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Scalzi

 

Appena tocco l’asfalto viscido di pioggia e melma con il piede nudo, sento una sensazione di schifo. C’è la mamma vicino a me, che incoraggia i suoi bambini  “fate finta di stare sugli scogli, però quelli fanno male, qui la strada invece è tutta bella liscia. Quelle parole  mi fanno subito pensare ai piedi dei migranti bloccati per giorni sulla scogliera di Ventimiglia, a quelli martoriati di chi attraversa il deserto, a quelli pigiati nel sudiciume di chi è rannicchiato in una stiva. E la sensazione di schifo sparisce.

Inizia la marcia degli scalzi dal centro Baobab di Roma. Ci sono molti eritrei, somali ed altri ospiti del centro che portano striscioni insieme a donne e uomini italiani. “Free border” è lo slogan che rompe il silenzio. Poi “Italiano, l’hai dimenticato, anche tuo nonno  era immigrato”. Le tv inquadrano i piedi, i poliziotti di servizio pure. Arrivano gli studenti “Stessi piedi, stesse mani, siamo tutti esseri umani”. Attraversiamo la strada larga bloccando il traffico. Nessun clacson, motori spenti e dalle macchine tutti con lo sguardo sul corteo mille-piedi.

Alla fine ho i piedi lerci e mentre me li lavo alla meglio ad una fontanella prima di rimettermi le scarpe, incrocio lo sguardo con un ragazzo somalo appoggiato al muro. Ci sorridiamo.

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