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C’è integrazione quando sul territorio c’è la visibilità dei buoni risultati

 

Sessa Aurunca – Nato nel 2001 nell’ambito delle azioni del Piano Nazionale Asilo-PNA, Assopace Sessa Aurunca ha accolto negli anni 400 richiedenti asilo e rifugiati. Sembrano piccoli numeri ma se si considera che si tratta di una struttura d’accoglienza che incide su un territorio di ventimila abitanti, di cui però poco più di 10.000 nel centro cittadino – e che negli ultimi 10 anni ha registrato un bilancio demografico in decrescita soprattutto a causa della migrazione interna, con un tasso di industrializzazione fatiscente – il traguardo è del tutto riguardevole.

Nato inizialmente per accogliere i kosovari e i perseguitati delle guerre balcaniche, la onlus negli anni ha ospitato afgani, armeni, azeri, algerini, pakistani, palestinesi, curdi, siriani, iracheni, iraniani, turchi, somali, eritrei, etiopi, georgiani, nigeriani e ghanesi. “La storia più brutta? Quella di un kurdo iraniano, ha davvero passato l’inferno ma non voglio entrare nello specifico nella sua vicenda, perché è rimasto a vivere e lavorare sul nostro territorio. Si occupa di ulivi e mi ha fatto riscoprire in senso della parola dignità”. A parlare è Antonio Torrese, uno dei due operatori Sprar che gestisce il centro. Dei 25 ospiti che in media ogni sei mesi accogliamo, molti fanno i documenti e poi vanno via alla ricerca non solo di opportunità di lavoro ma anche di comunità etniche in cui inserirsi. Si tratta soprattutto di persone che provengono da grandi città e il piccolo centro può apparire angusto. C’è poi il fattore comunità. I quartieri etnici delle grandi città possono sembrare uno strumento di ghettizzazione ma in realtà sono anche una soluzione di “mutuo soccorso” che permette di rinsaldare vincoli comunicati. In tanti però sono rimasti, quasi un quarto. I dati Istat registrano una popolazione straniera di 686 persone, ma si tratta soprattutto di cittadini migranti dell’est europeo: rumeni, ucraini, bulgari e polacchi, tanti sono anche gli indiani che lavorano nel settore bufalino. Sessa è infatti nell’area di produzione della mozzarella di bufala Dop, ma anche dell’olio d’oliva.

Il primo ostacolo è la lingua. In un centro SPRAR (Sistema di Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati) si può essere inviati pochi giorni dopo lo sbarco o a distanza di mesi dall’ingresso nel paese: e allora i registri linguistici sono diversi. L’alfabetizzazione però è fondamentale per l’integrazione: un corso di Italiano e un po’ di mediazione culturale sono davvero utili. Alberto – nome di fantasia di un minore giunto da poco al centro – nonostante fosse stato riconosciuto meritevole di tutela, viveva da mesi in strada fin quando di servizi sociali di Udine non l’hanno segnalato e indirizzato al qui. 791 km per trovare finalmente un tetto, assistenza sanitaria e legale, e una scuola in cui iniziare ad integrarsi.

Per ciò che concerne la struttura, non esiste un centro unico. Quattro abitazioni accolgono tre nuclei famigliari e sei posti letto per single. Le case così come gli uffici e le aule sono nel centro storico. Le abitazioni singole tutelano la privacy e favoriscono l’integrazione. I richiedenti asilo possono provare ad instaurare rapporti di vicinato, fare la spesa, conoscere persone, entrare in rapporto con gli altri e cercare di costruire la normalità. Tutto questo però è un risultato conseguito con gli anni, all’inizio si era optato per una struttura unica fuori paese, ma con gli anni l’integrazione è divenuta realtà: niente è più bello di sentire ragazzini stranieri intonare canti tradizionali locali o partecipare ai “giochi dei quartieri”. E qui alla tradizione ci si tiene!

Nonostante le pressioni della Prefettura per aumentare i posti di accoglienza e i 32€ a persona in più che arriverebbero, si è preferito non farlo: il territorio vive una crisi economica considerevole e le opportunità di inserimento lavorativo non sono molte, ecco perché si è scelto di appoggiare il lavoro di altri enti quali Santa Maria Capua Vetere o Castel Volturno, che nonostante il grande numero di immigrati non avevano Progetti SPRAR. Le risorse sono della Comunità Europea e del Min. degli Interni. Il 20% di budget comunale previsto da legge è dato da competenze tecniche  di funzionari comunale. Praticamente è a costo zero per il territorio. Il progetto non ha tolto nulla se non dato ricchezza al paese – sottolineano Antonio e Michele, l’altro operatore –  tutti gli acquisti, dalla ricarica telefonica, al pane, al passeggino sono fatti sul territorio, l’integrazione si fa col contatto diretto e, se vogliamo, passa anche dalla visibilità negli acquisti.

I problemi sono tanti. La Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale di Caserta è abbastanza veloce: per l’audizione dinanzi ad essa non si attende più di tre/quattro mesi e la risposta arriva nel giro di uno o due mesi. Tempi brevi se paragonati alla media nazionale, ma è anche una delle Commissioni che boccia di più. Hanno bocciato minori afgani, libici e siriani … persone che erano evidentemente necessitati di protezione umanitaria.  Ma ora ci sono stati dei cambiamenti e le potrebbero migliorare.

C’è poi il problema del business sui migranti, che inficia anche il lavoro di chi opera correttamente. Quest’estate, sulla scia dell’emergenza sbarchi, una cooperativa stabiese aveva deciso di aprire un nuovo sito di accoglienza in pieno centro storico tra le proteste cittadine e all’allarmismo politicante. In realtà si trattava di soggetti poco raccomandabili, alcuni dei quali già coinvolti nello scandalo “Sistri” sulla tracciabilità dei rifiuti e reati come truffa e false fatturazioni. Paradossalmente per lavorare nel sociale, in un settore così delicati, non è richiesta una fedina penale immacolata.

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