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Diffamazione. “Non ho i soldi”. Giornalista condannato fa una colletta

 

 

Condannato a pagare dodicimila euro a seguito di una condanna per diffamazione a mezzo stampa, il giornalista abruzzese Pino Cavuoti di Vasto (Chieti) ha messo da parte l’orgoglio, ha confessato di non avere quei soldi e ha lanciato una sottoscrizione pubblica. La condanna a versare il risarcimento è stata emessa a maggio 2014 dalla Corte d’Appello civile di Roma in relazione a un articolo pubblicato a gennaio del 2006 dal quotidiano Nuovo Molise. Cavuoti pagherà con i soldi ricavati dalla colletta e grazie a uno sconto sulle spese legali. La sua vicenda non è isolata e dimostra che le sanzioni economiche dovrebbero essere proporzionate al reddito e al patrimonio del condannato, come indica la giurisprudenza europea.

Pino Cavuoti ha 53 anni. È giornalista dal 1995. Per quattordici anni ha lavorato per il Nuovo Molise. È stato condirettore. Ha avuto altre querele. Aveva il suo stipendio, il giornale si faceva carico delle spese legali e delle sanzioni economiche e le condanne erano sopportabili. Poi, nel 2010, la testata ha cessato le pubblicazioni, Cavuoti ha perso il lavoro, il suo reddito è diminuito e la copertura delle spese legali è venuta meno mentre i vecchi processi andavano avanti. Invano ha tentato di fare rinascere il giornale per cui lavorava e di trovare un altro lavoro stabile. Quando gli è arrivata questa ingiunzione viveva scrivendo corrispondenze per l’Ansa dal basso Abruzzo e curando la comunicazione per un ente privato. Quei dodicimila euro non sapeva proprio dove prenderli.

Perciò un mese fa si è fatto animo e si è rivolto ai suoi colleghi giornalisti con una lettera aperta. Senza fare la vittima, senza contestare la sentenza, ha raccontato la sua disgrazia e ha chiesto dei soldi. “Sono a chiedere il vostro aiuto con dignità e senza vergogna, perché possiate aiutarmi – ha scritto – anche con l’invio di un euro, perché altrimenti non saprei come fare a pagare”. La lettera è stata pubblicata da alcuni quotidiani locali e da siti web. Ha smosso i sentimenti di alcuni, che gli hanno mandato qualcosa. Ma soprattutto ha fatto sensazione. Non si ricordano casi simili, di giornalisti che confessano pubblicamente di essere stati messi fuori gioco da una condanna per diffamazione. Nel giro di un mese Cavuoti è il secondo giornalista che, dovendo a pagare un risarcimento per diffamazione superiore alle sue possibilità economiche, si affida alla solidarietà di amici e colleghi, mettendo da parte l’orgoglio che finora è stato un tratto distintivo della categoria.

L’altro caso, comunque, è un po’ diverso: sono stati i colleghi a raccogliere soldi per Andrea Signorelli, collaboratore esterno del quotidiano Blogo.it, che ha dovuto versare ottomila euro per ottenere il ritiro della querela per diffamazione dal senatore Francesco Nitto Palma, presidente della Commissione Giustizia del Senato ed ex ministro della Giustizia.

Cavuoti, come ha deciso di fare questo passo? “Non potevo fare altrimenti. Io – racconta a Ossigeno – sono monoreddito e non posso accedere al credito bancario. Sono incappato in uno degli incidenti di percorso che possono accadere a chi fa giornalismo. Quando non hai un giornale che ti copre le spalle, questi incidenti ti tagliano le gambe. Mi sono detto: se hai il coraggio di metterci la faccia, cosa devi temere? Avevo scritto al direttore del quotidiano Il Centro, Mauro Tedeschini, per chiedergli aiuto. Lui ha deciso di pubblicare la mia lettera. Da lì è nato l’appello. A Vasto, la mia città, ha suscitato qualche discussione “.

Alcuni hanno criticato il cronista, gli hanno rimproverato di “lavare i panni sporchi in pubblico”. Invece gli amici lo hanno incoraggiato e sostenuto e i suoi avvocati Pierpaolo Andreoni, Luigi Di Penta e Gianni Perrotta gli sono andati incontro con le spese legali. Lo hanno sostenuto soprattutto numerosi cronisti di testate locali, che si sono identificati nella sua situazione. “Mi hanno scritto – racconta Cavuoti – anche da Roma e da Milano per dirmi che si riconoscevano nella mia disgrazia. Una giornalista romana mi ha scritto: ‘Ci sono passata anch’io’, ti mando un po’ di soldi ma scordati la solidarietà da parte di gran parte dei nostri colleghi’. Mi ha commosso. Ringrazio tutti e renderò conto dell’aiuto che ho ricevuto”.

Nell’ultima riga della sua lettera, Pino ha scritto amaramente: “Sono fiducioso: non certo che non sarò lasciato solo”. “In effetti – dice ora – non ho riscontrato una grande sensibilità nei miei confronti”. Ma molti, fra cui alcune associazioni del territorio, si sono ad attivati. Ci sono stati anche dei gesti simbolici. I consiglieri molisani dell’Ordine dei Giornalisti Vincenzo Cimino e Cosimo Santimone hanno devoluto il gettone di presenza di dicembre e gli hanno porto un ramoscello d’ulivo. “Mettiamo da parte rancori, vecchie inimicizie e incomprensioni – hanno detto – e cerchiamo di aiutarci tutti, ognuno secondo le proprie disponibilità”. Si sono interessati del caso anche due Ordini regionali dei giornalisti: quello del Molise e quello dell’Abruzzo. “Il presidente del sindacato regionale dei giornalisti mi ha proposto di rivolgermi al fondo di solidarietà della Fnsi – racconta Cavuoti – ma io non ho voluto”.

Con le donazioni ricevute e grazie a uno sconto sui 12mila euro di risarcimento da versare il giornalista è riuscito a pagare e saldare il debito della condanna.

L’articolo di cronaca per il quale Cavuoti è stato condannato era scritto da un collaboratore della testata, ma era siglato con le sue iniziali. “La notizia proveniva da un mattinale dei carabinieri. A differenza del collaboratore, io ero un giornalista dipendente, godevo perciò della tutela legale dell’azienda  e – racconta il cronista – spesso mi capitava di prendermi responsabilità che non erano mie”. L’articolo fu pubblicato a gennaio 2006 e poche settimane dopo fu presentata la querela penale. Il reato penale è caduto in prescrizione, ma la causa per danni è andata avanti e a maggio 2014 si è conclusa con l’ingiunzione a versare una somma alla parte offesa più le spese legali.

Cavuoti ha lavorato per il Nuovo Molise dal 1996 al 2010. È stato condirettore. Alcuni processi in cui era citato, si sono conclusi dopo che il giornale è fallito. I processi per diffamazione erano tanti, dice, anche perché l’editore “spesso faceva un uso strumentale dell’informazione” e spingeva per i toni forti.

Franco Abruzzo, ex presidente dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia, ha raccolto l’appello di Cavuoti e ha proposto un maggiore impegno del sindacato dei giornalisti per affrontare queste situazioni. “Tanti giornalisti dopo il fallimento della società editrice di appartenenza sono in condizioni difficili come Pino Cavuoti. La Fnsi potrebbe dare un aiuto concreto visto che incamera lo 0,10% dagli stipendi dei giornalisti attivi iscritti”.

“Queste vicende – ha commentato Alberto Spampinato, direttore di Ossigeno – dicono che l’attuale normativa sulla diffamazione a mezzo stampa trascura il vero scopo del processo per diffamazione: ristabilire prontamente la reputazione danneggiata. La storia di Pino Cavuoti dimostra l’assurdità di procedure giudiziarie infinite e di sanzioni economiche non commisurate al reddito e al patrimonio del giornalista condannato. È così da moltissimi anni. Adesso che molti giornalisti guadagnano pochi euro, che i giornali chiudono, queste norme punitive e ingiuste pesano molto di più, spingono i giornalisti a trattare soltanto notizie gradite alle persone di cui parlano, cioè soltanto notizie che interessano poco i lettori”.

GA – ASP

Da ossigenoinformazione.info

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