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Expo: prospettive e futuro oltre la retorica

 

Inizia l’Expo ed è d’obbligo augurarsi che vada a buon fine, che i visitatori siano anche più dei venti milioni previsti e che per il nostro Paese la manifestazione costituisca una vetrina d’eccezione, grazie alla quale rilanciarsi e scrollarsi di dosso l’immagine di Nazione inaffidabile e refrattaria al progresso e al cambiamento. L’auspicio sincero è che davvero, nei sei mesi dell’Expo, si riesca a far dimenticare al mondo l’immagine pessima che finora abbiamo dato di noi stessi, fra tangenti, corruzione, ritardi, lavori incompleti, classi dirigenti inadeguate e un senso di costante e atavica precarietà che induce molti investitori internazionali a considerare lo Stato italiano ostile ai loro interessi.

Venendo allo slogan scelto per l’iniziativa, la speranza è che il proposito di “nutrire il pianeta” non si esaurisca nell’arco di sei mesi ma diventi un monito, un punto fermo, diremmo quasi un faro da seguire nel prosieguo della battaglia in Europa, al fine di sovvertire i dogmi del rigore cieco e dell’austerità fine a se stessa.

Perché quando si parla di “nutrire il pianeta” non ci si riferisce solo ai disperati che fuggono dall’Africa in fiamme, che pure è un problema non da poco, specie di questi tempi, ma anche ai bambini greci che soffrono di denutrizione a causa delle condizioni di indigenza in cui versa ormai quel Paese e ai bambini italiani che – stando alle denunce di “Save the Children” – stanno pagando a carissimo prezzo i costi della crisi, con un costante aumento della percentuale di minori costretti a vivere sotto la soglia di povertà. E si parla anche degli anziani che rimestano nei cassonetti o fra gli scarti dei mercati per trovare un po’ di cibo o di quei genitori, anch’essi purtroppo in aumento, che finiscono col rubare nei supermercati per dare da mangiare ai propri figli. Si parla del ricco e opulento Occidente, non solo del Terzo mondo: si parla di noi, anche se fatichiamo ad accorgercene, concentrandoci unicamente sulla bellezza architettonica dell’Albero della vita e sulla raffinatezza di alcuni padiglioni. Si parla del nostro modello di sviluppo: disumano e sempre più insostenibile. E si parla di una sfida che l’Europa non può non combattere in prima persona: quella della lotta alla fame, quella della guerra totale alla miseria che non si vince, come pensano alcuni nazisti in doppiopetto o in tailleur, affondando i barconi carichi di migranti o chiudendo le frontiere bensì cominciando ad eliminare le ragioni per le quali questa gente fugge dalla propria terra natale, vendendo tutto, abbandonando la propria famiglia, lasciando amici, ricordi, sogni e nostalgie per inseguire il miraggio di una vita meno grama e, possibilmente, meno breve.

Pensiamo, a tal proposito, che questo Expo non debba durare solo sei mesi ma almeno dieci anni, magari conservando i padiglioni e trasformandoli in laboratori, luoghi di incontro e scambio culturale, perché l’argomento scelto è perfetto ma adesso bisogna affrontarlo seriamente, facendo di quest’evento un viatico per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla necessità di venire in soccorso a un mondo che si muove sotto di noi e con il quale, prima o poi, dovremo fare i conti. Per fame, infatti, non ci si limita a fuggire: per fame si può anche arrivare ad uccidere e scatenare guerre; per fame si possono compiere azioni riprovevoli; per fame si possono saccheggiare villaggi e abitazioni; per fame c’è gente che in passato, ma temiamo tuttora, non ha esitato a darsi al cannibalismo. E noi è di questo che dovremmo occuparci ogni giorno: della fame, della mancanza d’acqua potabile, della povertà e del dolore di chi non sopporta più questo sistema squilibrato, questo modello di crescita indegno in cui il PIL e i bilanci delle multinazionali valgono più della vita delle persone, questa barbarie legalizzata e ammannita come l’unica prospettiva possibile e auspicabile secondo la quale persino la sovranità popolare dovrebbe essere sottomessa ai desiderata di quei tecnoburocrati che operano nell’ombra, senza neanche prendersi la briga, a differenza dei populisti, di presentarsi alle elezioni per misurarsi col consenso dei cittadini.

L’Expo come fonte di crescita, sviluppo sostenibile e creazione di posti di lavoro di qualità (soprattutto in considerazione del fatto che comincia il 1° maggio: una coincidenza tutt’altro che secondaria e da tenere, al contrario, in grande considerazione); l’Expo come punto di forza di un Paese che vuole tornare a credere in se stesso; l’Expo come occasione di rinascita collettiva per l’intera Europa; l’Expo come punto di partenza per riscattare il progetto originario dell’Unione dopo tanti anni di insostenibile euroscetticismo e, infine, l’Expo, come sguardo al futuro, come crocevia di esperienze, come patrimonio di tante comunità che si tendono finalmente la mano. Ci auguriamo di cuore che a fine ottobre il bilancio della manifestazione e le prospettive per il domani siano queste, altrimenti anche l’Expo si tradurrebbe nell’ennesima opportunità sprecata, nell’ennesima figuraccia di un Paese allo sbando e nell’ennesimo fallimento di un’Europa ormai in guerra con se stessa. Non sarebbe solo triste: sarebbe la fine di tutto.

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