L’informazione non può essere trattata come una merce

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Benvenuti nella realtà”, dice il cartello nella foto. Ma se crediamo che si possa evitare la spettacolarizzazione con un appello alla deontologia, temo che dalla realtà siamo ancora lontani. “La categoria deve essere capace di produrre una riflessione seria sull’argomento”, scrive il mio vecchio amico Carlo Verna. Ma cosa intende per categoria? Parte di noi giornalisti quella riflessione l’hanno fatta da un pezzo e si comportano eticamente di conseguenza. Se tanti altri non l’hanno fatta è perché non sono liberi di farla senza pagare dazio o perché sono convinti, con i loro editori e direttori, che il mestiere di cronista non conosca altri limiti che quelli posti dal codice penale e forse neppure quelli. Quel che è certo, gli investitori pubblicitari non si lamenteranno. Convengo con Verna che di carte deontologiche ce ne sono già troppe. Quando non funzionano è probabilmente per le stesse ragioni per cui funzionano poco e male anche i consigli di disciplina, o per cui è “da troppo tempo inattivo il comitato per i processi in tv”. Fintantoché l’informazione verrà trattata come una merce, con la convinta complicità della maggior parte della categoria, è assai probabile che quel confine tra informazione e spettacolarizzazione rimarrà incustodito.


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