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Rai, ritorno alle regole

 

Intervengo sempre con difficoltà intorno al dibattito su quella che è stata la mia azienda per tanti anni. Ma certe cose vanno dette. Intanto sull’infelice battuta del dg Gubitosi a proposito di “villa arzilla”. Quel genio di Carmelo Bene diceva che “noi siamo quello che siamo stati”, cioè nulla s’inventa e tutto viene dal passato. Azzerare anche culturalmente un autentico patrimonio e umiliare il valore della memoria non serve affatto a un “ripensamento” organizzativo e strutturale. Spezzare il filo può essere d’effetto ma con risultati ancora da dimostrare. Non parlo di uomini, né ovviamente mi riferisco a questioni personali, ma vorrei affrontare il metodo. In molte assemblee di redazione, da tempo, si è rivendicato il ritorno alle regole. E di regole adesso voglio parlare. Quelle che garantiscono tutti. Niente di importante: solo appunti dal basso di un vecchio cronista ancora appassionato della Rai e tifoso dei giovani, cioè delle nuove forze.
Cominciamo dalla tanto discussa moltiplicazione di dirigenti. Una volta le promozioni seguivano un percorso rigorosamente tecnico: diventava caporedattore chi per anni aveva fatto il vice, così come a livelli più alti, di direzione o addirittura di management. Inutile dire che tutto avveniva all’interno della Rai, cioè si valorizzavano le famose risorse interne senza infilarsi in operazioni esterne non sempre adeguate a livello professionale. La svolta è avvenuta con quelli che ho sempre chiamato “tripli salti mortali”, cioè da redattore ordinario a vicedirettore, seguendo logiche “politiche” non certo di merito che hanno devastato ogni percorso. Sarò chiaro: sapendo che bastava uno sponsor forte per fare carriera da alcuni anni si è scatenato il massacro, tutti contro tutti, cioè ognuno sentendo il diritto di candidarsi anche a ruoli improponibili.
Già che siamo in tema di risorse interne, una formuletta magica che sembra approvata da tutti, cerchiamo di chiarire. Chi ha detto che è un vantaggio puntare sugli esterni? Intanto c’è il rischio (denunciato da molti) di operazioni poco pulite, ma anche sul piano della qualità del prodotto (nessuno ne parla) bisognerebbe distinguere. La Rai era anche una scuola e, con tutto il rispetto, abbandonare la strada dell’addestramento non sempre produce risultati apprezzabili. Ho avuto il privilegio di lavorare con telecineoperatori che erano autentici maestri, risultato di una lunga frequentazione a bottega. Il rapporto era forte e ne guadagnava il prodotto. A tal punto da venderlo sul mercato internazionale. Si sa che fare televisione costa ma chi ha detto che non valga la pena mandare una troupe interna (ormai ridotta a due elementi, anche se ne servirebbero tre) per prodotti originali invece di acquistare servizi confezionati, limitandosi al desk e dunque allineandosi all’omologazione della notizia? Spesso i problemi economici sono soltanto alibi per un’informazione “addomesticata”. Sono costretto a ricordare Roberto Morrione, un autentico faro per intere generazioni, sacrificato forse a logiche di appartenenza: quando c’era lui al Tg1 era quasi un vezzo (in realtà la nostra forza) proporre ogni sera almeno tre servizi originali, scaturiti dalla fantasia e dall’impegno della redazione. Il nostro motto era la “religione della notizia” e il nostro obiettivo era di non …fare prigionieri, cioè nessuno, dico nessuno, era intoccabile. Lottizzazione è ancora usata come parolaccia ma racchiudeva le varie anime e dunque le riunioni di redazione erano un’autentica palestra, dove si discuteva anche a sediate (non è un modo di dire: storici gli scontri fra Roberto e Frajese). Alla fine ne usciva un prodotto vero, credibile, imbattibile. Il ritorno alle regole naturalmente va inteso nel rispetto della mutazione epocale. Un dirigente sindacale nei giorni scorsi mi diceva “ma la Rai adesso è un’altra cosa”: ecco questo forse è il guaio. Nelle mie ultime esperienze di “line” ho assistito a uno spettacolo indecoroso, il direttore che parla e tutti i quadri intermedi che prendono appunti.
Gli sprechi sono sotto gli occhi di tutti, ma cerchiamo di individuare quelli reali. L’apertura di sedi estere assolutamente inutili o addirittura inventate, per esaudire schieramenti, o la sovrapposizione di sforzi. Vedremo come finirà con l’accorpamento delle testate, ma un buon esempio resta la scelta su eventi importanti e prolungati come l’Iraq e l’Afghanistan. Una copertura totale, contro velocissimi inserimenti di altre aziende televisive che non potevano competere, con un solo inviato Rai, in grado di coprire tutte le esigenze. Ricordo un altro maestro: Ottavio Di Lorenzo che “pretendeva” che il reporter del Tg1 fosse il primo a partire e l’ultimo ad andare via. E il primato della testata (e dell’azienda) allora non era neppure lontanamente messo in discussione, perché il pubblico percepiva la differenza.
Il discorso, entrando nei dettagli, sarebbe troppo lungo ma personalmente ritengo un delitto sacrificare la Tgr, unica autentica anima del territorio che può incidere realmente sul sociale e onorare l’impegno istituzionale di servizio pubblico. Al passo con i tempi un canale all news. Troppi i doppioni ancora sul web in un panorama ormai multimediale. I cambiamenti devono essere altri e senza sacrifici né del prodotto né del personale. Eliminando qualche sacca corporativa (fuori della storia oltretutto con l’avvento, finalmente, del digitale che ha azzerato oltretutto molte spese) e rimodellando posizioni. Senza, soprattutto, colpire come al solito il settore produttivo a favore di quello amministrativo. Quanti uffici ci sono completamente inutili, anzi ingombranti, a viale Mazzini? Non si può sempre risparmiare solo su Saxa Rubra dove, con tutte le distorsioni, si confeziona il prodotto che resta l’unica arma vincente. Già, il prodotto. Intanto ne dovrebbe parlare chi ne capisce. E non megadirigenti piovuti dal cielo. Che magari lo considerano solo un passaggio visibilissimo per altri lidi. Durante la stagione dei cosiddetti “professori” fu commissionata, ricordo, un’indagine sul costo della televisione. La domanda-chiave era: “quanto costa un minuto?”. Come se la Rai producesse scatolette di pomodoro. Fuori la politica d’accordo, ma proprio fuori. Del tutto. Ma soprattutto fuori gli incapaci.

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