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Il caso Telecom, l’Italia rischia la serie B

 

Oggi si riunisce il consiglio di amministrazione di Telecom Italia, con all’ordine del giorno la richiesta di Vivendi di entrare nel consiglio di amministrazione e –probabilmente- i chiarimenti chiesti da Assogestioni. E’ noto che, dopo la stagione spagnola, si è aperta con Bolloré e Xavier Niel l’era transalpina. C’è chi dice che la società italiana sia una ghiotta preda per coloro che ne volessero fare il supporto tecnologico per la l’attività crossmediale. Come pure si sostiene che dietro le quinte si celi un protagonista forte delle telecomunicazioni, Orange. Vedremo. Certamente, dopo anni di docce scozzesi e di assalti proprietari nel contesto di una delle peggiori privatizzazioni del mondo, i rischi per l’azienda ex monopolista sono enormi e tangibili. Il silenzio assordante del governo, che pure disporrebbe degli strumenti della politica industriale se non della golden power -europei essendo i soggetti interessarti-, vale più di tante chiacchiere sull’innovazione digitale. Se Telecom diviene pura struttura succedanea, involucro buono per conquiste definitive o occasionali, l’Italia finisce in serie B. Altro che retorica sui digital champions. Non solo. Il governo lancia segnali di fumo, di cui non si capisce il senso vero. L’entrata in scena dell’Enel –il cui amministratore delegato ha peraltro annunciato di poter varare un piano solo nel 2017- è tattica o strategia? E che fine ha fatto l’annunciatissimo intervento della Cassa depositi e prestiti?

Dei diversi interrogativi si è resa interprete l’Asati (associazione dei piccoli azionisti di Telecom, peraltro l’ultimo istmo italiano rimasto nella variegata compagine azionaria) con un felice convegno tenutosi ieri.  Il gruppo deve essere una public company, in cui i titoli diffusi contino, anche nella governance. Una bella sfida: allo scivolamento verso l’esproprio di ogni identità è legittimo replicare con una delle idee portanti del capitalismo “comunitario”. Di numerosi aspetti legati alle ricette per tamponare la crisi hanno parlato svariati oratori, a partire dal presidente dell’Asati Franco Lombardi. E hanno contribuito con atteggiamento aperto i vertici: da Recchi e Patuano, al collegio sindacale. Mentre Umberto De Julio ha ricordato la figura dello storico dirigente Ernesto Pascale, per anni considerato un potente boiardo di stato, e oggi rimpianto per la capacità di prevedere il futuro. Se fosse andato in porto il progetto Socrate volto alla cablatura del territorio con la fibra ottica, la storia sarebbe probabilmente andata in altro modo. Per lo meno, la privatizzazione non avrebbe riguardato la rete, bensì solo i servizi e la successiva Opa dei “capitani coraggiosi” non ci sarebbe stata. E già, ma purtroppo non è possibile tornare indietro. Anche se la memoria storica è benefica e salutare per capire l’origine dei guai di oggi. Il senatore Mucchetti ha annunciato un ciclo di audizioni parlamentari, mentre in sintonia con la platea è stato l’intervento del giovane deputato 5Stelle Paolo Romano. I vuoti vengono coperti. Del resto, del governo non c’era traccia, come pure dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni. Attenzione. Non stiamo discettando di un argomento astratto. Il direttore del personale (alla moda del tempo people value) ha ricordato che il capitolo della forza lavoro è assai delicato. E sappiamo che sotto traccia si parla di miglia di posti in bilico.

Convegno utile, se qualcosa accadrà. L’Italia non s’è affatto desta in uno dei settori portanti, in cui pure contò. Una lacrima sul viso.

Fonte: “Il Manifesto”

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