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L’europa cambia verso,con Tsipras. Caffè

 

I moderati realisti hanno avuto torto, i visionari ragione. La vittoria della sinistra in Grecia sta cambiando una Europa che non poteva andare più nella vecchia direzione, che stava sbattendo contro il muro edficato dalla sua stessa ortodossia conservatrice. “Spiragli per Tsipras” scrive il Corriere. “Europa pronta a trattare con la Grecia”, Repubblica. Eppure – ricorda la Stampa – “Tsipras spiazza l’Europa. Al governo con la destra anti-rigore”. Al leader di Syriza mancava solo qualche voto per la maggioranza in Parlamento ma, invece di trattare con i comunisti o con To Potami (il fiume) o con lo stesso Pasok ha stretto un accordo con Anel, una destra impresentabile in prospettiva, ma hic et nunc indisponibile a calare le brache con la Troika o con Berlino e insensibile ai sì ma dei socialisti europei.

“L’Europa apre il negoziato sul debito” scrive il Corriere, “Europa e Grecia obbligate all’intesa”, Sole24Ore e Fubini, Repubblica, rivela che c’è da novenbre già una clausola (segreta) che autorizza la Grecia a non restituire un euro del debito prima del 2020 e fissa il rimborso finale al 2057, quando Tsipras avrà compiuto 83 anni. Tuttavia non basta, lo spiega bene Piketty, Repubblica. Il governo di Atene ha bisogno di investire nella ripresa e non può tollerare il limite del 2 per cento al deficit. Perciò Tsipras dichiara che “la Troika è morta” – Le Monde – e che gli accordi con Samaras sono – per dirla con De Gaulle – nulli e mai avvenuti. Che si fa? Piketty invita socialisti francesi e italiani a rompere gli indugi, a schierarsi con la Grecia e, di più, a pretendere la riscrittura dei trattati europei, per fondare autorità e solidarietà in Europa su un vero e nuovo patto democratico.

“Da Atene nasce un nuovo europeismo democratico” dice Iglesias, leader di Podemos, accreditato dai sondaggi in Spagna del 28%, 5 punti più dei socialisti e 9 più dei popolari al governo. Un nuovo patto indispensabile non solo per l’economia. Chi scrive non ama Putin né la guerra che sta conducendo in Ucraina, ma il campo di Auschwitz, dove furono ammazzati oltre un milione di europei, venne liberato 70 anni fa dall’Armata Rossa, non dal carro armato americano che si vede nell’ultima scena de “La Vita è Bella” di Roberto Benigni: oggi, alla cerimonia in ricordo della Shoah, sarà presente un vice primo ministro russo. La Polonia non ha invitato né presidente né governo di Mosca.

Il resto è noia. In serata il Senato approverà la legge detta Italicum, in forza della quale ogni 5 anni eleggeremo un primo ministro e, dietro di lui, una maggioranza coesa e ubbidiente. Una legge così non c’è in nessun paese di democrazia liberale. Anche dove si elegge direttamente, come in Francia, un Presidente capo dell’Esecutivo, il Parlamento viene infatti selezionato in modo autonomo e sulla base di una forte competizione nei collegi. Il Sindaco d’Italia sarà molto di più del Primo Ministro che siede a Downing street, perchè potrà determinare – lo sta già facendo, saltando le prime tre votazioni a maggioranza qualificata – la scelta della Regina, – da noi del Presidente -, dovrà chiedere la fiducia a una sola Camera (che si è formata in ragione della sua vittoria al primo turno o al ballottaggio), non avrà il fastidio di cazzutissimi lord (che possono ritardare fino a un anno la promulgazione delle leggi) ma un Senato di designati dai partiti locali.

È la fine della democrazia? No. La democrazia, come i grandi valori dell’occidente – liberté, égalité, ftaternité – vive nel cuore e nella mente dei popoli. Lo si è visto a Parigi. Ma è il segno di una viltà della classe dirigente italica, che non crede in sé stessa e si affida a un uomo solo.

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