Sei qui:  / Libridine / Riscopriamo la partecipazione: Democrazia diretta o Communalism secondo Murray Bookchin

Riscopriamo la partecipazione: Democrazia diretta o Communalism secondo Murray Bookchin

 

Nella versione tradotta e curata da Salvo Vaccaro, Elèuthera ha pubblicato già nel 1993, e in ristampe successive, Democrazia diretta di Murray Bookchin, autore anche di L’Ecologia della libertà (The ecology of freedom).

Bookchin può a buon diritto essere considerato uno degli studiosi che maggiormente ha approfondito il tema della partecipazione dei cittadini alla vita sociale e politica delle comunità di cui fanno parte. È anche uno dei più “imitati” senza essere quasi mai citato.

«Il Communalism rappresenta una critica della società gerarchica e capitalista nel suo insieme.»

In Democrazia diretta Bookchin sottolinea la differenza tra l’economia di mercato «avida ed espansiva» e i mercati pre-capitalisti «non tesi all’accumulazione dell’altro». L’autore ricorda che nell’antichità la compravendita «lungi dall’essere esaltata, era percepita come opera del demonio e dunque il commercio era tenuto sotto controllo», oggi invece viene quasi idolatrata e la mentalità monetaria e speculativa, sebbene non inedita nella storia, diventa unica quando consegue una tale centralità: «persino la terra, un tempo rifugio di vecchi capitalisti dopo una vita dedicata al commercio, divenne semplicemente una merce tanto che il suo acquisto, in particolare nel Nuovo Mondo, non conferiva più alcuno status speciale al nuovo ceto mercantile».

E così da «associazione etica di mutuo soccorso», la comunità si trasforma in un «tessuto imprenditoriale teso alla concorrenza e alla manipolazione». Si potrebbe obiettare che pure nella comunità intesa come “associazione etica di mutuo soccorso” erano presenti predatori e di ciò l’autore tiene conto citando nel testo ad esempio i pirati e i briganti. Ma subito sottolinea la differenza tra questi, che consideravano intoccabili le proprie comunità, e i mercanti e gli industriali che le considerano invece territorio di conquista.

I pirati erano fondamentalmente degli anti-colonialisti. Si diventava pirata per vari motivi ma più di frequente per la miseria o per il desiderio di rivalsa contro i soprusi subiti come ceto meno abbiente.

Una nutrita schiera di briganti era costituita da pastori e contadini che si davano alla macchia come gesto di ribellione per le ingiustizie e lo sfruttamento subito.

Ci sono le eccezioni certo ma la Storia ci insegna che quando un popolo, o parte di esso, si ribella viene sempre additato come ingrato, ribelle, rivoluzionario, terrorista… dai governi, dai ceti alti, dalle gerarchie militari, ma a ben guardare il motivo da cui scaturiscono questi moti è un grande desiderio di riscatto sociale, un bisogno disperato di dignità per sé e soprattutto per i propri figli. Accadeva in passato e accade ancora oggi.

Per Murray Bookchin l’urbanizzazione rappresenta il modo con cui il processo destrutturante delle comunità ha assunto visibilità. «Mi riferisco a quello sviluppo industriale, commerciale e residenziale che chiamano centro urbano.» Gli effetti devastanti del capitalismo che maggiormente si osservano nei centri urbani per l’autore si possono così sintetizzare:

  • Dissolvimento di tutti i vincoli sociali.
  • Mercificazione di tutti i valori.
  • Monetizzazione di tutti gli ideali.
  • Sfide incontrollate del mercato con acquirenti e venditori anonimi.

Pienza, la cui progettazione fu affidata da papa Pio II a Leon Battista Alberti doveva rappresentare la città ideale, nella quale l’uomo potesse vivere in armonia con se stesso e con la natura. La modernità ha generato un’idea di urbanistica invece in cui l’uomo è a servizio della città e non il contrario.

Maurizio Pallante nel suo saggio Monasteri del terzo millennio cerca di focalizzare l’attenzione del lettore su un problema reale della modernità: «nelle società industriali, in particolar modo nelle città che ne sono il cuore, nessuno produce ciò che gli serve per vivere e tutti dipendono dal mercato per ogni esigenza». Ipotizziamo che per una qualsiasi ragione il ‘mercato’ non fosse più in grado di soddisfare le richieste degli acquirenti-consumatori. Cosa accadrebbe?

«Il nazismo, con il suo cianciare sull’auspicabilità di una Volksgemeinschaft germanica, svendette il contenuto utopico di questa aspirazione popolare al localismo comunitario in nome del “principio di leadership” con il quale subordinò completamente il localismo al centralismo, la comunità alla nazione, il conservatorismo tecnologico all’innovazione industriale, particolarmente quella finalizzata alla progettazione bellica e ai metodi di sorveglianza politica.»

Paradossalmente, ma neanche poi tanto, a ben guardare le intenzioni e soprattutto i risultati della politica comunista si sono rivelati non molto dissimili. Salvo Vaccaro nell’introduzione al testo di Bookchin li identifica soprattutto in due punti focali:

  • Massimo sostegno all’autorità centrale dello Stato.
  • Nazionalizzazione della proprietà come unica alternativa alle forme capitalistiche di proprietà privata.

«Il peso che Marx e i marxisti di ogni risma hanno dato al ruolo “progressista” dello Stato-nazione sebbene comprensibile nel contesto delle lotte popolari del diciannovesimo secolo contro i residui del feudalesimo, si sono rivelate a posteriori una rovina per la quale siamo ancora oggi penalizzati.»

Una possibile soluzione secondo Murray Bookchin è «una politica senza partiti», in considerazione anche di ciò che è successo dove questi hanno agito e fallito, ripetutamente, e invita il lettore a qualche riflessione su quanto accaduto e a tutti noto in paesi come l’ex Unione Sovietica dove il partito costituiva lo Stato stesso. Una politica di decentramento e di assemblee popolari quella auspicata dall’autore. Una politica che non sia un «sistema di rapporti di potere gestito per lo più in modo professionale da persone in ciò specializzate, i cosiddetti “politici”» bensì, com’era prima dello Stato-nazione, «gestione degli affari pubblici da parte della popolazione a livello comunitario».

«Oggi, quel che chiamiamo “politica” è in realtà governo dello Stato. Essa è professionismo, non controllo popolare; monopolio del potere da parte di pochi, non potere dei molti; delega a un gruppo “eletto”, non processo democratico diretto che comprenda il popolo nella sua totalità; rappresentazione, non partecipazione.»

Vaccaro ancora nell’introduzione si sofferma sul grande problema della collusione tra politici e poteri economico-finanziari, ricordando lo scandalo Watergate e quello Irangate, raccontando dell’ingerenza che hanno questi poteri, queste lobby, sui vari governi, inducendo il lettore a interrogarsi su quali siano o possano essere poi le conseguenze della loro influenza sulle decisioni che riguardano la popolazione della comunità che di fatto controllano.

La politica e la cittadinanza sono state, per Bookchin, le vittime di questo processo corrosivo che è il capitalismo, «ma possono rappresentare anche l’antidoto». Per l’autore è necessario dare agli ideali del localismo, del decentramento e dell’auto-sufficienza un significato più ampio e completo e propone le eco-comunità morali basate sul confederalismo che «non segna una chiusura della storia sociale bensì il punto di partenza di una inedita storia ecosociale segnata da una evoluzione partecipativa nella società e tra la società e il mondo della natura».

Secondo Bookchin, l’economia confederata di una comunità grande o piccola gestisce le proprie risorse in una fitta rete di relazioni intercomunitarie ed è una economia redistributiva, cioè capace di dare alle comunità secondo le loro necessità, al contrario delle cooperative di segno capitalista che affondano nell’equivoco dei rapporti di scambio.

In L’Ecologia della libertà Bookchin analizza i comportamenti dell’umanità verso la natura che vanno o andrebbero osservati all’interno di una cornice più ampia «in cui l’umano dispone dell’altro umano in senso prettamente politico, dando luogo a una specifica forma di vita che noi definiamo società». E tale costruzione sociale delinea il campo della politica che non deve o non dovrebbe essere l’arte del governare ma una «modalità di organizzazione sociale volontariamente progettata e costruita nel concorso conflittuale di soggetti consapevoli e rischiarati nel dialogo permanente di ragioni, argomentazioni e obiezioni critiche». Per questo Bookchin anche in Democrazia diretta ritorna sul concetto deragliante di classe politica eletta, quasi a voler identificare in modo professionale persone in ciò specializzate. Mentre per l’autore necessita un ritorno alla situazione pre-capitalista, quando «la popolazione gestiva la cosa pubblica in assemblee cittadine dirette».

TI POTREBBE INTERESSARE ANCHE