità. Chiudere le frontiere è un atto dovuto in una fase di emergenza, ma sul piano pratico è inutile: basti pensare che in Francia vivono già sei milioni di islamici, per non dire in Gran Bretagna come abbiamo scoperto dopo l’attentato alla metropolitana di Londra, o negli Stati Uniti oppure da noi, in Italia che si avvia con molto spavento al Giubileo. Non è l’Islam il pericolo, ma il fondamentalismo, e bisognerebbe cominciare a interrogarsi anche sui nostri errori, con l’Occidente che ha favorito l’islamizzazione di un’area strategica partendo dalla Libia ma ancor prima dall’Iraq, appoggiando o addirittura alleandosi con regimi fondati sulla sharia come l’Arabia Saudita o tifosi del Califfato come il Qatar. Discorsi scomodi in questo momento, lo so, ma teniamo presente che certe guerre durano ormai da lustri come in Afghanistan nonostante migliaia di bombe e centinaia di morti. Capisco la rabbia, ma sono costretto a ricordare la risposta di un luogotenente di bin Laden a un giornalista italiano che gli chiedeva una previsione sul futuro. “Voi siete forti, avete la bomba atomica, ma noi non abbiamo paura di morire. Secondo lei chi vince?” Per capirci: in uno scontro frontale con chi pensa che uccidendo merita un posto in paradiso, che speranze abbiamo di salvarci? Proprio vero: la violenza va disinnescata, non alimentata.

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